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Home Page> Articolo> Pubblicato il: 14/12/2009  -  stampato il 08/12/2016


Ripensare il carcere? Forse si puo’...

Basta leggere alcune cifre relative alla situazione delle carceri italiane per rendersi conto della situazione in cui esse si trovano: a fronte di una capienza complessiva di poco superiore ai 42mila posti, oggi , nei 206 penitenziari italiani, ci sono circa 66mila detenuti, più di 24mila dei quali (il 37% dei presenti) sono stranieri.

 
Tutto ciò viene ormai comunemente riassunto con la parola “sovraffollamento” ed è un termine talmente inflazionato che questi numeri non fanno più notizia.
 
Per noi del SAPPE invece, il Sindacato più rappresentativo della Polizia Penitenziaria, si tratta di condizioni di lavoro e di vita impossibili da sostenere per i poliziotti penitenziari e, oltre al danno di cercare di lavorare in simili condizioni, si aggiunge l’ulteriore danno di essere considerati – come conseguenza di una inaccettabile campagna mediatica di linciaggio e massacro all’onorabilità del Corpo - la causa del problema, visto che ormai l’attenzione si è spostata su presunti - ripetiamo, presunti! - abusi da parte di singoli poliziotti.
 
Gli appartenenti alla Polizia Penitenziaria sono i primi, e finora unici, rappresentanti dello Stato che stanno subendo le conseguenze di comportamenti isterici di politici dell’opposizione come della maggioranza parlamentare, che lanciano slogan al proprio elettorato di riferimento proponendo un giorno maggiore sicurezza e un altro giorno maggiori diritti per le persone detenute.
 
Tutto ciò è semplicemente disonesto nei confronti del proprio mandato istituzionale e nei confronti della Polizia Penitenziaria che, 24 ore su 24 per 365 giorni l’anno, deve rimediare alle incapacità della politica di fronteggiare questa situazione.
 
Non è onesto partecipare in massa a passerelle mediatiche a Ferragosto in visita nelle carceri per poi arrivare a Natale e scaricare sulla Polizia Penitenziaria le colpe di fatti che traggono le loro origini da una mancanza di capacità, soprattutto politiche, di fronteggiare questa situazione al collasso che noi del SAPPE avevamo ampiamente previsto più di tre anni fa, nei giorni immediatamente successivi all’approvazione dell’indulto del 2006.
 
E’ ora che la si smetta di innescare isterismi collettivi nei confronti dell’opinione pubblica che, guarda caso, non viene invece informata della reale situazione in cui sono costretti a lavorare migliaia di poliziotti penitenziari.
 
Sarebbe ora che Parlamento e Governo adottino rapidamente alcune soluzioni legislative concrete per ridurre il sovraffollamento delle carceri e rendere la pena nel contempo afflittiva e improntata alla rieducazione.
 
I mali del sistema carcere sono, da anni, sempre gli stessi: sovraffollamento di detenuti, carenza di personale di Polizia Penitenziaria e del Comparto ministeri, caserme del personale e strutture penitenziarie spesso fatiscenti e che cadono letteralmente a pezzi, mense di servizio del tutto scadenti sotto il profilo qualitativo e quantitativo, benessere (sic!) del personale inesistente, stipendi inadeguati al costo della vita (specie per chi lavora in carceri del Nord Italia).
 
Da tempo immemore il SAPPE sostiene l’esigenza di definire i circuiti penitenziari differenziati in relazione alla gravità dei reati commessi, con particolare riferimento al bisogno di destinare, a soggetti di scarsa pericolosità, specifici circuiti di custodia attenuata e potenziando il ricorso alle misure alternative alla detenzione per la punibilità dei fatti che non manifestano pericolosità sociale.
 
E i detenuti stranieri dovrebbero scontare la pena nelle carceri dei Paesi di provenienza, non Italia! Ma si deve anche introdurre il lavoro obbligatorio per i detenuti.
 
