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Home Page> Articolo> Pubblicato il: 15/12/2009  -  stampato il 10/12/2016


Il nuovo Trattamento di Fine Rapporto.

Il mondo del lavoro assiste dall’inizio degli anni ’90 ad una svolta riformatrice che non sembra eccessivo definire epocale.

 
Vuol dirsi del profondo mutamento connesso alla c.d. privatizzazione dell’intero sistema del pubblico impiego.
 
I prodromi di tale trasformazione sono ravvisabili nel D.Lgs. 503/92 (riforma Amato) e nel D.Lgs.
29/93.
 
Infatti, col primo provvedimento aveva inizio l’opera di ridefinizione del sistema previdenziale pubblico, mentre col secondo si avviava l’omogeinizzazione del comparto pubblico col settore privato.
 
Tale ristrutturazione radicale discendeva dalla obiettiva constatazione di una profonda situazione di crisi generata dal rallentamento dello sviluppo e dal progressivo invecchiamento della popolazione, aggravata dalla mancanza di meccanismi automatici di correzione degli squilibri.
 
Di qui la necessità di soluzioni che, evitando di provocare lacerazioni troppo forti nel tessuto sociale, fossero però in grado di porre rimedio a dinamiche insostenibili dei sistemi previdenziali.
 
Tutto ciò, peraltro, tenendo ben ferme alcune linee guida fondamentali.
 
Vuol dirsi, in primo luogo, del convincimento per cui il contratto di solidarietà tra le generazioni non possa considerarsi un istituto storicamente superato.
 
Esso richiede, però, un’operazione di ridisegno che individui coerentemente strumenti e obiettivi, rispetti i vincoli di bilancio e metta il sistema al riparo da soluzioni meramente temporanee.
 
Vi è, inoltre, l’ulteriore premessa fondamentale secondo cui la previdenza pubblica a ripartizione non potrà più rappresentare – come ha rappresentato per mezzo secolo – l’unico pilastro su cui costruire la ricchezza pensionistica delle famiglie.
 
In quest’ottica si è imposta l’operazione di ridisegno di quel generale complesso di strumenti di protezione (c.d. welfare state), tendenti ad impedire un’eccessiva divaricazione sociale tra lavoratori e pensionati.
 
Tale intervento è iniziato pressochè ovunque nei paesi avanzati assumendo la forma di una rinuncia, più o meno marcata, all’unicità del pilastro pubblico e alla costruzione di un sistema con molti pilastri nel quale, accanto alle pensioni pubbliche, compaiono, con un ruolo variamente articolato, forme private di risparmio per l’età anziana di tipo collettivo (fondi pensione) e individuali (assicurazioni sulla vita e piani pensionistici personali), nonché moduli di pensionamento flessibile che consentano un ritiro graduale dall’attività lavorativa.
 
Così, nel sistema attuale si determinano i presupposti per una forte espansione dell’industria dei prodotti previdenziale.
 
In Italia, questo processo di ridefinizione è segnato da due riforme pensionistiche, del 1992 e 1995, e da una serie di provvedimenti minori nel periodo intermedio e in quello successivo; anche se il pilastro pubblico, opportunamente modificato e con prestazioni meno generose, è destinato a rimanere di gran lunga prevalente, l’elemento qualificante è rappresentato dal carattere misto del nuovo sistema, con la presenza di una componente privata costituita dai fondi pensione destinati a giocare un ruolo sempre crescente nel tempo.
 
Invero, la grandiosa costruzione del welfare state, basata sull’ambizioso principio dello stato sociale mirante al benessere di tutti i cittadini, a tutte le età, ha lasciato al mercato un compito soltanto residuale, quando non addirittura inesistente a causa della mancanza o dell’eccessiva onerosità di strumenti assicurativi per certi tipi di rischi.
 
Cardine di questa evoluzione è stata l’idea che lo stato potesse fare meglio del mercato non soltanto sotto il profilo del perseguimento di obiettivi di equità e di protezione sociale, che al mercato stesso sono estranei, ma anche in termini di efficienza; in tal modo si è venuta a privilegiare una finalità redistributiva pubblica rispondente ad un ideale di società più giusta, in luogo del meccanismo della capitalizzazione privata.
 
Tuttavia, come già accennato, negli ultimi decenni, la sostenibilità finanziaria dei sistemi pensionistici pubblici è stata minata dall’emergere di due fattori fondamentali: a) la diminuzione tendenziale del tasso di crescita dell’economia, che ha inciso negativamente sulla dinamica delle entrate; b) il progressivo invecchiamento della popolazione, che ha fortemente incrementato le uscite.
 
