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Home Page> Articolo> Pubblicato il: 04/02/2013  -  stampato il 06/12/2016


Assistente condannato per concorso in porto d'arma clandestina: TAR Lazio respinge ricorso destituzione

REPUBBLICA ITALIANA IN NOME DEL POPOLO ITALIANO
Il Tribunale Amministrativo Regionale per il Lazio
(Sezione Prima)
ha pronunciato la presente
SENTENZA
sul ricorso numero di registro generale 10246 del 2000, proposto da:
C.G., rappresentato e difeso dagli avv. Giovanni Carlo Parente, Erennio Parente, con domicilio eletto presso Giovanni Carlo Parente in Roma, via Emilia, 81;
contro
Ministero della Giustizia, rappresentato e difeso per legge dall'Avvocatura dello Stato, domiciliata in Roma, via dei Portoghesi, 12; Ministero Giustizia, Dipartimento Amministrazione Penitenziaria;
per l'annullamento
del Decreto del Direttore Generale del Dipartimento dell'Amministrazione penitenziaria in data 12 aprile 2000, notificato in pari data, con il quale è stata irrogata la sanzione disciplinare della destituzione dal servizio.
Visti il ricorso e i relativi allegati;
Visto l'atto di costituzione in giudizio di Ministero della Giustizia;
Viste le memorie difensive;
Visti tutti gli atti della causa;
Relatore nell'udienza pubblica del giorno 23 gennaio 2013 il dott. Alessandro Tomassetti e uditi per le parti i difensori come specificato nel verbale;
________________________________________
Fatto - Diritto P.Q.M.

