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Home Page> Articolo> Pubblicato il: 02/04/2013  -  stampato il 27/02/2017


Cari vecchi Agenti di Custodia - IV parte

Cari vecchi agenti di custodia, in questi giorni, il Ministro della Giustizia, propone che il Corpo della Polizia Penitenziaria torni a chiamarsi Corpo degli Agenti di Custodia. Forse un omaggio postumo nei confronti di coloro che si sacrificarono nelle oscure carceri italiane, in silenzio, per oltre un secolo e che diedero vita poi ai più moderni “Poliziotti Penitenziari”. Ma noi, caro Ministro, come nel gioco dei pacchi di RAI UNO la ringraziamo e rifiutiamo l’offerta. Gli Agenti di Custodia hanno una loro storia, essi appartengono al passato; un passato triste, fatto di sacrifici, di orari di servizio inverosimili, di soprusi, di condizioni lavorative impossibili ma comunque, un passato glorioso come testimonia il colore rosso dello stemma Araldico della Polizia Penitenziaria, omaggio al sangue versato da eroici agenti di custodia sul fronte del terrorismo degli anni ’70 e della lotta alla criminalità mafiosa. Cerchiamo in tutti i modi di mantenere vivo il ricordo di quanti ci precedettero nel duro lavoro delle carceri, ma signor Ministro, abbiamo lottato per avere una riforma, per chiamarci poliziotti penitenziari, per avere riconosciuti i nostri diritti. Gli agenti di custodia li abbiamo nel cuore ma fanno parte del passato ormai.

Cari vecchi agenti di custodia, bastava un “tintu” Maresciallo per tenervi lì impalati nel corridoio antistante l’ufficio del Comandante dopo una durissima giornata di lavoro fatta di quotidiane intimidazioni, continui tentativi di corruzione, oltraggi da parte dei detenuti, umiliazioni da parte dei superiori. Insomma schiacciati tra l’incudine ed il martello. Volevate tornare a casa dopo 9 – 10 ore di lavoro e aspettavate che il Comandante firmasse tutti i registri dell’Istituto portati sottobraccio alla firma da tanti piccoli schiavi incapaci di dire al Comandante (un tintu Maresciallo): - Ma vaffanculo!!! I registri firmateli durante l’orario di servizio anziché alle 16.15….” Poi, il Comandante, usciva dal suo ufficio guardandoci dall’alto in basso nelle nostre divise di panno grigio verde inguardabili, e ci faceva l’ultima ramanzina della giornata spesso comunicandoci che non era contento di come lavoravamo, che eravamo degli scansafatiche, buoni solo a lamentarci nei corridoi e a mandare malattia; quindi, soddisfatto dalla sua autorità esercitata sul personale traumatizzandolo giornalmente, dava il fatidico “VIA”. Adesso potevamo smontare per andare a goderci le poche ore di libertà dato che alle ore 20.00 chi faceva il turno notturno doveva rientrare per dormire in caserma.

Ma poteva anche succedere che ad uno ad uno sgattaiolavamo verso la portineria aspettando la fatidica telefonata del VIA, fatta al severo portinaio che di solito era un appuntato con almeno 25 anni di servizio (cosa rara da trovare per quei tempi dove tutti andavano in pensione dopo 20 anni di servizio). Ed ecco che dopo aver recuperato l’arma e aspettare nervosamente di vedere la luce del giorno, arrivava la telefonata al portinaio che cambiando espressione ci guardava e indicando con l’indice l’entrata ci diceva “Tutti dentro!”. Sguardi di disperazione, posavamo nuovamente l’arma in portineria e andavamo a schierarci davanti l’ufficio del Comandante, un tintu Maresciallo, talvolta un Tintu Brigadiere, che usciva dopo pochi minuti, ci osservava sghignazzando e infine ci dava la grazia di farci smontare dandoci il “VIA”.