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Home Page> Articolo> Pubblicato il: 01/07/2013  -  stampato il 07/12/2016


La bomba anagrafica - Prima parte

Cari vecchi agenti di custodia, ai vostri tempi non esisteva l’Unione Europea con le sue soffocanti direttive, non esisteva il pareggio di bilancio in Costituzione, , né lo sforamento del patto di stabilità. Potevate andare in pensione con 20 anni di servizio, anzi come ripeteva ossessivamente l’appuntato Caputo (ormai in pensione da 30 anni): Ann’ha passà sti 19 anni, 6 misi, e 1 juorno.

Oggi ci si scandalizza per aver permesso di andare in pensione tanti agenti con appena 20 anni di servizio, e comunque non oltre i 25 anni di servizio. Ma io dico: scandalizzarci per che cosa? Il lavoro dell’agente di custodia, prima dell’entrata in Europa (con tutte le sue maledette indicazioni di bilancio che stanno soffocando l’economia degli Stati che hanno perduto la loro sovranità) era considerato, in una scala di lavori usuranti, al 2° posto dopo i minatori. L’andare in pensione dopo 20 anni aveva una sua logica umana. Il servizio degli agenti di custodia, sottoposti nel tempo ad elevato stress, stando a contatto da 10 a 16 ore al giorno con i detenuti, prestando servizi in qualsiasi condizione climatica, all’addiaccio, con 8 – 9 notti al mese e senza riposi o con un riposo al mese (avete mai visto un brogliaccio degli anni ’50, non esistevano i riposi se non per il Comandante) e con pochissimi momenti liberi, riduceva l’agente dopo 20 anni di servizio, ad un sessantenne nell’aspetto, con rughe a zampa di gallina agli angoli degli occhi e con un invecchiamento precoce frutto di un mix di stress, cattiva qualità della vita e del servizio, correnti d’aria, sottoposizione continua a caldo – freddo nei turni di sentinella, disciplina esasperata, violenza…

Prima dell’invenzione Europea i nostri tanto vituperati politici della 1^ Repubblica avevano capito che il lavoro dell’agente di custodia era un lavoro che anagraficamente non si poteva più fare oltre i 42, 45 anni. Non era possibile allora, infatti, prevedere cinquantenni in servizio, e in effetti una vecchia norma prevede ancora l’esonero dei turni notturni (a contatto con i detenuti) una volta raggiunto il traguardo anagrafico dei 50 anni.

Fino ad una trentina di anni fa, era veramente difficile trovare cinquantenni in servizio. In ogni carcere se ne trovava uno, forse due che avevano raggiunto il 50° anno di età. Questi venivano immediatamente esonerati dalle notti (spesso anche prima dei 50 anni) e sembravano i padreterni in mezzo a tutti quei giovani agenti appena usciti dalla Scuola di Formazione, o ogni tre mesi dai corsi di Ausiliari.

Oggi, grazie alle riforme pensionistiche che si sono susseguite non c’è più differenza tra un lavoro usurante ed uno d’ufficio; esistono solo i problemi di bilancio, il taglio della spesa pubblica, il turn over e tanti altri artifizi finanziari che non tengono in considerazione il fattore fisico e umano del nostro lavoro.

Per andare in pensione devi avere 40 anni e qualcosa di contributi e ce ne infischiamo se a 50 anni (così come lo eri a 20) sei ancora nel Reparto detentivo con il detenuto che ti chiede se può telefonare o come mai ancora non ha il nulla osta per i colloqui con la convivente, che vuole fare la doccia ma quel giorno non spetta a quel piano, che vuol passare un piatto di pasta da una cella all’altra quando i lavoranti sono chiusi, che per una sigaretta negata rompe il lavandino della cella e si squarcia le braccia gettandoti il sangue addosso, come se gli fosse stato negato un diritto. E’ vero, oggi, rispetto al passato turni notturni ne facciamo di meno grazie agli accordi sindacali che prevedono il contributo al SAT delle c.d. cariche fisse, ma è pur vero che affrontare un turno notturno a 50 anni è impresa assai ardua.