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Home Page> Articolo> Pubblicato il: 15/12/2009  -  stampato il 10/12/2016


Una parentesi narrativa: la storia di Alessandro

L’attaccante e i difensori 

Quella di Alessandro è una storia di sport e di vita.
 
Talvolta quella vita, come quella di molta gente, è stata piena di mareggiate e di tempeste da affrontare.
 
Durante le intemperie che lasciano dietro macerie non sempre il riparo che si trova dalla loro forza distruttrice riesce a far credere che ci si potrà rialzare indenni o che il sole tornerà a sorgere di nuovo.
 
 Ma l’uomo ha in sé una forza soprannaturale per riuscire a tornare a sperare.
 
Se e quando la scopre può dire di essere realmente diventato grande, qualunque sia la sua età.
 
Alessandro l’ha cercata in fondo al pozzo buio del suo cuore quella forza, ne ha fatto tesoro e ha ricominciato a vivere.
 
 In quel percorso comunque, non è stato solo.
 
Qualcuno di quello Stato che non dovrebbe mai abbandonare i suoi cittadini nei momenti più bui, gli è stato vicino.
 
Questa storia la cominceremo dalla fine.
 
Era un giovanotto pieno di talento quando un’importante squadra di calcio delle serie maggiori lo chiamò a giocare in prima squadra.
 
Aveva 18 anni ed il talento del predestinato: estro imprevedibile e creativo, dribbling brucianti, assist per tutti, tanta grinta e generosità.
 
Se la squadra era in svantaggio era l’ultimo a smettere di correre, di sostenere ed incitare i compagni a non mollare fino al doppio fischio finale.
 
Già da qualche tempo vari procuratori gli avevano messo gli occhi addosso per incassare i meriti delle sue prodezze portandoselo in qualche prestigioso club.
 
Lui lo sapeva, ma al di là di qualunque più rosea prospettiva futura che certo, non poteva dispiacergli, quel pallone da prendere a calci era e restava soprattutto un bellissimo gioco.
 
Da piccolo giocava con qualunque oggetto somigliasse ad una sfera: un sassolino, una palla da tennis, una palla di carta, tutto era buono per palleggiare e sognare di trovarsi in un grande stadio con i tifosi che acclamavano e gli striscioni a coprire le gradinate.
 
Soprattutto quando la mamma, dopo l’ennesimo vetro rotto glielo toglieva per qualche tempo, non smetteva mai né i sogni né gli esercizi con quelle palle rimediate.
 
Poi le prime sfide per strada, le partite con i fratelli più grandi che lo volevano sempre con loro e mai contro perché cominciava ad essere chiara la sua predisposizione al gol, e la scuola calcio che affinò, non costruì, quel talento che era solo suo.
 
Alla notizia che sarebbe andato via dal team della città in cui era nato e cresciuto, dispiacere e lacrime dei tifosi, ma c’era anche chi capiva che occasioni così importanti capitano poche volte nella vita e vanno colte al volo.
 
Per questo a malincuore una parte della tifoseria accettava.
 
Alessandro se ne andò dal suo ambiente lasciando in eredità ai compagni di squadra tanti gol, un fine stagione nella parte alta della classifica e un campionato da incorniciare.
 
Enorme la festa di saluto per quel campione che iniziava altrove la rincorsa verso il grande salto che il calcio poteva rappresentare.
 
Tanti abbracci, tante promesse di ritornare più bravo e più esperto di prima.
 
Alessandro cambiò, maglia, cambiò città e cambiò amicizie.
 
Non passò molto tempo da quando anche nel nuovo ambiente ci si accorse che era nato con la palla al piede.
 
Segnava e divertiva: «Proprio una promessa mantenuta quel ragazzo», lo dicevano tutti.
 
Poi, vuoi la lontananza, vuoi la malinconia di certi momenti, prese ad uscire spesso la sera coi nuovi compagni.
 