A ciò aggiungasi la tendenza dei processi legislativi sia a intervenire in melius, con un eccesso di generosità verso le generazioni presenti e a scapito di quelle future, sia a frammentare il sistema, con una legislazione ad hoc che non sempre ha favorito l’equità.
 
Ecco quindi presentarsi l’esigenza di ricercare un giusto equilibrio tra assicurazione e redistribuzione con conseguente necessità di interventi di riforma il cui fulcro centrale è costituito dal tema della cosiddetta privatizzazione della previdenza.
 
Sotto il profilo meramente economico, si può argomentare come il sistema previdenziale ottimale sembrerebbe essere rappresentato da un sistema misto, con la presenza simultanea di un’assicurazione pubblica a ripartizione, obbligatoria e uniforme tra le categorie, e di un’assicurazione privata a capitalizzazione, integrativa della prima, volontaria e più ritagliabile sulle esigenze e preferenze dei singoli.
 
Siffatto sistema misto dovrebbe essere in grado di bilanciare, meglio dell’alternativa basata su uno soltanto degli schemi, gli effetti disincentivanti della redistribuzione con una prospettiva di relativa sicurezza per le generazioni anziane, l’incentivazione al risparmio e all’accumulazione di capitale con l’assicurazione, i rischi sociali con la tutela dei singoli, le libertà individuali con la partecipazione obbligatoria a un sistema collettivo di risparmio per l’età anziana.
 
Così delineato a grandi linee l’attuale assetto socio-economico di riferimento è quantomai opportuno sottolineare la rilevanza delle recenti novità normative in tema di trasformazione dell’indennità di buonuscita in TFR e la contestuale incentivazione dei fondi pensione nel settore pubblico.
 
Da quanto esposto è possibile trarre talune riflessioni conclusive di sicuro rilievo.
 
In primo luogo, la progressiva variazione del sistema pensionistico pubblico ha prodotto il passaggio da un sistema retributivo a quello contributivo; ciò che significa che anche nell’ambito del sistema pensionistico pubblico le future pensioni degli italiani dipenderanno sempre più da quanto si versa.
 
A ciò aggiungasi la graduale eliminazione della pensione di anzianità.
 
Di qui l’ineluttabilità dell’adesione ai fondi pensione complementari onde mantenere un sufficiente livello di reddito anche successivamente alla cessazione del rapporto lavorativo.
 
Tale valutazione appare ancor più fondata in ipotesi di lavoratori con ridotta anzianità contributiva ovvero neo assunti per i quali la prospettiva del trattamento di quiescenza prossimo venturo appare ben lontana dagli attuali livelli economici, aggirandosi intorno al 48-50% della base pensionabile.
 
Ulteriore corollario di quanto sopra è rappresentato dalla necessità, per coloro i quali dovessero optare per l’adesione ai fondi pensione e, comunque, per i neo assunti, di effettuare versamenti non eccessivamente modesti che produrrebbero una previdenza complementare insufficiente a garantire il livello reddituale goduto sino al momento del collocamento a riposo.
 
In buona sostanza la rivoluzione copernicana rappresentata dalla riforma implica un mutamento di mentalità per cui il lavoratore dovrà affrontare piccoli sacrifici oggi per mantenere il suo potere d’acquisto domani.
 
Pertanto, si imporrà una decisa azione di sensibilizzazione degli organi di governo, parlamentari e forze sociali tesa ad allargare la base retributiva per il calcolo del TFR attraverso l’inclusione di ulteriori emolumenti quali l’indennità di polizia ovvero di istituto ed anche affinchè i medesimi organi facciano opera di convincimento ed intermediazione nei confronti della controparte pubblica per l’incentivazione del finanziamento dei fondi con ulteriori accantonamenti equivalenti a quelli volontari posti dalla contrattazione collettiva a carico dei lavoratori.
 
L’azione delineata dovrà, per una maggiore efficacia, inserirsi in un contesto di defiscalizzazione dei contributi capace di agevolare l’avvio e la maggiore adesione ai fondi medesimi.
 
Non ultimo, sarà compito preminente delle organizzazioni sindacali concorrere a selezionare con estrema attenzione il soggetto gestore del fondo dalle cui capacità e professionalità dipenderà la redditività dei fondi e, conseguentemente, le prestazioni finali.
 
Tale scelta non dovrà essere disgiunta dalla formazione di un capace ed oculato organo di controllo all’interno del quale sarà indispensabile collocare rappresentati di assoluta affidabilità e competenza in materia.