Svolgimento del processo - Motivi della decisione

L'odierno ricorrente, Assistente del Corpo di Polizia Penitenziaria, veniva cautelarmente sospeso dal servizio a decorrere dal 17 maggio 1993, a seguito della condanna pronunciata in data 10 maggio 1993 dal Tribunale di Venezia per il reato di concorso in porto d'arma clandestina.
La vicenda giudiziaria si concludeva con la sentenza della Corte di Cassazione in data 22 novembre 1999 con cui veniva confermata la sentenza di condanna del ricorrente alla pena di anni uno e mesi due di reclusione per il reato di concorso in porto d'arma clandestina.
Con l'odierno ricorso si impugna il Provv. 12 aprile 2000, notificato in pari data, con cui il Direttore Generale del Dipartimento dell'Amministrazione Penitenziaria ha irrogato nei confronti del ricorrente la sanzione della destituzione dal servizio.
Deduce il ricorrente la illegittimità del decreto impugnato sotto due profili:
- violazione e falsa applicazione dell'art. 6 D.Lgs. n. 449 del 1992 in relazione all'art. 9 L. n. 19 del 1990; illegittimità del decreto impugnato per sopravvenuta estinzione del procedimento disciplinare a causa di omessa conclusione dello stesso nel termine di 90 giorni dal suo avvio;
- eccesso di potere per difetto di motivazione, omessa valutazione, travisamento dei fatti, ingiustizia manifesta.
Si è costituita in giudizio l'Amministrazione resistente deducendo la infondatezza del ricorso.
Alla udienza del 23 gennaio 2013 il ricorso è stato trattenuto in decisione.
Con una prima censura il ricorrente deduce la illegittimità del provvedimento per superamento del termine perentorio di novanta giorni a far data dall'avvio ex art. 9 L. n. 19 del 1990.
La censura è infondata.
L'art. 6, comma 4, D.Lgs. n. 449 del 1992, riproduttivo dell'art. 9, cpv., L. n. 19 del 1990, prevede espressamente che "la destituzione per le cause di cui al comma 3 è inflitta all'esito del procedimento disciplinare, che deve essere proseguito o promosso entro centottanta giorni dalla data in cui l'Amministrazione ha avuto notizia della sentenza irrevocabile di condanna ovvero del provvedimento con cui è stata applicata in via definitiva la misura di sicurezza o di prevenzione e concluso nei successivi novanta giorni".
Ritiene il Collegio che all'Amministrazione sia attribuito, ai fini della irrogazione della sanzione disciplinare della destituzione dal servizio a seguito di sentenza penale di condanna, un arco temporale di complessivi 270 giorni per l'inizio e la conclusione del procedimento disciplinare (cfr. Cons. Stato, Sez. VI, 16.11.2000 n.6127).
In tal senso depongono argomenti sia letterali, legati alla norma, sia logici, sia giurisprudenziali. Diversamente opinando, volendo cioè attribuire diverso ed autonomo valore al il primo termine iniziale di 180 giorni, "sussisterebbe una vistosa sproporzione, priva di giustificazione, rispetto al termine successivo, dentro il quale dovrebbero essere compiuti una pluralità di operazioni e di adempimenti che impegnano in sequenza più organi ed uffici" (Cons. Stato, Sez. VI, 29 aprile 2003, n. 2167 "il termine di 90 giorni, di cui al citato art. 9 comma 2 L. 7 febbraio 1990, n. 19, ha natura perentoria e inizia a decorrere non dalla data dell'effettivo avvio del procedimento disciplinare, ma dalla scadenza dei primi 180 giorni dalla data in cui l'amministrazione ha avuto notizia della sentenza irrevocabile di condanna, previsti dalla prima parte del comma 2 dell'art. 9 per l'inizio o la prosecuzione del procedimento disciplinare").
L'Adunanza Plenaria del Consiglio di Stato ha, da ultimo, sancito in modo inequivocabile che "l'art.9 comma 2 della L. n. 19 del 1990 va interpretato nel senso onde l'Amministrazione procedente è tenuta a concludere il procedimento disciplinare nel termine di complessivi duecentosettanta (270) giorni da quando ha avuto notizia della condanna penale del dipendente incolpato. Tale termine complessivo si ricava sommando al termine di 180 giorni imposto per l'inizio del procedimento disciplinare (e decorrente dalla ridetta notizia) quello di "successivi" 90 giorni imposto appunto per la conclusione del procedimento disciplinare. Né rileva che la sequenza disciplinare abbia avuto concreto inizio (giusta contestazione degli addebiti) prima del 180 giorno dalla intervenuta conoscenza della condanna penale irrevocabile, decorrendo il termine "finale" di 90 giorni dalla scadenza "virtuale" dei 180 giorni previsti per l'avvio del procedimento, e non già dall'effettivo inizio del medesimo da parte della p.a. agente".(Consiglio Stato Ad. Plen., 14 gennaio 2004, n. 1).
Nel caso in esame l'Amministrazione intimata ha provveduto a riaprire l'inchiesta disciplinare in data 29 novembre 1999 ed a concluderla in data 12 aprile 2000 con la conseguenza secondo cui appare pienamente rispettato il periodo complessivo attribuito all'Amministrazione e pari a 270 giorni.
Con una seconda censura la parte ricorrente deduce la illegittimità del provvedimento per difetto di motivazione; l'Amministrazione, in particolare, avrebbe omesso di dare ai fatti addebitati al ricorrente un autonomo apprezzamento, limitandosi a rilevare la intervenuta violazione di norme penali.
L'assunto è infondato.
Rileva il Collegio che la motivazione del provvedimento impugnato non si limita a richiamare la intervenuta violazione delle disposizioni penali oggetto di accertamento in sede giurisdizionale, ma fornisce una completa ed esauriente indicazione in merito alle ragioni che hanno determinato l'Amministrazione alla irrogazione della sanzione contestata (si legge nel provvedimento impugnato che "i fatti commessi dal C. - sottoposti ad una estimazione prettamente disciplinare - sono palmare esempio di un comportamento che rileva una ragguardevole mancanza del senso dell'onore e del senso morale. Comportamento, questo, che mal si coniuga con il doveroso rispetto delle norme - che ogni appartenente ad un Corpo dello Stato deve sempre dimostrare - tale da arrecare un gravissimo pregiudizio allo Stato stesso e all'Amministrazione Penitenziaria che non può essere rappresentata da soggetti che si sono posti contro la legge proprio quando ad essi è demandato istituzionalmente il compito di farla rispettare; (...) tenuto conto altresì, che il C. era a conoscenza che la frequentazione di pregiudicati integra gli estremi di un'infrazione e che, pertanto, decidendosi nel senso rapportato, era ben consapevole di infrangere specifiche norme che regolamentano il comportamento degli appartenenti al Corpo di Polizia Penitenziaria").
Conseguentemente e per i motivi esposti il ricorso è infondato e, pertanto, deve essere respinto.
Sussistono giusti motivi per la compensazione delle spese processuali.

P.Q.M.

Il Tribunale Amministrativo Regionale per il Lazio (Sezione Prima), definitivamente pronunciando sul ricorso, come in epigrafe proposto, lo respinge.
Spese compensate.
Ordina che la presente sentenza sia eseguita dall'autorità amministrativa.