www.poliziapenitenziaria.it

Home Page> Articolo> Pubblicato il: 15/01/2013  -  stampato il 09/12/2016


Assistente Capo perde ricorso al TAR: sospeso dal servizio dopo accuse della convivente rivelatesi infondate

REPUBBLICA ITALIANA IN NOME DEL POPOLO ITALIANO
Il Tribunale Amministrativo Regionale per la Lombardia (Sezione Terza)
ha pronunciato la presente

SENTENZA

sul ricorso numero di registro generale 889 del 2007, proposto da:
O.B., rappresentato e difeso dall'avv. Emanuela Gambini, con domicilio ex lege (art 25 cod. proc.amm.) presso la Segreteria del TAR;
contro
Ministero della Giustizia, rappresentato e difeso per legge dall'Avvocatura distrettuale dello Stato, domiciliata nei suoi uffici in Milano, via Freguglia, 1;
sul ricorso numero di registro generale 1540 del 2009, proposto da:
O.B., rappresentato e difeso dall'avv. Emanuela Gambini, con domicilio ex lege (art 25 cod. proc. amm.) presso la Segreteria del TAR;
contro
Ministero della Giustizia, rappresentato e difeso per legge dall'Avvocatura Dello Stato, domiciliata in Milano, via Freguglia, 1;
per l'annullamento
con il ricorso n. 889 del 2007:
del provvedimento di sospensione dal servizio disposto con decreto n. 0081596/2007 a firma del Vice Capo del Dipartimento;
con il ricorso n. 1540 del 2009:
per l'accertamento del diritto del ricorrente a vedersi riconosciuto il risarcimento dei danni subiti a seguito del decreto di sospensione dal servizio.
Visti i ricorsi e i relativi allegati;
Visto l'atto di costituzione in giudizio del Ministero della Giustizia;
Viste le memorie difensive;
Visti tutti gli atti della causa;
Relatore nell'udienza pubblica del giorno 14 novembre 2012 la dott.ssa Silvana Bini e uditi per le parti i difensori come specificato nel verbale;

Fatto Diritto P.Q.M.

Svolgimento del processo

I) Il ricorrente è dipendente presso la Casa Circondariale di Monza, in qualità di Assistente capo del Corpo di Polizia Penitenziaria.
Il provvedimento impugnato in questa sede è stato disposto a seguito di una delicata situazione sorta nel contesto familiare.
In data 26.2.2007, la sua convivente si rivolgeva al superiore gerarchico del ricorrente, raccontando una serie di episodi, da cui emergeva una grave situazione di tensione: veniva riferito che il Sig. O. aveva rivolto frasi offensive verso il figlio della convivente (avuto da una precedente relazione), nonché aveva commesso atti di violenza verso il loro cane.
Per questi fatti, di cui il superiore informava l'Autorità Giudiziaria, al ricorrente veniva notificato un avviso di garanzia per i reati di cui agli artt. 572 c.p. e 544 ter c.p.
Con nota del 9.3.2007, la Direzione della Casa Circondariale di Monza comunicava al Capo dipartimento, che nei confronti del Sig. O. era stato emesso avviso di garanzia per i reati di cui agli artt. 572 e 544 ter c.p., per aver posto in essere maltrattamenti nei confronti di minore e cagionato - per crudeltà e senza necessità - lesioni ad animali.
L'Amministrazione provvedeva quindi a sospendere in via cautelare, ai sensi dell'art 7 D.Lgs. n. 449 del 1992, il ricorrente, con atto notificato in data 11.4.2007, previa comunicazione di avvio del procedimento, ricevuta in data 4.4 2007.
Avverso l'atto di sospensione vengono articolate le seguenti censure:
1) violazione e falsa applicazione degli artt. 8 e 10 L. n. 241 del 1990; difetto di istruttoria: il tempo intercorso tra la comunicazione di avvio del procedimento e il provvedimento di sospensione è eccessivamente ridotto e ha precluso la possibilità di difesa;
2) violazione e falsa applicazione dell'art 7 comma 2 D.Lgs. n. 449 del 1992; eccesso di potere per apoditticità e difetto di istruttoria: non sussistono i presupposti per la sospensione, essendo in presenza solo di una informazione di garanzia;
3) violazione e falsa applicazione dell'art 7 comma 2 D.Lgs. n. 449 del 1992: il provvedimento di sospensione è di competenza del Ministro, oggi del Capo della Polizia, mentre in questo caso è stato adottato dal Vice Capo della Polizia.
Si costituiva in giudizio l'Amministrazione intimata, chiedendo il rigetto del ricorso.
Con ordinanza n.705 del 10 maggio 2007 la domanda cautelare veniva respinta, con ampia motivazione.
Dopo l'assoluzione con formula piena, con sentenza del Tribunale di Monza, del 19.3.2008, l'Amministrazione disponeva la reintegrazione in servizio con decreto del 18.4.2008 e con decreto in pari data la decorrenza giuridica ed economica, fissata alla data del 11.4.2007.
Il ricorrente notificava un nuovo ricorso (rubricato al n. 1540/2009), con cui chiedeva l'accertamento del diritto a vedersi riconosciuto il risarcimento dei danni subiti a seguito del decreto di sospensione dal servizio: si lamenta infatti un danno economico (in quanto durante la sospensione il ricorrente non ha potuto effettuare straordinari), nonché un danno biologico, per la menomazione dell'integrità psicofisica della persona nell'ambito lavorativo, quantificando i danni in Euro 50.000.
Anche rispetto a questo ricorso si costituiva in giudizio l'Amministrazione intimata, chiedendone il rigetto.
All'udienza del 14 novembre 2012 il ricorso veniva trattenuto in decisione.