Si divertiva come qualunque giovane poco più che maggiorenne: cinema, locali, discoteche o magari serate passate a cercare di avvicinare qualche ragazza dopo le cene nei bei ristoranti del centro.
 
Tutto scorreva tranquillo tra allenamenti, partite ed uscite.
 
Poi un giorno vide lei che rideva in mezzo al gruppetto delle sue amiche.
 
Biondissima, occhi chiari, bel fisico e quel sorriso che incantava.
 
Mai visto un sorriso e uno sguardo così.
 
Alessandro chiese agli amici chi fosse quella creatura stupenda.
 
Era della città, studiava all’università e aveva il massimo dei voti gli dissero.
 
Doveva assolutamente conoscerla ed era così testardo che si poteva scommettere che ci sarebbe riuscito.
 
Infatti ci riuscì.
 
Settimane a sperare di incontrarla, ormai aveva capito orari e spostamenti di lei, e ogni volta che capitava o faceva in modo che capitasse, provava a farla ridere, a farle capire che esisteva e che voleva solo starle accanto come nessun’altra cosa al mondo.
 
Giulia, così si chiamava, non era indifferente all’esuberanza e al fisico muscoloso di quel giovanotto.
 
Andò pure a vederlo giocare in casa in una delle partite del campionato.
 
Lui lo sapeva e la cercò con lo sguardo prima di cominciare.
 
Nei 90 minuti segnò due gol da applauso e glieli dedicò correndo verso la tribuna e facendo il gesto del cuore che batte con la mano sotto la maglietta.
 
Una settimana dopo i due iniziarono ad uscire regolarmente ed in città già si mormorava: «Si sono fidanzati».
 
Erano felici, avevano una luce speciale negli occhi quando stavano insieme.
 
Cominciarono a convivere dopo poco tempo e nulla ne scalfiva la chimica perfetta.
 
Più il tempo passava più lui si attaccava a lei sentendosi meno di lei e diventandone geloso senza motivi apparenti.
 
All’inizio solo tanti dubbi che Alessandro teneva per sé, poi, da quando lei usciva per andare all’università fino a quando non rientrava cominciò a non smettere mai di chiedersi dove fosse, con chi fosse, chi poteva esserci di interessante in quell’università.
 
Lui si era fermato al diploma, e se a lei piacevano più colti gli uomini che bravi nello sport?.
 
Ogni volta era un interrogatorio, un cercare di capire anche solo dallo sguardo o dai cambiamenti d’umore se fosse occupata da altri pensieri.
 
Lei cercava di rassicurarlo in ogni modo ma non gli bastava mai che lei gli ribadisse che non aveva altri pensieri oltre a lui, a loro, alla vita che vivevano insieme.
 
Se si spazientiva per i dubbi che lui puntualmente nutriva su qualsiasi cosa le facesse fuori dall’uscio, la discussione si accendeva di più perché, parole di Alessandro: «Chi non ha nulla da nascondere non perde la pazienza».
 
Scenate e discussioni continue, oggetti che volavano e urla dal loro appartamento.
 
Non era più lui, fuori e dentro il campo da calcio.
 
Parlava e scherzava sempre meno con i compagni di squadra, non segnava più e sembrava che la sua aura dorata si fosse spenta come un fiammifero al vento.
 
Nell’ambiente tanta preoccupazione.
 
Nessuno dei suoi amici riusciva più a farlo tornare il ragazzo gioviale di una volta, a farlo parlare, o a ridonargli un minimo di tranquillità.
 
Poi l’acme di quei sentimenti di gelosia esplose in una giornata che non ti aspetti da uno come lui.
 
Una giornata maledetta in cui Giulia, usciva dalla casa di un’amica dove si era organizzato un gruppo di studio in vista degli imminenti esami.
 
Stava parlando con un compagno di università chiudendosi la porta dello stabile alle spalle.
 
Rideva e scherzava come Alessandro non le aveva più visto fare da tempo in sua compagnia.
 
