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Home Page> Articolo> Pubblicato il: 18/07/2013  -  stampato il 10/12/2016


I colleghi si uccidono nell’indifferenza generale: chi sono i responsabili morali?

La notizia dell’ennesimo suicidio del collega che prestava servizio al Carcere di Agrigento, che segue a poca distanza di tempo altri due suicidi di poliziotti penitenziari, sembra anche stavolta, a parte qualche intervento sindacale di rito e il cordoglio espresso dai vertici dipartimentali, che non riesca a scuotere le coscienze. Non si fa nulla per studiare seriamente quello che è diventato un fenomeno, con oltre cento suicidi in dieci anni tra i dipendenti dell’Amministrazione Penitenziaria, e prendere le contro misure, cercare di arginare il fenomeno.

Ma la domanda è sempre una, anche se si cerca di nasconderla, di non farla: ma il nostro lavoro c’entra con tutti questi suicidi? C’è comunque una correlazione? E’ vero, tutti coloro che decidono di farla finita hanno dei problemi familiari, forse fisici, o molti la fanno finita per i troppi debiti accumulati; ma quanto incide il nostro lavoro sommato a questi problemi? Sono queste le domande alle quali vorremmo delle serie risposte. Non basta fare dei corsi sul benessere organizzativo, ci vogliono azioni concrete per ridare ad esempio, speranze alle migliaia di colleghi separati che passano l’assegno di mantenimento alle mogli e non sanno più dove sbattere la testa.

E invece che fanno i nostri Dirigenti, anziché investire sulle caserme, cercando di dare un alloggio a chi non può più pagare nemmeno l’affitto, si inventano dei canoni da pagare per chi è costretto ad alloggiare nelle sempre più rare caserme ormai colpevolmente dismesse da tempo.

Anziché reperire fondi per ristrutturarle e iniziare a fare uscire dal tunnel molti colleghi dando loro la possibilità di un alloggio, anziché pensare su come fare per dare parte della buonuscita prima del collocamento in pensione, anziché organizzare un serio centro di ascolto per ogni Istituto, anziché, insomma, indagare su come vivono i propri dipendenti, si pensa solo ad un piano di edilizia carceraria (ovvero aumentare i posti letto dei detenuti, ma sempre con lo stesso personale che semmai farà la vigilanza dinamica e se succede qualcosa viene indagato sempre l’agente), o ad abolire gli ospedali psichiatrici giudiziari mandando i detenuti pazzi ad infoltire le celle dei penitenziari italiani, logorando ancora di più nella psiche i poveri poliziotti penitenziari di sezione.

Capisco che in un periodo di crisi come quello che viviamo, protestare passa in secondo piano, perché in tanti hanno perso il lavoro e versano in gravissime condizioni economiche, ma non possiamo arrenderci ed essere inermi di fronte ad un fenomeno così allarmante come quello dei suicidi.

Forse dovremmo nuovamente scendere in piazza per reclamare a gran voce i nostri diritti. Forse dovremmo tornare nuovamente ad autoconsegnarci e a fare gesti eclatanti per avere l’attenzione dei mass media, perché nonostante tutti gli allarmi lanciati in questi ultimi anni sul rischio suicidio correlato ad un disagio lavorativo, davvero poco si è fatto, quasi niente per i poliziotti penitenziari e questo colpevole ritardo probabilmente (spero proprio di sbagliarmi) produrrà nel tempo altre morti per le quali non si troveranno responsabili morali.

Ma quali centri d'ascolto: serve un Capo del Personale di Polizia Penitenziaria!

 

Benessere del Personale e suicidi nella Polizia Penitenziaria.