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Home Page> Articolo> Pubblicato il: 11/06/2013  -  stampato il 08/12/2016


Un dito medio di distanza tra chi ha suběto la gogna mediatica e chi giudica gli altri dalla comoda poltrona di consigliere regionale

Di tutte le dichiarazioni rilasciate dopo la sentenza del processo per la morte di Stefano Cucchi, la più difficile da accettare e da commentare è quella di Lucia Castellano (leggi sotto), ex direttore del carcere di Bollate, attualmente Vicepresidente della Commissione Carceri in Regione Lombardia.

E’ difficile da accettare perché proviene da una persona che nel carcere ci ha lavorato e la Polizia Penitenziaria l’ha conosciuta.

Per assurdo sono molto più prevedibili e comprensibili le NON dichiarazioni di Giovanni Tamburino, attuale Capo del DAP che della Polizia Penitenziaria conosce solo i servigi e la lauta indennità quale Capo del Corpo.Almeno lui dimostra coerenza con la visione del suo mandato: massima attenzione solo ai rimproveri che provengono dall’Europa che lo costringono ad inventarsi fantomatiche “sorveglianze dinamiche” e completo disinteresse sulle condizioni di lavoro dei 38.000 Poliziotti Penitenziari.

Le dichiarazioni della Castellano invece sono difficili da comprendere anche perché non si riesce a capire dove vuole andare a parare.

Per prima cosa vorrei puntualizzare una mia ferma convinzione. Se il carcere, come afferma la Castellano, non è ancora una casa di vetro (come anche il SAPPE ha sempre auspicato) dipende dalla categoria dei Dirigenti penitenziari a cui ella stessa appartiene, anzi, mi pregio di far notare all’ex direttore di carcere Lucia Castellano, che da quasi un anno a dirigere la comunicazione del DAP, c’è quel Luigi  Pagano che lei dovrebbe conoscere bene per essere un suo stesso “collega” e per il fatto che è stato il suo Provveditore regionale del DAP in Lombardia per anni.

Da molto tempo Luigi Pagano è il Vice Capo del Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria, quindi se la Castellano ha proposte da fare o obiezioni da recriminare in fatto di comunicazione, citofoni pure a Pagano, sede DAP, terzo piano.

Ma è tutto il discorso della Castellano, o meglio il suo percorso che non è chiaro. Da quello che ho capito io, i punti salienti del suo discorso sono:

a) la sentenza non dice di chi è la responsabilità di aver ridotto Stefano Cucchi in quel modo;

b) A questa domanda non c’è risposta. E la mancanza di una risposta getta un’ombra sull’Amministrazione della Giustizia;

c) Quest’ombra si estende su tutte le forze dell’ordine e gli operatori penitenziari;

d) spero che si faccia strada, nella cultura istituzionale dell’amministrazione penitenziaria, la consapevolezza che la violenza, la mancanza di trasparenza nella comunicazione agli utenti e ai familiari non sono solo penalmente e amministrativamente rilevanti, sono anche un fenomenale boomerang contro la crescita dell’istituzione e dei suoi operatori;

e) i detenuti e i loro familiari si affidano a noi, alle risposte che siamo capaci di dare loro;

f) Se qualcuno queste risposte non è capace di darle, se non con la violenza e con l’omertà, deve, semplicemente, cambiare lavoro.

Soprattutto non comprendo come si possa associare il fatto che la “Sentenza Cucchi” non abbia indicato la responsabilità del decesso (in realtà la Sentenza lo indica... ndr) con l’allusione al fatto che le risposte ai detenuti non si devono dare attraverso la violenza o l’omertà.

Sono cosciente del fatto che la mia mancanza di comprensione sui nessi tra i vari punti possa dipendere in larga parte dai miei limiti, ma più rileggo quanto pubblicato da Ristretti Orizzonti (leggi sotto), tanto più rimango incredulo di come si possano rilasciare dichiarazioni del genere. A meno che la Castellano non conosca una verità che né io, né i Giudici che hanno emesso la sentenza di assoluzione per i nostri tre colleghi di Polizia Penitenziaria, conosciamo.

In tal caso sarebbe suo dovere morale e istituzionale contattare il primo Magistrato che incontra e mettere a verbale le verità in suo possesso.

Se poi tutto il discorso alla Castellano è sgorgato fuori dopo aver assistito a quel “famoso” dito medio sollevato in aula dopo la lettura della Sentenza, allora sono ancora più incredulo di come una persona degna di tanta stima e riconoscimento da parte di autorevoli personalità della politica, della società, della cultura, come Lucia Castellano, non sappia riconoscere in quel gesto tutta la tensione, la sofferenza, il rancore, lo sfogo, di una persona che da quatro anni è accusata di omicidio, reso ancora più infamante perché accusato di averlo commesso nel’esercizio delle sue funzioni di rappresentante dello Stato e delle Istituzioni. Stato e Istituzioni a cui quella persona ha prestato solenne giuramento di fedeltà.