Alessandro la osservava da dentro alla sua macchina, l’aveva seguita saltando l’allenamento del pomeriggio senza avvisare né il mister né i compagni di dove si trovasse.
 
Si era appostato per tre ore in attesa che uscisse svelando chissà quali segreti.
 
Per lui quella era la conferma dei suoi dubbi, delle fondatezza di tutti i suoi sospetti.
 
Prese dal cruscotto qualcosa comprata poco tempo prima.
 
Uscì dalla macchina e non disse una parola.
 
L’amico di Giulia non sapeva chi fosse quel tipo che gli veniva incontro ma qualcosa dovette capire dallo sguardo terrorizzato di lei.
 
Una due, tre coltellate.
 
Il corpo che cade, le urla di Giulia il sangue sulle mani e per terra a formare una pozza, la voglia di spegnere tutto e un primo barlume di lucidità che ritornava.
 
«Che ho fatto? che ho fatto?.» si chiedeva.
 
Alessandro corse a piedi per una decina di minuti.
 
Arrivò davanti ad un parco giochi col rimorso che gli attanagliava lo stomaco.
 
Pianse e quando riuscì finalmente a parlare dopo tanti singhiozzi, telefonò alla stazione dei carabinieri.
 
Disse di andarlo a prendere perché aveva ferito un uomo.
 
Lo trovarono ancora su quel muretto quei militari increduli.
 
In operazioni di servizio d’ordine allo stadio lo avevano visto segnare gol e gioire.
 
Mentre fu condotto in caserma il suo presunto rivale in amore morì in ambulanza.
 
La città e la società di calcio furono scosse dal dramma che intanto era rimbalzato fino dalle sue parti, a casa dei suoi e tra gli amici del paese natale.
 
Per Alessandro si aprirono le porte del carcere ed iniziò lì una nuova vita, senza scarpini né pubblico, senza più il suo amore tormentato, né prospettive o idee di come farcela di nuovo a vivere con quell’omicidio, volontario e premeditato secondo il giudice, che sulla coscienza si faceva sempre più pesante ed insopportabile.
 
Non dormì le prime notti.
 
Glielo aveva predetto un vecchio lupo di cella che i primi mesi erano i più duri.
 
Come stavano i suoi? Aveva fatto un gran disastro, aveva paura che non lo avrebbero mai perdonato, e aveva paura a restare dentro.
 
Il carcere non l’aveva mai nemmeno considerato come una costruzione del reale fino a quel momento tanto gli era distante per prospettive e stile di vita.
 
Temeva di trovarsi tra vecchi criminali incalliti pronti a fargli la pelle e temeva pure le divise della Polizia Penitenziaria.
 
Fu accompagnato in cella da dei ragazzi pressappoco della sua età.
 
Però non sembravano giudicarlo e guardarlo come si attendeva di meritare.
 
Erano gentili nei modi.
 
Provavano a tranquillizzarlo nei giorni più difficili, soprattutto perché quando la malinconia era troppa si rifiutava di mangiare.
 
Probabilmente temevano potesse farsi del male gli psicologi.
 
Lo capì da quanto spesso sorvegliavano quelle divise blu.
 
Gli psicologi avevano ragione..
 
Alessandro voleva poter sparire.
 
Passò del tempo, che sembrava non fluire mai in cella.
 
Si accorse che quel mondo che respirava tra il cemento ed il ferro era fatto di persone e che lui, tutta quell’umanità nascosta, l’aveva sempre ignorata fino a quel momento.
 
Le diffidenze verso i baschi azzurri svanirono e addirittura, al riparo dalla riprovazione di quelli che erano fuori per ciò che aveva fatto, cominciò a sentirsi più al sicuro dentro che fuori.
 
In cella ovviamente non trovò un criminale incallito come temeva, ma un trentenne con pochi precedenti ed una maxi rissa sulle spalle in cui alcuni si fecero male sul serio.
 
