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Home Page> Articolo> Pubblicato il: 10/07/2013  -  stampato il 02/12/2016


Don Luigi Melesi: "Il carcere gestito da cani" Sappe: "E vero, ma le colpe non sono della Polizia Penitenziaria"

Tra le tante e tante notizie che ci interessano e che ogni giorno passo in rassegna, una in particolare mi ha colpito per la forma e i contenuti che ci riguardano.

Nello specifico mi riferisco ad una frase attribuita all’ex cappellano di Milano San Vittore in una intervista pubblicata dal settimanale Famiglia Cristiana.

Non ho potuto evitare di replicare alle opinioni espresse dal prelato come potete leggere nella lettera che ho indirizzato al Direttore del periodico editato dalla Conferenza Episcopale Italiana.


Spettabile redazione,
si parla ciclicamente dell’emergenza carceri del nostro Paese. Lo ha fatto e lo fa, periodicamente e meritoriamente, anche Famiglia Cristiana, settimanale molto letto nei nostri penitenziari italiani, da ultimo con l’intervista a don Luigi Melesi, ex cappellano di Milano San Vittore (n. 25 del 23 giugno 2013).

Mi ha colpito, in particolare, una delle risposte date a Fulvio Scaglione: “Il carcere potrebbe anche innescare il cambiamento, se fosse gestito nel modo giusto. Invece è gestito da cani. Ed è la vera università del delitto”. Ha ragione, don Luigi: l’istituzione carcere è gestita male. E le colpe, aggiungo, sono tante e diffuse.

Da addetto ai lavori, con oltre 40 anni di onorato servizio nella Polizia Penitenziaria, e da Segretario Generale del primo e più rappresentativo Sindacato dei Baschi Azzurri del Corpo, dico che quel che serve sono processi più rapidi (più del 37% dei circa 66mila detenuti oggi presenti nelle carceri italiane sono in attesa di un giudizio definitivo); l’espulsione degli oltre 23.200 detenuti stranieri presenti oggi in Italia; la detenzione nelle Comunità terapeutiche dei detenuti tossicodipendenti, che sono oggi 1 su 4 dei presenti. Non solo: il fatto che i detenuti non siano impiegati in attività lavorative o comunque utili alla società (come i lavori di pubblica utilità) favorisce l’ozio in carcere e l’acuirsi delle tensioni. Ricordo a me stesso che, secondo le leggi ed il regolamento penitenziario, il lavoro è elemento cardine del trattamento penitenziario e «strumento privilegiato» diretto a rieducare il detenuto e a reinserirlo nella società.

Ma in realtà, su questo e su molti altri temi penitenziari, c’è profonda ipocrisia. Tutti ad esempio, politici in testa, sostengono che i detenuti devono lavorare: ma poi, di fatto, a lavorare nelle carceri oggi è una percentuale davvero irrisoria di detenuti: meno del 20%, e peraltro prevalentemente in lavori interni alla struttura come addetti alle pulizie, cuochi, cucinieri e simili. Stare chiuso in cella 20 ore al giorno, senza far nulla, nell’ozio e nell’apatia, alimenta una tensione detentiva nelle sovraffollate celle italiane fatta di risse, aggressioni, suicidi e tentativi suicidi, rivolte ed evasioni che genera condizioni di lavoro dure, difficili e stressanti per le donne e gli uomini della Polizia Penitenziaria, sotto organico di ben 7mila unità.

I poliziotti e le poliziotte penitenziari italiani hanno salvato negli ultimi vent’anni decine di migliaia di vite umane in carcere, intervenendo tempestivamente e salvando la vita a chi ha tentato di suicidarsi (impiccandosi alle sbarre della finestra, inalando gas da bombolette di butano che si continuano a far detenere nonostante la loro pericolosità, avvelenandosi con farmaci, droghe o detersivi, soffocandosi con un sacco infilato in testa) e impedendo che atti di autolesionismo potessero degenerare ed ulteriori avere gravi conseguenze. Si pensi che nel solo 2012 ci sono stati in carcere 56 detenuti morti per suicidio (30 italiani e 26 stranieri) e 97 decessi per cause naturali (82 italiani e 17 stranieri). I suicidi sventati in tempo dalle donne e dagli uomini della Polizia Penitenziaria sono stati 1.308. L’anno prima, il 2011, ha registrato morti per suicidio 63 detenuti e morti per cause naturali 102 persone ristretto. I suicidi sventati dagli agenti di Polizia Penitenziaria erano stati 1.003.

E’ allora importante per il Paese conoscere il lavoro svolto dai poliziotti penitenziari, è importante che la Società riconosca e sostenga l'attività risocializzante della Polizia Penitenziaria e ne comprenda i sacrifici sostenuti per svolgere tale attività, garantendo al contempo la sicurezza all'interno e all'esterno degli Istituti. Il nostro Corpo è costituito da persone che nonostante l’insostenibile, pericoloso e stressante sovraffollamento credono nel proprio lavoro, che hanno valori radicati e un forte senso d’identità e d’orgoglio. Persone che lavorano ogni giorno, nel silenzio e tra mille difficoltà ma con professionalità, umanità, competenza e passione nel dramma delle sezioni detentive italiane.

Altro che la vigilanza dinamica e l’autogestione delle carceri come vorrebbero il Capo DAP Tamburino e il suo Vice Pagano, progetto pericoloso se mantiene il reato della “colpa del custode” e sopprimendo contestualmente i posti di servizio della Polizia Penitenziaria in carcere a tutto discapito della sicurezza!
Ricordarlo, ogni tanto, è a mio doveroso.

Ai lettori di Famiglia Cristiana ma soprattutto a coloro che hanno il potere e l’autorità di assumere decisioni significative e concrete sui temi del carcere.