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Home Page> Articolo> Pubblicato il: 16/06/2013  -  stampato il 07/12/2016


Corte Costituzionale da ragione a Magistrato di Sorveglianza: il DAP non puņ discutere le sue decisioni

 

I detenuti hanno diritto a vedere la tv in carcere e il DAP non può ostacolare le decisioni del Magistrato di Sorveglianza.

LEGGI LA SENTENZA DELLA CORTE COSTITUZIONALE RIGUARDANTE DIRITTO DEI DETENUTI  A VEDERE TV

"L’estensione e la portata dei diritti dei detenuti può infatti subire restrizioni di vario genere unicamente in vista delle esigenze di sicurezza inerenti alla custodia in carcere. In assenza di tali esigenze, la limitazione acquisterebbe unicamente un valore afflittivo supplementare rispetto alla privazione della libertà personale, non compatibile con l’art. 27, terzo comma, Cost.". Con queste parole la Corte Costituzionale, in un procedimento per conflitto di attribuzioni ha ritenuto illegittimo impedire la visione di alcuni programmi tv ai detenuti del Carcere di Rebibbia in regime di 41-bis, il cd. 'carcere duro'.

La Corte, accogliendo il ricorso del magistrato di sorveglianza e stabilendo che un provvedimento ministeriale non può sconfessare la decisione di un giudice, ha spiegato che "le decisioni del magistrato di sorveglianza, rese su reclami proposti da detenuti a tutela di propri diritti (...) devono ricevere concreta applicazione e non possono essere private di effetti pratici da provvedimenti dell’Amministrazione penitenziaria o di altre autorità" stabilendo così che non spettava al Ministro della giustizia disporre di non dare esecuzione ad un’ordinanza del magistrato di sorveglianza in materia di 41-bis.

Secondo la ricostruzione della vicenda, il magistrato di sorveglianza annullava l'atto del direttore generale per i detenuti presso il Ministero della Giustizia che inibiva a tutti i soggetti in regime di detentivo di cui all'art. 41-bis della legge sull'ordinamento penitenziario, la visione dei canali televisivi, in particolare, Rai Sport e Rai Storia. Il Ministero disponeva però di non dare esecuzione a questa ordinanza e il magistrato promuoveva ricorso per conflitto di attribuzioni.

Al di là della risoluzione del conflitto di attribuzione tra poteri che ha visto 'vincere' il potere giudiziario su quello esecutivo, quello che qui interessa è che la Corte Costituzionale ha sostanzialmente avallato la decisione del magistrato di sorveglianza che aveva ritenuto la visione di alcuni programmi televisivi (rai sport e rai storia) assolutamente compatibile con il regime di carcere duro. L'eventuale limitazione della visione dei programmi violerebbe , secondo il giudice delle leggi, non solo l'art. 21 della Costituzione ma anche l'art. 27, in quanto incompatibile con il diritto costituzionalmente garantito all'informazione e con l'altro fondamentale principio della rieducazione del detenuto.

Attribuendo il potere al magistrato di sorveglianza, la sentenza avrà così l'effetto di permettere ai detenuti del carcere di Rebibbia di vedere i programmi televisivi censurati dall'amministrazione penitenziaria.

"Nel caso oggetto del presente conflitto, - si legge nella parte motiva della sentenza del giudice delle leggi - il Magistrato di sorveglianza di Roma, con ordinanza del 9 maggio 2011, aveva ordinato all’Amministrazione penitenziaria (Casa circondariale Rebibbia di Roma) il ripristino della possibilità per un detenuto – sottoposto al regime di cui all’art. 41-bis ord. pen. – di assistere ai programmi trasmessi dalle emittenti televisive 'Rai Sport' e 'Rai Storia', in quanto il relativo 'oscuramento' aveva leso il diritto soggettivo all’informazione del detenuto medesimo.

Non solo l’Amministrazione penitenziaria non aveva provveduto di fatto alla riattivazione dei segnali provenienti dalle suddette emittenti televisive, ma era intervenuto successivamente, in data 14 luglio 2011, un provvedimento del Ministro della giustizia – adottato su conforme proposta del Dipartimento dell’Amministrazione penitenziaria – con cui si manifestava formalmente la volontà di 'non ottemperare' alla decisione del Magistrato di sorveglianza. Il confronto tra le conclusioni ricavabili dalle norme e dalla giurisprudenza costituzionale prima richiamate e gli atti che hanno dato origine al presente conflitto non può che avere l’esito di una dichiarazione di non spettanza al Ministro della giustizia del potere di non dare esecuzione all’ordinanza del Magistrato di sorveglianza di Roma del 9 maggio 2011. Nel caso di specie, infatti, non viene in rilievo una doglianza su aspetti generali o particolari dell’organizzazione penitenziaria, ma la lesione del diritto fondamentale all’informazione, tutelato dall’art. 21 Cost., che il giudice competente ha ritenuto ingiustificatamente compresso da un provvedimento limitativo dell’Amministrazione penitenziaria.

L’estensione e la portata dei diritti dei detenuti può infatti subire restrizioni di vario genere unicamente in vista delle esigenze di sicurezza inerenti alla custodia in carcere. In assenza di tali esigenze, la limitazione acquisterebbe unicamente un valore afflittivo supplementare rispetto alla privazione della libertà personale, non compatibile con l’art. 27, terzo comma, Cost.", ha concluso la Corte.