www.poliziapenitenziaria.it

Home Page> Articolo> Pubblicato il: 31/01/2013  -  stampato il 11/12/2016


Banca dati DNA: buttati 16 milioni di euro dall'Amministrazione penitenziaria (DAP)

Questa è una storia tipicamente italiana. Una storia di ritardi e di sprechi, che ha portato - fin qui - a spendere 16 milioni di euro pubblici.Una storia che qualcuno teme possa trasformarsi anche in accordi ultra legem. Stiamo parlando del Laboratorio nazionale del Dna, finito di collaudare martedì all’interno del Polo del carcere romano di Rebibbia.

A chiederci di istituire una Banca dati nazionale e un Laboratorio del Dna è stata l’Europa nell’ormai lontano 2005. È di quell’anno, infatti, il Trattato di Prüm, col quale i Paesi dell’Unione vogliono garantirsi nuovi strumenti per il coordinamento e la lotta al crimine, attraverso lo scambio (e quindi la tipizzazione) dei profili del Dna dei detenuti per delitti non colposi, di coloro che vengano arrestati in flagranza di reato o che siano sottoposti a misure alternative al carcere, sempre in presenza di una sentenza definitiva. Il Trattato supera, e di molto, i confini di Schengen.

Avere una Banca dati, nazionale e ben regolamentata, avrebbe inoltre consentito di unificare le varie raccolte di Dna che le forze dell’ordine hanno sparse per l’Italia. Ebbene, il nostro Paese ci ha messo ben quattro anni prima di recepire il Trattato. Nonostante un avvio di discussione parlamentare nel 2007, infatti, l’adesione porta la data del 30 giugno 2009 (legge 85). Il testo prevede che a giocare la partita siano il ministero dell’Interno e quello della Giustizia: al primo spetterà la responsabilità della Banca dati, il secondo sarà chiamato a istituire, attraverso il Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria, che dovrebbe mappare i detenuti, il Laboratorio nazionale.

Passa un altro anno e finalmente, il 2 ottobre 2010, viene pubblicato in Gazzetta Ufficiale il decreto legislativo che prevede l’istituzione dei “ruoli tecnici del personale del Corpo di Polizia Penitenziaria”: operatori, revisori, periti e direttori. Il numero delle persone necessarie a mandare avanti il Laboratorio è 37. Non centinaia, appena 37. Eppure il Dap non riesce a bandire i concorsi, che devono essere aperti all’esterno. In tre anni, tra i corridoi del Dipartimento, si rincorre la voce che i bandi sono pronti e stanno per essere pubblicati. Invece sul decreto ministeriale manca sempre una firma. Evidentemente in tre anni, con l’avvicendarsi di tre ministri – Alfano, Nitto Palma e Severino – non si è trovato il tempo di far vidimare il testo.

Nel frattempo, però, il Laboratorio è nato. Ricavato da un vecchio capannone all’interno del polo di Rebibbia, una struttura utilizzata per il lavoro dei detenuti, il Laboratorio è costato oltre 16 milioni di euro solo per le attrezzature. Parliamo di strumentazioni all’avanguardia, di armadietti elettronici che si aprono solo con determinati badge, di microscopi, frigoriferi, materiali reagenti, 120 mila kit per analisi, oltre ai computer e al materiale informatico. Il collaudo è terminato a novembre, martedì sono state apportate le ultime modifiche. Ora manca soltanto la procedura per l’accreditamento, impossibile da ottenere finché non c’è il personale. Il risultato è comunque una struttura che fa invidia ai singoli archivi di polizia e carabinieri, questi ultimi tenuti originariamente fuori dai giochi.

Tanto che, secondo le organizzazioni sindacali della penitenziaria, qualcosa si starebbe muovendo proprio in questa direzione. Nelle ultime settimane si sono tenute numerose riunioni interforze. Riunioni cui hanno partecipato dirigenti della polizia scientifica e ufficiali del Ris dei carabinieri. “Abbiamo chiesto una consulenza a chi ha già l’accreditamento, come il Ris, o a chi ha comunque laboratori all’avanguardia”, fanno sapere dal Dap. La sensazione dei sindacati, smentita categoricamente dal direttore generale delle risorse materiali, Alfonso Sabella, è che invece si vada verso un accordo: se la Polizia Penitenziaria non è in grado di occuparsene, allora meglio passare la mano. Il che non sarebbe neanche di interesse per i cittadini, se non fosse per il fatto che, in assenza di una modifica normativa, rischierebbero di saltare tutti i futuri processi nei quali sia fondamentale la prova del Dna. Immaginate un procedimento per mafia, nel quale per incastrare l’imputato viene utilizzato un Dna schedato da un carabiniere e non da un poliziotto penitenziario. Vizio di forma, tutto da rifare. Ma anche questa è una storia italiana.

Silvia D'Onghia - Il Fatto Quotidiano