www.poliziapenitenziaria.it

Home Page> Articolo> Pubblicato il: 13/05/2013  -  stampato il 09/12/2016


Morte di colleghi: lo stillicidio continua tra l’indifferenza generale

La notizia dei suicidi di due colleghi a distanza di qualche settimana l’uno dall’altro, stavolta non ha avuto la stessa eco delle morti precedenti. Eppure le morti dovrebbero essere ricordate tutti con la stessa enfasi e con la stessa preoccupazione per il futuro del Corpo della Polizia Penitenziaria. Nel frattempo è cambiato il Ministro, sono cambiati i sottosegretari alla Giustizia, è cambiato il Governo (o meglio Non è cambiato nulla rispetto al passato, salvo un mega inciucio politico), ma mi pare, e lo dico da osservatore, non sia cambiato nulla per il Corpo. Stessi problemi, stesso sovraffollamento, stessa mancanza di soldi sui capitoli di spesa, stessi problemi di vestiario, stessi problemi per le traduzioni ormai fatte con auto e al di sotto della soglia minima di sicurezza. Lo sapete tutti, anche i nostri dirigenti lo sanno e forse fanno finta di non sapere. Il carcere ha bisogno di risposte immediate, in tempi celeri ma la burocrazia elefantiaca del DAP le risposte le da con calma, con una velocità da tartaruga.

Un collega muore d’infarto in servizio, un altro muore a casa minato dalla depressione e dall’uso per anni di psicofarmaci, un altro ancora si impicca ad un albero, un altro si spara…… Io lo so che al DAP la prima cosa che si pensa è: avevano problemi familiari? Corna? Debiti?.... ahh bene… E meno male, altrimenti qualcuno avrebbe potuto fare qualche ipotesi che magari si è suicidato per lo stress da lavoro accumulato, che sommato agli altri problemi potrebbe aver dato luogo al suicidio. Certo oggi con l’informazione in tempo reale, da qualche anno abbiamo contezza di quanti colleghi si suicidano in un anno (la media è di dieci all’anno) ma credo che il suicidio nel nostro Corpo sia una tragica costante nel tempo, alla quale, fino ad oggi non si è saputo dare risposte concrete da parte della Dirigenza e da parte della politica.

Nonostante tutti gli allarmi lanciati in questi ultimi anni sul rischio suicidio correlato ad un disagio lavorativo, davvero poco si è fatto, quasi niente per i poliziotti penitenziari e questo colpevole ritardo probabilmente (spero proprio di sbagliarmi) produrrà nel tempo altre morti per le quali non si troveranno responsabili morali.

Un’ultima riflessione: morire a 49 anni, a 50 anni sul posto di servizio, è qualcosa che mai avremmo voluto leggere o vedere. Eppure sempre più spesso ormai, con l’elevazione dell’anzianità di servizio a fini contributivi  e con l’impossibilità di lasciare il servizio, prima dei 54 anni (i più fortunati) al fine di evitare penalità sulla pensione, sempre di più assisteremo inermi alle morti dei nostri colleghi poiché è un dato di fatto che ad una certa età, questo tipo particolare di servizio che noi facciamo, a contatto continuo con i detenuti (accumulo di tensione), con i turni notturni che gioco forza dobbiamo fare (nonostante una vecchia norma indichi l’età di 50 anni come tempo in cui si può produrre una istanza per non prestare servizio notturno a contatto con i detenuti……ma tanto ci sono anche le portinerie e comunque….in un carcere dove ad esempio la metà degli agenti ha oltre 50 anni di età, le esigenze di servizio sono tali da rigettare l’istanza), correnti d’aria, fumo passivo, stress, ipertensione… è impossibile non ammalarsi ed è assai probabile che la statistica ci rimandi nei prossimi mesi notizie come quella del povero collega di Sollicciano, alla cui famiglia vanno le nostre più sentite condoglianze.