Motivi della decisione

1) Preliminarmente va disposta la riunione dei due giudizi in esame, sussistendo tra gli stessi una evidente connessione soggettiva, oltre che oggettiva.

2) Con il primo ricorso (n. 889/2007), viene impugnato il provvedimento di sospensione al servizio.
Lamenta il ricorrente nel primo motivo la violazione degli artt. 8 e 10 L. n. 241 del 1990, in quanto non avrebbe potuto esercitare il diritto di difesa, stante la ristrettezza dei tempi tra la comunicazione di avvio del procedimento, del 4 aprile 2007 e l'atto di sospensione dell'11 aprile 2007, privandolo della facoltà di essere sentito.
Il motivo non è fondato.

La natura cautelare, peculiare del provvedimento di sospensione dal servizio, esclude l'obbligo di preventivo avviso di avvio del procedimento e giustifica, nell'ipotesi in cui l'Amministrazione ritenga invece di inviare la comunicazione, tempi molto ridotti per la presentazione delle controdeduzioni.
Nel caso di specie, erano evidenti le esigenze di celerità e tempestività con cui occorreva intervenire per allontanare il ricorrente dal posto di lavoro, dispensando l'Amministrazione dal procedere alla convocazione dell'interessato, il quale in ogni caso ha avuto modo di rappresentare la propria posizione con uno scritto presentato il giorno precedente all'emanazione del decreto.
Nella seconda censura viene lamentata la violazione dell'art 7 comma 2 del D.Lgs. n. 449 del 1992, nonché il difetto di istruttoria, poiché la sospensione è stata disposta solo a fronte di una denuncia presentata dal superiore del sig. O., quindi in carenza del requisito previsto dalla norma richiamata, cioè la pendenza di un procedimento penale.
Anche questo motivo è infondato.

L'art 7 comma 2, stabilisce che "Fuori dei casi previsti nel comma 1, l'appartenente ai ruoli del Corpo di Polizia Penitenziaria sottoposto a procedimento penale, quando la natura del reato sia particolarmente grave, può essere sospeso dal servizio con provvedimento del Ministro, su proposta del Direttore generale dell'Amministrazione penitenziaria".
La sospensione è stata disposta a fronte dell'avviso di garanzia emesso per i reati sopra indicati, come riportato nelle premesse del provvedimento.
La norma sopra indicata richiede che l'interessato sia "sottoposto a procedimento penale", quindi non esige, quale presupposto, l'assunzione da parte dell'impiegato della qualità di imputato, potendo legittimamente essere disposta anche nella fase delle indagini preliminari, e cioè nella fase procedimentale successiva all'iscrizione dell' indagato nell'apposito registro tenuto presso l'ufficio del p.m., ma anteriore al formale esercizio dell'azione penale ( in tal senso T.A.R. Lecce Puglia sez. II, 14 gennaio 2008, n. 82).
Tale lettura risponde alla finalità propria della sospensione cautelare (facoltativa), che, non configurandosi come una sanzione disciplinare, ha il solo scopo di allontanamento del dipendente, quando ciò sia ritenuto opportuno dalla Amministrazione .
Va poi osservato che in questo caso, l'Amministrazione ha ampiamente rappresentato nel provvedimento le esigenze cautelari, emerse a seguito dell'esposizione dei fatti da parte della convivente, che giustificavano l'urgenza di provvedere.
Il motivo deve quindi essere respinto.

Quanto al vizio di incompetenza (terzo motivo), si osserva che la stessa difesa del ricorrente fa presente che, a seguito delle nuove attribuzioni dirigenziali previste dal D.Lgs. n. 165 del 2001, la competenza non può più attribuirsi al Ministro, ma spetta al Capo del Dipartimento amministrazione penitenziaria.
La circostanza che l'atto sia firmato dal Vice Capo non inficia il provvedimento, poiché si tratta di una ordinaria delega di firma, tra il Capo del dipartimento, organo delegante che mantiene la piena titolarità del proprio potere, e funzionario delegato con il compito di firmare gli atti di competenza del Dipartimento.
Per le ragioni sopra esposte, il ricorso n. 889/2007 deve essere respinto.

III) Con il ricorso n. 1540/2009, parte ricorrente chiede il risarcimento dei danni subiti a causa del provvedimento di sospensione.
A seguito del rigetto del ricorso avverso la sospensione, la domanda risarcitoria non può trovare accoglimento, per la carenza del presupposto rappresentato dall'illegittimità del provvedimento nonché dall'illiceità del comportamento dell'Amministrazione.
Si osserva, tra l'altro, che l'Amministrazione, a seguito della sentenza di assoluzione, ha adottato gli atti conseguenti, al fine di garantire la reintegrazione, con decorrenza giuridica dall'11.4.2007.
IV) Per le ragioni sopra dedotti i ricorsi in esame vanno respinti.

In considerazione della natura della controversia, le spese di giudizio possono essere compensate tra le parti.

P.Q.M.

Il Tribunale Amministrativo Regionale per la Lombardia (Sezione Terza) definitivamente pronunciando sui ricorsi di cui all'epigrafe, dei quali dispone la riunione, li respinge.
Spese compensate.
Ordina che la presente sentenza sia eseguita dall'autorità amministrativa.