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Home Page> Articolo> Pubblicato il: 14/11/2012  -  stampato il 09/12/2016


Giovanni Tamburino come il Marchese del Grillo: Perchè io so' io ...

I toni e i modi con cui Tamburino si rivolge a noi sindacalisti ricordano un po’ quel “io so’ io ...” con cui il marchese del Grillo sancì la distanza tra lui e il popolino romano.

Ovviamente, con tutte le proporzioni del caso. Il capolavoro di Mario Monicelli è storia. Alberto Sordi impersonò alla perfezione il marchese Onofrio del Grillo, nobile alla corte di Pio VII che, nella Roma papalina del 1809, spende le giornate nell’ozio più totale, tra bettole e osterie, senza alcun rispetto per niente e nessuno, trattando chiunque con sufficienza, legittimato dalla superiorità del suo ruolo.

A lui tutto è concesso.

Giovanni Tamburino è, senza dubbio, un ottimo Magistrato. E’ competente, serio, disponibile, cortese, signorile e preparato.

Rispetto a tanti altri dirigenti e magistrati che sono passati al Dap potrebbe sembrare un gigante, e tanto vale anche al confronto con l’attuale classe dirigente.

Forse per questo il Capo del Dap tratta gli altri con distaccata sufficienza, con sobria superiorità, con elegante menefreghismo.

Sembra avere quei modi gentili dei vecchi saggi che nascondono la saccenza con l’educazione.

“Me dispiace... ma  io so’ io e voi non siete un cazzo!” è forse una delle battute più note di Alberto Sordi.

La battuta, tratta dal film Il Marchese del Grillo, è pronunciata da Onofrio del Grillo all’indirizzo di alcuni popolani arrestati insieme a lui dalla polizia, per spiegare perché solo lui viene immediatamente rilasciato dopo aver rivelato la sua nobile identità.

La battuta, la scena e l’episodio rendono perfettamente l’idea di una Roma papalina e aristocratica dove, appunto, avevano credito soltanto il clero e la nobiltà, mentre il resto del popolo “non contava un cazzo”.

Del resto, l’intero film descrive la Roma dello Stato Pontificio di inizio ottocento quando, ancora, la parola di un nobile aveva un peso ed un valore maggiore di quella di qualsiasi altro cittadino.

Memorabile, in tal senso, anche la scena del falegname ebreo al quale il Marchese del Grillo, soltanto per un suo capriccio, decide di non pagare il lavoro fatto: “Aronne Piperno, tu sei giudeo e i tuoi antenati hanno costruito la croce su cui morì Gesù Cristo ... Posso esse ancora incazzato pe’ sto fatto?”.

Non a caso la vicenda giudiziaria conseguente al rifiutato pagamento si concluderà, contro ogni evidenza dei fatti, con il riconoscimento, da parte del Tribunale, del diritto del Marchese a non pagare e, addirittura, con la condanna del povero falegname ebreo.

Ebbene, nel personaggio del Marchese Onofrio del Grillo, calato in quel contesto di Stato Pontificio pervaso da profonde prevaricazioni sociali, intravedo in un certo qual modo profonde analogie con il Presidente Giovanni Tamburino e la sua gestione del dipartimento dell’amministrazione penitenziaria. Perlomeno per quello che riguarda la gestione della Polizia Penitenziaria e le relazioni con i sindacati del Corpo.

Personalmente, infatti, ho sempre percepito nell’atteggiamento del dottor Tamburino tutti gli aspetti di un novello Marchese del Grillo e del suo caratteristico “io so’ io e voi non siete un cazzo”.

Fin dai primi scambi di opinioni ho preso coscienza dell’assertività del suo dire e, soprattutto, della assoluta mancanza di spazio per il diritto di replica.

In buona sostanza, il dottor Tamburino dà l’impressione di chi ha già deciso e sta semplicemente assolvendo allo sgradito compito di spiegare a fastidiosi interlocutori quello che sta facendo o, il più delle volte, quello che ha già fatto.

Peccato, però, che non siamo “davvero” nella Roma papalina, abbiamo voce per parlare e mezzi di comunicazione per diffondere quello che diciamo.

E abbiamo già detto, ma ripetiamo, che il Presidente Tamburino sarà pure nobile e aristocratico ma non è immune da critiche e da censure soprattutto quando inciampa su provvedimenti discutibili e confutabili.

Mi riferisco, ad esempio, alla “Operazione Rieti” carcere a custodia attenuata dove il Grande Capo ha deciso di sperimentare la vigilanza dinamica e il patto coi detenuti, eclatante esempio di inefficienza e cattiva amministrazione.

In questo caso, appunto, il Presidente Tamburino ha dato esempio della sua protervia e del suo dirigismo inaudita altera parte : inizialmente dispone l’invio di trenta unità di Polizia Penitenziaria. prelevate da vari istituti, a Rieti fino al 30 aprile 2012 per essere poi sostituite da altrettanti uomini provenienti dal Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria.

Prima sperequazione: le unità provenienti da altri istituti penitenziari senza alcuna indennità, le unità provenienti dal Dap con trattamento economico di missione.

Successivamente, Tamburino decide di prorogare il servizio provvisorio delle trenta unità provenienti dal altri istituti, senza però revocare l’invio dell’ulteriore personale dal Dap.

Seconda sperequazione: a Rieti si arriva ad avere più agenti che detenuti; rapporto 0,68 a 1 (a Viterbo sezione alta sicurezza c’è un rapporto 0,35:1).

Ottobre 2012: il Grande Capo, oltre il termine inizialmente previsto del 30 settembre, impone un ultimo ulteriore invio di personale dal Dap a Rieti, salvo poi disporre il distacco di un Ispettore da Rieti al Dap per esigenze del suo palazzo.

A causa della pressione della Corte dei Conti che con una relazione ad hoc denuncia troppo personale della Polizia Penitenziaria distolto dagli istituti, il Presidente Tamburino dirama un comunicato con il quale conferma la propria politica di recupero del personale ai compiti istituzionali.

Risultati della gestione Tamburino da febbraio (data del suo insediamento) ad oggi, assegnati al Dap: 6 Commissari, 10 Ispettori, 3 Sovrintendenti, 11 Assistenti e 9 Agenti.

Media 5 poliziotti al mese.

Davvero niente male come media per chi ha voluto mandare per forza trenta uomini del Dap a Rieti per “dare una mano al servizio di istituto”.

Per non parlare poi delle dinamiche vigilanze e dei pacta sunt servanda mutuati dal diritto canonico.

Francamente, spero che passino in fretta questi cinque mesi che ci separano dalle elezioni politiche perché, sommati ai tre mesi necessari per nominare un nuovo Capo del Dap, sono davvero tanti da sopportare sotto l’autocrazia di Sua Eccellenza il Presidente Giovanni Tamburino.