Personalmente, di Dirigenti come Lucia Castellano, che non si fanno scrupolo di commentare un gesto di una persona assolta dall’aver commesso un omicidio infamante, senza tentare di “giustificare” quel gesto cercando di calarsi nei panni di chi ha vissuto quattro anni di inferno e chissà quanti ne dovrà vivere ancora, come poliziotto penitenziario, ne farei volentieri a meno.

Per questo auguro a persone come la Castellano una cariera politica lunga e ricca di soddisfazioni, nella speranza che non torni mai più ad occuparsi di Polizia Penitenziaria o argomenti collaterali ad essa.

Anzi già che c’è, saremmo molto grati alla Castellano se mettesse una buona parola per Giovanni Tamburino e Luigi Pagano nel suo ambientino politico, visto che mi pare che sulla Polizia Penitenziaria condividano l’indifferenza, i pregiudizi e il disinteresse.

Certo che è molto, ma molto facile valutare e giudicare le disgrazie degli altri dalla comoda posizione di consigliere regionale ... 

 

Leggi le dichiarazioni di Lucia Castellano pubblicate in “Ristretti Orizzonti” il 7 giugno 2013

La vicenda tragica della morte di Stefano Cucchi, all’indomani della sentenza di primo grado e proprio nella ricorrenza del 196° anniversario della fondazione del Corpo di Polizia Penitenziaria, mi fa riflettere sul mio lavoro di sempre e sulla sua complessità.

Stefano Cucchi è morto perché non adeguatamente curato all’interno dell’ospedale Sandro Pertini di Roma. La Corte d’Assise condanna i medici e gli infermieri per omicidio colposo. Le condizioni in cui versava quel ragazzo esigevano ben altre attenzioni, ben altre cure, che non sono state prestate.

Questi i fatti, questo il verdetto, che nessuno mette in discussione. Quello che la sentenza non dice, forse perché è un quesito ultra petitum, è di chi sia la responsabilità per averlo ridotto nello stato in cui tutta l’Italia l’ha visto (ormai, purtroppo, da morto). A questa domanda non c’è risposta. E la mancanza di una risposta getta un’ombra su quell’Amministrazione della Giustizia a cui la Costituzione chiede non solo di prendere in carico le persone private della libertà e di tutelarne i diritti fondamentali, ma addirittura di restituirle migliori, una volta libere.

Quest’ombra si estende su tutte le forze dell’ordine e gli operatori penitenziari che ogni giorno lavorano con dedizione per compiere, forse, il più delicato dei servizi alla persona.

Questo è inaccettabile. Io spero che si faccia strada, nella cultura istituzionale dell’amministrazione penitenziaria, la consapevolezza che la violenza, la mancanza di trasparenza nella comunicazione agli utenti e ai familiari non sono solo penalmente e amministrativamente rilevanti. Sono anche un fenomenale boomerang per la crescita dell’istituzione e dei suoi operatori.

Questa cultura non paga. Il presidente del Dap Nicolò Amato, qualche decennio fa, diceva che il carcere deve diventare una casa di vetro. Così che tutti possano guardare alla fatica, alla delicatezza e alla preziosità del nostro quotidiano lavoro all’interno di quelle mura.

Nel 2013 ancora non è così, e questo ci mortifica. I miei venti anni all’interno del carcere mi hanno insegnato che i detenuti, i loro familiari si affidano a noi, alle risposte che siamo capaci di dare loro. Non possono fare altro.

Se qualcuno (e si tratta di una minoranza) queste risposte non è capace di darle, se non con la violenza e con l’omertà, deve, semplicemente, cambiare lavoro. Prima che sia troppo tardi. Non è un lavoro per tutti.

E quel terribile gesto di alzare il dito medio contro una famiglia che ha perso un figlio affidato alle cure dell’amministrazione, purtroppo, lo dimostra. L’amministrazione penitenziaria, nonostante le assoluzioni, di cui ho il massimo rispetto, rischia di perdere la partita della credibilità, di fronte al Paese.

Oggi ci resta un ragazzo morto che qualcuno ha ridotto in fin di vita e qualcun altro non ha curato. Una sentenza che ci dice parte della verità. E un dito medio alzato in Tribunale, bandiera della legge del più forte che, ancora una volta, ha trionfato.

Non è questo che vogliamo, credo. (Lucia Castellano)

 

(ndr - nella foto il "dito medio" dell'artista Maurizio Cattelan esposto davanti alla Borsa di Milano)