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Home Page> Articolo> Pubblicato il: 21/01/2013  -  stampato il 09/12/2016


Assistente Capo destituito dal servizio: Tar Lazio rigetto il ricorso

REPUBBLICA ITALIANA IN NOME DEL POPOLO ITALIANO
Il Tribunale Amministrativo Regionale per il Lazio
(Sezione Prima Quater)
ha pronunciato la presente
SENTENZA
ex art. 60 cod. proc. amm.;
sul ricorso numero di registro generale 10899 del 2012, proposto da:
G.C., rappresentato e difeso dagli avv. Giacomo De Ritis e Massimo Tirone, con domicilio eletto presso quest'ultimo in Roma, via Giuseppe Ferrari, 11;
contro
Ministero della Giustizia - DAP, rappresentato e difeso ex lege dall'Avvocatura Generale dello Stato, con domicilio in Roma, via dei Portoghesi, 12;
per l'annullamento del decreto del dipartimento dell'amministrazione penitenziaria del ministero della giustizia del 17.09.2012, con il quale il ricorrente è stato destituito dal servizio a decorrere dal 16 novembre 1996, fatti salvi gli effetti giuridico-economici per il periodo di servizio svolto in virtù del decreto del 23 aprile 1997; per il riconoscimento del diritto al risarcimento del danno ingiusto ex art.30 del codice del processo amministrativo.
Visti il ricorso e i relativi allegati;
Visto l'atto di costituzione in giudizio del Ministero della Giustizia - DAP;
Visti tutti gli atti della causa;
Relatore nella camera di consiglio del giorno 10 gennaio 2013 il dott. Elia Orciuolo;
Uditi per le parti i difensori come specificato nel verbale;
Sentite le stesse parti ai sensi dell'art. 60 cod. proc. amm.;
________________________________________
Fatto Diritto P.Q.M.

Svolgimento del processo

Con il ricorso in trattazione il ricorrente in epigrafe, quale assistente capo del Corpo di Polizia Penitenziaria, ha impugnato, unitamente agli atti connessi, il provvedimento sopra indicato con cui il Ministero della Giustizia, riattivando un precedente proprio decreto del 16 novembre 1996 sospeso in via giurisdizionale, lo ha destituito dal servizio a decorrere dalla predetta data del 16 novembre 1996, con salvezza degli effetti giuridico-economici per il periodo di servizio medio tempore svolto.
E' infatti avvenuto che, con il predetto decreto del 16 novembre 1996, il ricorrente, in esito a procedimento disciplinare attivato per assenza arbitraria dal servizio dal 12 agosto 1995 al 13 dicembre 1995, era stato destituito a decorrere dal 16 novembre 1996.
A seguito di ricorso giurisdizionale, il cennato decreto di destituzione era stato sospeso con ordinanza n.65 del 18 febbraio 1997 emessa dal Tribunale Amministrativo Regionale del Molise, ritenendosi ricorrere le gravi ragioni previste dall'allora vigente art.21 della L. 6 dicembre 1971 n.1034.
Conseguentemente, il Ministero, con Provv. 23 aprile 1997, aveva, nelle more della definizione del giudizio, sospeso la esecuzione del decreto di destituzione, contestualmente disponendo la sospensione del ricorrente dal servizio per mesi sei, con ciò intendendo dare corso ad altro decreto, adottato nella stessa predetta data del 16 novembre 1996, di irrogazione della sanzione disciplinare di sospensione dal servizio per mesi sei (per altra fattispecie di assenza arbitraria), a dire dello stesso Ministero non eseguito per essere intervenuto l'altro provvedimento di destituzione; tale provvedimento di sospensione dal servizio, impugnato anch'esso, con autonomo ricorso, davanti al TAR Molise, sarà poi annullato da detto TAR con sentenza n.738 del 16 novembre 2011.
Con successiva sentenza n.5692 del 4 aprile 2012 questo TAR del Lazio (sezione prima), riconosciuto nel frattempo competente territorialmente, ha rigettato il ricorso avverso il provvedimento di destituzione.
Dal che, il provvedimento ora in discussione.
Il ricorrente ha dedotto la illegittimità di tale provvedimento per omissione dell'avviso di avvio del procedimento, per difetto di motivazione in relazione alla evoluzione del rapporto di lavoro medio tempore intervenuta, per insussistenza di presupposto; ha concluso chiedendo l'annullamento del provvedimento di destituzione previa sospensione, con vittoria di spese e con risarcimento dei danni subìti.
Il Ministero intimato si è costituito ma non ha svolto difese scritte.
Indi, nel corso della camera di consiglio fissata per la trattazione della domanda cautelare, il ricorso, previo avviso dato alle parti ai sensi dell'art.60 del codice del processo amministrativo, è stato ritenuto per la decisione anche ai fini della sua eventuale definizione con sentenza in forma semplificata.

