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Home Page> Articolo> Pubblicato il: 08/03/2013  -  stampato il 08/12/2016


Sanzione disciplinare: Assistente Capo perde ricorso inerente rapporti gerarchici

REPUBBLICA ITALIANA
IN NOME DEL POPOLO ITALIANO
Il Tribunale Amministrativo Regionale per la Emilia Romagna
(Sezione Prima)
ha pronunciato la presente
SENTENZA
sul ricorso n. 903 del 2012 proposto da M.D., rappresentato e difeso dall'avv. Alessia Zarrillo, con domicilio presso la Segreteria del Tribunale;
contro
il Ministero della Giustizia, il Ministero della Giustizia - Dipartimento dell'Amministrazione penitenziaria - Provveditorato regionale dell'Emilia-Romagna e la Direzione della Casa circondariale di Rimini, in persona dei rispettivi rappresentanti legali p.t., difesi e rappresentati dall'Avvocatura distrettuale dello Stato di Bologna, domiciliataria ex lege;
per l'annullamento
del provvedimento prot. n. 29071 - Contenzioso del 20 luglio 2012, con cui il Provveditorato regionale dell'Emilia-Romagna del Dipartimento dell'Amministrazione Penitenziaria del Ministero della Giustizia ha rigettato il ricorso gerarchico presentato dal sig. M.D. avverso il provvedimento di irrogazione della sanzione disciplinare della "censura" adottato nei suoi confronti dal Direttore della Casa circondariale di Rimini in data 26 marzo 2012;
del provvedimento sanzionatorio prot. n. 03838 del 26 marzo 2012, a firma del Direttore della Casa Circondariale di Rimini.
Visto il ricorso con i relativi allegati;
Visto l'atto di costituzione in giudizio del Ministero della Giustizia, del Ministero della Giustizia - Dipartimento dell'Amministrazione penitenziaria - Provveditorato regionale dell'Emilia-Romagna e della Direzione della Casa circondariale di Rimini;
Visti gli atti tutti della causa;
Nominato relatore il dott. Italo Caso;
Uditi, per le parti, alla pubblica udienza del 21 febbraio 2013 i difensori come specificato nel verbale;