Oggi sono pochissimi i carcerati che lavorano nei penitenziari e, se è vero – come è vero - che il lavoro è potenzialmente determinante per il trattamento rieducativo dei detenuti (perché li terrebbe impiegati per l’intero arco della giornata durante la detenzione - ore che oggi passano nell’ozio quasi assoluto -; perché permetterebbe loro di acquisire un’esperienza lavorativa utile fuori dalla galera, una volta scontata la pena), perché non provare a percorrere anche questa strada? Circa la loro retribuzione, poi, il 50 per cento verrebbe assegnato all’interessato (che contribuirebbe così anche a sostenere una parte dei costi che la collettività sostiene per la sua detenzione) e l’altro 50 per cento destinato ad un fondo istituito dallo Stato per le “vittime della criminalità”.
 
Sono positive le recenti iniziative dell’Amministrazione Penitenziaria che, nel quadro degli scopi trattamentali previsti dall’Ordinamento Penitenziario, ha da tempo intrapreso una serie di progetti sperimentali volti a favorire il reinserimento socio-lavorativo di soggetti in espiazione di pena mediante la partecipazione responsabile e consapevole in progetti di recupero del patrimonio ambientale e lavori di pubblica utilità.
 
Grazie alla collaborazione intrapresa con il Comune di Roma ed A.M.A. S.p.A. sfociata nella sigla del protocollo d’intesa del 5 agosto 2009, è stata realizzata una grande operazione di pulizia straordinaria in cui venti detenuti ristretti presso la Casa di Reclusione di Roma Rebibbia hanno contribuito al ripristino di aree degradate della Capitale.
 
Questa positiva esperienza è stata replicata nella giornata dell’8 dicembre scorso, con il coinvolgimento di un più consistente numero di detenuti in espiazione di pena (47 uomini della Casa di reclusione e 10 donne della Casa circondariale femminile degli Istituti penitenziari di Roma Rebibbia), che fin dalle prime ore del mattino sono stati impegnati in attività di recupero del patrimonio ambientale nei siti dei Fori Imperiali e del Parco della Caffarella.
 
Certo, il numero dei detenuti coinvolti è sicuramente troppo esiguo ma per i positivi risultati finora conseguiti, sia sul piano trattamentale che nei confronti della cittadinanza che ha visto attivamente impegnati in lavori di pubblica utilità coloro che hanno commesso un reato, è certamente utile, anche per il futuro, indirizzare ogni sforzo al fine di dare continuità ed operatività ad analoghi progetti ed anzi, come accennavo prima, ad auspicare l’obbligatorietà del lavoro per tutti i detenuti.
 
Sul carcere, insomma, è davvero il momento di passare dalle parole ai fatti.
 
Le parole non servono a nulla: sono necessari atti concreti ed efficaci.
 
E il mio augurio è che quando si parla di carcere non ci si occupi solo della condizione dei detenuti.
 
E’ soprattutto necessario avere maggiore attenzione politica e sociale anche e soprattutto per chi lavora in carceri ancora fatiscenti e sovraffollati, spesso lontani centinaia di chilometri dal proprio luogo d’origine e dai propri familiari; per chi vive in caserme ancora troppo spesso malsane e deprimenti; per chi non ha in Istituto neppure una sala bar dove poter consumare un caffè che non sia quello surrogato delle macchinette; per chi quando va a pranzo o a cena nelle mense di servizio si trova davanti solamente un piatto di pasta scondita ed una scatoletta di tonno; per chi deve indossare una la stessa divisa tre o quattro anni perché non ce ne sono altre; per chi si sente troppo spesso abbandonato al proprio destino; per chi oggi si sente linciato e massacrato mediamente per colpa di una certa informazione irresponsabile.
 
E’ necessario avere maggiore attenzione per le donne e gli uomini della Polizia Penitenziaria, come sempre impegnati – 365 giorni all’anno, 24 ore al giorno – a rappresentare lo Stato e le sue leggi nel difficile mondo carcerario.