Motivi della decisione

Il ricorso può essere deciso con sentenza in forma semplificata.
Lo stesso è infondato e va rigettato.
Con il primo motivo il ricorrente deduce violazione dell'art.7 della L. n. 241 del 1990 e s.m.i., nella considerazione che, con la omissione dell'avviso di avvio del procedimento conclusosi con il provvedimento impugnato, il ricorrente non è stato messo in condizione di rappresentare la propria particolare situazione lavorativa - che a suo dire avrebbe dato luogo a una novazione dell'originario rapporto di lavoro - con conseguente inapplicabilità, per superamento, del decreto di destituzione che l'Amministrazione ha inteso portare ad effetto.
E' in contrario da osservare - e con ciò si tratta anche della seconda censura, nella parte relativa alla dedotta novazione del rapporto di lavoro - che, a fronte della vicenda come sviluppatasi e riportato in fatto, l'Amministrazione non avrebbe potuto agire diversamente, dovendo essa necessariamente, all'esito negativo del ricorso avverso il provvedimento di destituzione, dare esecuzione a tale decreto, temporaneamente paralizzato nei suoi effetti dalla sopra citata ordinanza cautelare del TAR Molise, la cui efficacia è venuta meno con la emanazione della sentenza definitoria del giudizio.
Non potrebbe poi ritenersi, come invece sostenuto dal ricorrente, che il servizio da quest'ultimo prestato medio tempore, accompagnato anche dal conseguimento di qualifiche superiori (prima di assistente, poi di assistente capo), abbia comportato la novazione del rapporto di lavoro, con conseguente sopravvenuta irrilevanza della disposta destituzione.
E' infatti da considerare che la sospensione cautelare in sede giurisdizionale di un provvedimento amministrativo comporta, come da tempo precisato, la inidoneità temporanea degli atti sospesi a produrre i propri effetti, determinandosi in tal modo una situazione giuridica in tutto identica (salvo la sua transitorietà) a quella che si avrebbe se l'atto fosse annullato (cfr Cons Stato AP n.6 del 1982 e n.14 del 1983).
E' di evidenza, quindi, che, una volta intervenuta la sospensione della efficacia del provvedimento di destituzione, l'Amministrazione avrebbe dovuto comportarsi, in attesa della definizione del giudizio, come se tale provvedimento non fosse mai stato adottato, pertanto riammettendo in servizio il ricorrente e adottando nei suoi confronti tutti i provvedimenti conseguenti, ivi compresi quelli attinenti allo sviluppo della carriera.
E' altrettanto di evidenza, però, che, una volta definito (nel caso, con esito di rigetto) il ricorso avverso il provvedimento di destituzione, quest'ultimo non può che risorgere in tutti i suoi effetti, sin dal momento della sua emanazione.
Con la conseguenza che la determinazione in argomento costituisce atto vincolato per l'Amministrazione, tenuta ad eseguire i propri provvedimenti non assoggettati a paralisi mediante dicta giurisdizionali.
Consegue inoltre da ciò l'applicazione dell'art.21 octies, comma 2, della predetta L. n. 241 del 1990, nella parte in cui è disposto che "non è annullabile il provvedimento adottato in violazione di norme sul procedimento ... qualora, per la natura vincolata del provvedimento, sia palese che il suo contenuto dispositivo non avrebbe potuto essere diverso da quello in concreto adottato".
Posto, infatti, che la riattivazione del decreto di destituzione si è rivelata, nella specie, atto dovuto, risulta palese che il contenuto dispositivo dell'impugnato decreto non avrebbe potuto essere diverso quand'anche fosse stata data al ricorrente l'opportunità di interloquire.
Con la seconda censura, nella parte che resta da esaminare, è dedotta illegittimità del provvedimento impugnato per difetto di motivazione; motivazione che invece sussiste, essendo nel predetto provvedimento indicati i presupposti di fatto (sentenza di rigetto della impugnativa avverso il decreto di destituzione) e le ragioni giuridiche (necessità di riattivare il decreto di destituzione a suo tempo sospeso).
Con il terzo motivo il ricorrente insiste sulla dedotta novazione del rapporto, che a suo dire deriverebbe, oltre che dalla conseguite promozioni, anche dal fatto che, nei decreti di promozione, l'Amministrazione non ha apposto riserva alcuna, diversamente da quanto invece precisato nel decreto sopra citato del 23 aprile 1997.
A fronte di un provvedimento giurisdizionale sospensivo, e delle connesse conseguenze sopra evidenziate derivanti ex lege dalla natura del provvedimento del giudice, eventuali riserve poste dall'Amministrazione tenuta ad eseguire il dictum giurisdizionale sono irrilevanti e, ove apposte, hanno la sola funzione di richiamare l'attenzione del destinatario dell'atto su conseguenze comunque note.
Con il quarto, ed ultimo, motivo, è dedotta illegittimità per insussistenza del presupposto, nella considerazione che la sentenza del TAR Lazio, che l'Amministrazione ha assunto a presupposto, è gravata di appello; con possibilità di sua riforma, cosicché l'Amministrazione avrebbe dovuto, allo stato, astenersi dall'assumere determinazioni.
In contrario, si osserva che le sentenze del TAR sono esecutive, giusta previsione di cui all'art.33, secondo comma, del codice del processo amministrativo.
Tanto comporta che, affinché siano portate ad effetto, non occorre attendere che tali sentenze siano confermate in appello.
Per converso, l'interessato, ove lo ritenga, può chiedere che il Consiglio di Stato, in sede di appello, sospenda gli effetti della sentenza (art.111 dello stesso codice).
Conclusivamente, e come anticipato, il ricorso va rigettato.
Ciò comporta il rigetto anche della domanda di risarcimento danni, di evidenza essendo che, a fronte della riconosciuta legittimità, nei limiti del dedotto, di un provvedimento amministrativo, non è luogo a parlare di danno di giuridico rilievo.
Le spese seguono la soccombenza e si liquidano come in dispositivo.

P.Q.M.

Il Tribunale Amministrativo Regionale del Lazio, sede di Roma, sezione prima quater, definitivamente pronunciando:
-rigetta il ricorso in epigrafe;
-condanna il ricorrente al pagamento, in favore del Ministero della Giustizia resistente, delle spese del giudizio, che liquida forfetariamente nella somma di Euro 1.000,00 (mille/00);
-ordina che la presente sentenza sia eseguita dall'autorità amministrativa.