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Home Page> Articolo> Pubblicato il: 18/09/2013  -  stampato il 04/12/2016


Riforma del Corpo degli Agenti di Custodia: forse abbiamo sbagliato qualcosa

Contrariamente ad ogni teoria darwiniana sull’evoluzione, il dap è l’habitat della Polizia Penitenziaria nel quale anziché evolvere, si regredisce verso la preistoria.

Il Poliziotto Penitenziario, infatti, si è già involuto in agente di custodia, sta mutando in guardiacarcere ed è destinato a tornare allo stato primitivo di secondino.

E come tutte le trasformazioni che si rispettino, ciò accade grazie all’ambiente favorevole, all’humus prodotto apposta per lui dalla nomenclatura del dap e, soprattutto, grazie alle amorevoli cure taumaturgiche delle divinità olimpiche Giovanni Tamburino e Luigi Pagano.
E proprio grazie a questa perfetta miscela di scienza e religione, il poliziotto penitenziario, come un araba fenice, rinascerà dalle proprie ceneri reincarnandosi nel secondino.

E pur tuttavia, io che prima di poliziotto penitenziario sono stato agente di custodia (e un po’ guardia carcere), ricordo perfettamente di essere vissuto in un habitat naturale (la direzione generale degli istituti di prevenzione e pena) sicuramente più agevole e confortevole di quello attuale.
A quei tempi, quando interveniva un evento esterno che metteva in pericolo lo status quo del Corpo o, addirittura, ne metteva a repentaglio qualche diritto acquisito, la dirigenza del dap (allora composta soltanto da magistrati ed ufficiali) si raccoglieva in formazione difensiva e cercava, ad ogni costo, di difendere il proprio territorio.

Il proprio territorio perché, a parte pochi ed eccellenti magistrati, quella dirigenza era composta perlopiù da uomini in divisa.

Ufficiali del Corpo degli Agenti di Custodia 1984

A quei tempi, si guardava sempre con attenzione alla Polizia di Stato e alle altre forze dell’ordine, sempre pronti a chiedere l’estensione di qualsiasi beneficio ottenuto da loro.

Oggi, al dipartimento dell’amministrazione penitenziaria nel frattempo evoluto in un vero e proprio Ministero, la dirigenza, composta quasi interamente da magistrati, direttori, educatori, ragionieri e assistenti sociali, se ne infischia di chiedere l’estensione di qualsiasi beneficio altrui (a meno che non riguardi anche i direttori per effetto del famigerato art. 40 shakerato con l’altrettanto famosa legge Meduri).

Al contrario, quella stessa dirigenza è molto attenta (attentissima) ad imporre immediatamente l’estensione di qualsiasi restrizione, limitazione o svantaggio subiti da altre forze di polizia.

Nemmeno il caso di ricordare il pagamento delle caserme, le ritenute per la previdenza, il blocco delle graduatorie degli idonei non vincitori, la soppressione delle navette, la limitazione degli straordinari, la tassazione del trattamento di missione, la limitazione dei mezzi, la chiusura degli impianti sportivi e ricreativi e chi più ne ha più ne metta …

(… tanto io mica mi chiamo Pasquale)

Forse è arrivato il momento di ammettere qualche macroscopico errore nella legge di riforma del 1991.

Forse è arrivato il momento di ammettere che era meglio tenerci gli Ufficiali.

Certo, senza in questo modo sollevarli dalla responsabilità di come sono andate le cose, perchè sono stati proprio loro a volersene andare.

Pur tuttavia, il senno del poi ci ha fatto capire che allora si trattò soltanto di un problema di uomini e, quindi, probabilmente avremmo potuto lasciare tutte le opportunità previste dall’art. 25 senza, però, sopprimere il ruolo degli ufficiali.

In tal modo, oggi, non esisterebbe la legge Meduri, non dipenderemmo dai direttori, dagli educatori, dai ragionieri e dagli assistenti sociali e saremmo comandati soltanto da uomini che indossano la nostra stessa uniforme.

Magari, avremmo anche ottenuto il Comandante Generale del Corpo.

I Commissari avrebbero avuto un punto di riferimento e una carriera già delineata con un adeguato numero di posti da dirigente.

Il senno del poi insegna tante cose …

Il senno del poi ci insegna anche che tutto è possibile quando si uniscono le forze e si stabilisce un unico obiettivo.

A buon intenditor poche parole.