Svolgimento del processo - Motivi della decisione

Con nota prot. n. 2440 del 27 febbraio 2012 il Direttore della Casa Circondariale di Rimini formulava al ricorrente, in servizio presso quell'istituto con la qualifica di "assistente capo di Polizia Penitenziaria", la seguente contestazione di addebito disciplinare: "...Si contesta alla S.V. l'infrazione prevista dall'Art. 2, comma 1, lett. c) et e) del D.Lgs. n. 449 del 1992, poiché, in data 27.09.2011, mentre usciva dall'Istituto, gli veniva comunicato da parte di altro Personale di Polizia Penitenziaria di recarsi presso l'Ufficio del Comandante e rispondeva proferendo testuali parole: "Se il Comandante vuole vedermi deve venire lui da me". Il comportamento assunto dalla S.V. viola le norme di condotta e doveri di comportamento che il personale di Polizia Penitenziaria è tenuto ad assumere nei confronti dei superiori gerarchici, ai sensi dell'art. 10 e 15 del Regolamento di servizio del Corpo di Polizia Penitenziaria del D.P.R. 15 febbraio 1999, n. 82 ...". Indi, acquisite le giustificazioni dell'interessato e valutato che in tale sede "...lo stesso conferma di aver pronunciato la frase: "se il Comandante vuole parlare con me, deve venire lui da me" - così come relazionato dall'addetto al Reparto Comandi del Block-House - quando invece poteva rispondere che al rientro in sede dalla seduta di fisioterapia si sarebbe recato dal Superiore gerarchico, oppure al più tardi l'indomani mattina, cosa che, invece, non si è assolutamente verificata ...", il Direttore della Casa circondariale di Rimini disponeva l'irrogazione della sanzione disciplinare della "censura", ai sensi dell'art. 2, comma 1, lett. c) ed e), del D.Lgs. n. 449 del 1992 (v. provvedimento prot. n. 03838 del 26 marzo 2012). Proposto, poi, ricorso gerarchico, il Provveditorato regionale dell'Emilia-Romagna del Dipartimento dell'Amministrazione Penitenziaria del Ministero della Giustizia respingeva il reclamo (v. provvedimento prot. n. 29071 - Contenzioso del 20 luglio 2012, a firma del Provveditore Vicario Reggente).
Avverso il provvedimento di reiezione del ricorso gerarchico e avverso il provvedimento di irrogazione della sanzione ha proposto impugnativa il D.. Deduce la violazione dell'art. 55-bis, comma 2, del D.Lgs. n. 165 del 2001, per essere la contestazione disciplinare intervenuta solo in data 28 febbraio 2012 (oltre venti giorni dopo l'episodio, risalente al 27 settembre 2011) e per essere stata la sanzione irrogata solo in data 26 marzo 2012 (oltre centoventi giorni dopo l'episodio), con conseguente adozione di tali atti quando si era già estinto il potere sanzionatorio; denuncia, ancora, che la decadenza dal relativo potere si era comunque determinata ai sensi dell'art. 120 del D.P.R. n. 3 del 1957 - se applicabile al caso di specie -, per essere la contestazione disciplinare sopraggiunta quando era già scaduto il termine di massimo novanta giorni dal verificarsi della condotta sanzionata; lamenta, inoltre, di non essere stato convocato per svolgere in contraddittorio le proprie difese, così come previsto dall'art. 55-bis, comma 2, del D.Lgs. n. 165 del 2001 e dall'art. 120 del D.P.R. n. 3 del 1957; assume, poi, insussistente l'infrazione disciplinare, per non avere egli proferito parole offensive o irrispettose nei confronti del superiore gerarchico, al quale aveva semplicemente mandato a dire che, in quanto fuori servizio per malattia, non avrebbe avuto titolo legale ad accedere all'area detentiva e non avrebbe quindi potuto raggiungere l'ufficio del Comandante che lo aveva convocato, sicché tutto si sarebbe risolto in un vero e proprio malinteso; imputa, altresì, all'Amministrazione di non avere dato un'esaustiva motivazione della scelta operata; si duole, infine, del rigetto del ricorso gerarchico nonostante a quella data l'organo decidente non avesse ancora ricevuto i chiarimenti richiesti alla Direzione della Casa circondariale di Rimini, la quale d'altra parte avrebbe in tale occasione confermato, con il tenore delle proprie osservazioni, l'ingiustificata e censurabile ostilità nei confronti del dipendente. Di qui la richiesta di annullamento degli impugnati.
Si sono costituiti in giudizio il Ministero della Giustizia, il Ministero della Giustizia - Dipartimento dell'Amministrazione penitenziaria - Provveditorato regionale dell'Emilia-Romagna e la Direzione della Casa circondariale di Rimini, a mezzo dell'Avvocatura dello Stato, resistendo al gravame.
Nel pronunciarsi sull'istanza cautelare del ricorrente, la Sezione riteneva di dover fissare immediatamente l'udienza di merito, ai sensi dell'art. 55, comma 10, cod.proc.amm. (ord. n. 656 dell'8 novembre 2012).
All'udienza del 21 febbraio 2013, ascoltati i rappresentanti delle parti, la causa è passata in decisione.
Osserva il Collegio che una prima serie di questioni è incentrata sull'inosservanza dei termini perentori fissati per l'esercizio del potere disciplinare dall'art. 55-bis, comma 2, del D.Lgs. n. 165 del 2001 e dall'art. 120 del D.P.R. n. 3 del 1957 - sicché l'Amministrazione avrebbe irrogato al ricorrente la sanzione della "censura" quando era oramai decaduta dal potere di provvedere -, e sull'inosservanza dell'obbligo di convocazione del dipendente per ammetterlo a svolgere le sue difese in contraddittorio con l'organo decidente. Sennonché, come è noto, in sede di ricorso giurisdizionale avverso una decisione adottata a seguito di ricorso gerarchico sono inammissibili i motivi che non siano stati già dedotti in sede gerarchica nei confronti dell'atto impugnato, e ciò al fine di evitare la possibile elusione dei termini perentori entro i quali proporre ricorso giurisdizionale (v., tra le altre, Cons. Stato, Sez. IV, 15 marzo 2012 n. 1444); la circostanza, quindi, che le suindicate doglianze siano state formulate per la prima volta in sede giurisdizionale e non fossero state in precedenza fatte valere in sede gerarchica ne preclude al Collegio il vaglio e impone, per questa parte, una pronuncia di inammissibilità.