Stava lì da qualche mese, non si comportava male nei suoi confronti e spesso si ritrovavano a parlare un po’ di tutto.
 
Anche quella era una persona, lo comprese allora.
 
Passavano i giorni, passarono i mesi e le stagioni.
 
Alessandro collaborava in carcere guadagnando qualcosa per sé.
 
La mamma ed il papà andavano spesso ai colloqui e gli dicevano di aver pazienza.
 
Le lettere di Alessandro colmavano il vuoto di non poter vedere i fratelli più piccoli di lui.
 
In una scrisse loro che cominciava ad abituarsi, che non era né vessato né umiliato.
 
Il cibo non era quello del ristorante ma tutto sommato quelli del convento se la cavavano onestamente per come lo preparavano.
 
Scrisse di sentirsi un ragazzo diverso, e che in ogni caso quell’esperienza dolorosa gli stava cominciando a riportare il senso delle cose, di sé stesso.
 
«Al mattino battono i ferri, ci contano e ci ispezionano anche quando vorremmo dormire, però quando ho manifestato qualunque esigenza, non hanno mai mancato di provare a venirmi incontro.
Voi non fate cretinate che dobbiate pagare come me e non preoccupatevi senza motivo per come sto, capito?»
 
Anni dopo arrivò anche per lui il giorno del definitivo congedo dal mondo penitenziario.
 
Riprese le sue poche cose, salutò un po’ di compagni di sventura e si avviò verso l’uscita accompagnato da due agenti in divisa.
 
Da fuori al cancello, a metà percorso, intravide i suoi genitori, i suoi fratelli e si fermò all’istante.
 
Erano cresciuti!.
 
Iniziò a piangere a dirotto.
 
Loro piangevano a loro volta osservandolo in lontananza.
 
Un gruppetto di agenti andò incontro al ragazzo.
 
Gli dissero di non farsi vedere così, che era tutto finito, che se ne doveva andare di corsa che non volevano mai più rivederlo da quelle parti.
 
Lo accompagnarono fino all’ingresso.
 
Da lì in poi ritornò tra le braccia dei familiari.
 
Quella parentesi si era finalmente chiusa.
 
Ora doveva inventarsi un nuovo modo per risorgere dalle sue ceneri ed andare avanti.
 
La vita, nonostante tutto continuava a scorrere così come aveva continuato a fare mentre si trovava dentro e gli pareva di non poterla afferrare più.
 
L’inizio di questa storia è fermo ad una mattina di fine estate, in un bar.
 
Mentre un ragazzo serviva al banco un caffè ad un agente della Polizia Penitenziaria in divisa.
 
Nel porgerglielo gli si velarono gli occhi.
 
Quel ragazzo era Alessandro, nel suo nuovo impiego: non aveva mai più rivisto quella divisa blu dalla sua dipartita dal carcere e nel rivederla si commosse.
 
«Voi siete stati i miei angeli.» e si mise a raccontare.
 
Dai racconti in cui l’umanità della Polizia Penitenziaria viene fuori si smentisce il teatrino mediatico di chi vorrebbe credere e far credere che dietro alla divisa blu che compie con dedizione e responsabilità il servizio d’istituto si nasconda il lupo.
 
Doverosa e giusta è la difesa dei baschi azzurri da parte di chi, dai sindacati ai vertici dell’Amministrazione Penitenziaria si impegna a tutelare l’onore e l’immagine del Corpo.
 
Ma se questa tutela continuasse ad essere considerata un atto dovuto o un’azione condotta con spirito di crociata da una sola delle parti in causa, a beneficio della verità sarebbe utile, negli intermezzi del teatrino di cui sopra, dare altrettanto peso alle testimonianze di chi quell’umanità l’ha sperimentata di persona.
 
I difensori difesi dunque anche da coloro che difendono? Alessandro, sebbene nato come attaccante di classe, ci direbbe di si, ne siamo certi.