Le restanti censure investono l'avvenuta qualificazione della condotta del ricorrente come fattispecie riconducibile alle ipotesi di "mancanza di correttezza nel comportamento" e di "contegno comunque scorretto verso superiori, pari qualifica, dipendenti, pubblico", previste dall'art. 2, comma 1, lett. c) ed e), del D.Lgs. n. 449 del 1992, ed investono altresì la decisione di provvedere sul ricorso gerarchico nonostante la mancata acquisizione dei richiesti chiarimenti della Direzione della Casa circondariale di Rimini. Lungi dal rivelare un irriguardoso ed arrogante comportamento ("se il Comandante vuole parlare con me, deve venire lui da me"), il rifiuto di recarsi presso l'ufficio del Comandante del Reparto - che lo aveva convocato - sarebbe in realtà dovuto, a dire dell'interessato, all'oggettiva preclusione ad accedere all'area detentiva da parte di chi, come lui, fosse momentaneamente fuori servizio perché in malattia, e quindi a ragioni legate a regole interne che gli avrebbero impedito di dare séguito alla chiamata del superiore gerarchico, mentre la decisione conclusiva non avrebbe motivato in ordine alle diverse conclusioni del procedimento disciplinare; illegittima, poi, sarebbe la scelta di rigettare ugualmente il ricorso gerarchico, anche senza disporre di tutti gli elementi di giudizio utili alla decisione.
Le doglianze sono infondate.
La giurisprudenza ha più volte osservato che le norme relative al procedimento disciplinare sono necessariamente comprensive di diverse ipotesi, sicché spetta all'Amministrazione, in sede di formazione del provvedimento sanzionatorio, stabilire il rapporto tra l'infrazione e il fatto ed eventualmente attribuire a questo rilevanza disciplinare all'esito di un apprezzamento di larga discrezionalità, insindacabile nel merito da parte del giudice amministrativo, che può solo accertare che la valutazione operata rechi un travisamento dei fatti o che il convincimento non risulti formatosi sulla base di un processo logico e coerente (v., ex multis, Cons. Stato, Sez. IV, 8 gennaio 2013 n. 28). Nella fattispecie, a ben vedere, l'unica circostanza che giustificherebbe la condotta del ricorrente, privando di rilievo disciplinare il suo sgarbato rifiuto di recarsi presso l'ufficio del Comandante del Reparto (in quanto accompagnato dal provocatorio invito ad essere lui raggiunto dal superiore gerarchico), è l'addotta preclusione ad accedere in quel momento all'area detentiva - perché "fuori servizio" in séguito a malattia - secondo quanto prevederebbe la disciplina regolamentare in materia; in realtà, osserva il Collegio, la convocazione del Comandante del Reparto valeva in modo evidente come un'autorizzazione implicita a far rientro nell'istituto (e tale effetto era agevolmente comprensibile dall'interessato), sicché nulla sarebbe stato addebitato al ricorrente se, per dar corso ad una chiamata del superiore, avesse fatto ingresso in locali cui non avrebbe potuto spontaneamente accedere. La condotta del D., in definitiva, appare non irragionevolmente valutata dall'Amministrazione come un irrispettoso e arrogante rifiuto di rispondere ad una richiesta del superiore, che ben avrebbe potuto essere soddisfatta dopo l'effettuazione della prevista seduta di fisioterapia, e che comunque avrebbe dovuto essere disattesa solo con una esaustiva e leale indicazione dei motivi (diversi da quelli successivamente addotti) che avrebbero in ipotesi impedito l'adesione alla convocazione, tenuto conto dei doveri di comportamento codificati in via generale dall'art. 15 del D.P.R. n. 82 del 1999 ("Il personale del Corpo di Polizia Penitenziaria è tenuto al rispetto e alla lealtà di comportamento nei confronti dei superiori, dei colleghi e dei dipendenti ..."), che il precedente art. 10 conferma essere inderogabili anche nelle fasi temporali in cui non si presti servizio ("...Il personale, anche fuori servizio, mantiene una condotta conforme alla dignità delle proprie funzioni"). La sanzione, poi, deve ritenersi immune dal denunciato difetto di motivazione, essendo invero agevole ricavare dagli atti del procedimento (in particolare dal passaggio "...lo stesso conferma di aver pronunciato la frase: "se il Comandante vuole parlare con me, deve venire lui da me" - così come relazionato dall'addetto al Reparto Comandi del Block-House - quando invece poteva rispondere che al rientro in sede dalla seduta di fisioterapia si sarebbe recato dal Superiore gerarchico, oppure al più tardi l'indomani mattina, cosa che, invece, non si è assolutamente verificata ...") le ragioni poste a sostegno della sanzione medesima, che si appalesa logica e coerente con le risultanze dell'istruttoria.
Quanto, infine, all'adozione della decisione gerarchica prima dell'arrivo dei chiarimenti richiesti alla Direzione della Casa circondariale di Rimini, si tratta di valutazione rimessa all'autonomo apprezzamento dell'organo decidente, le cui conclusioni del resto non rivelano carenze istruttorie o arbitrari e travisati giudizi.
Per le esposte considerazioni, il ricorso va in parte respinto e in parte dichiarato inammissibile.
Le spese di lite possono essere compensate, a fronte della peculiarità della vicenda.

P.Q.M.

Il Tribunale Amministrativo Regionale per l'Emilia-Romagna, Bologna, Sez. I, pronunciando sul ricorso in epigrafe, in parte lo respinge e in parte lo dichiara inammissibile.
Spese compensate.
Ordina che la presente sentenza sia eseguita dall'Autorità Amministrativa.
Così deciso in Bologna, nella Camera di Consiglio del 21 febbraio 2013, con l'intervento dei magistrati:
Giuseppe Calvo, Presidente
Ugo Di Benedetto, Consigliere
Italo Caso, Consigliere, Estensore