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Home Page> Articolo> Pubblicato il: 08/08/2013  -  stampato il 10/12/2016


I nuovi provvedimenti del Governo sulle carceri: svuotare il mare con un secchiello

Il sovraffollamento dei detenuti è un problema che assilla l’Italia da più di venti anni.

Il problema può essere risolto soltanto in due modi: costruendo nuove carceri oppure modificando i flussi in entrata e in uscita nell’esecuzione penale.

Pur tuttavia, sebbene esista un Piano Carceri per la costruzione di nuovi istituti penitenziari e a tale scopo sia stato nominato un Commissario Straordinario, si è sempre cercato di affrontare il problema ricorrendo a indulti, amnistie e scarcerazioni a vario titolo.

Purtroppo, però, tali provvedimenti, che determinano l’uscita di massa dei detenuti (un terzo del totale con l’indulto del 2006) lontano dall’essere risolutivi, si sono rivelati un semplice palliativo.

Peraltro, gli ultimi atti di clemenza del 1990 e del 2006 hanno eluso il limite legislativo secondo cui l’amnistia e l’indulto non si applicano ai recidivi, cioè a chi non è alla prima esperienza carceraria.

Le statistiche dicono che dopo l’ultimo indulto le rapine in banca sono quasi raddoppiate. Più in generale, varie tipologie di crimine subiscono improvvise impennate nei periodi successivi ai provvedimenti di clemenza. Con costi sociali superiori ai benefici.

Ecco perché eventuali nuove misure in tal senso dovrebbero tener conto della necessità di selezionare in modo rigoroso i detenuti da liberare. Ad esempio, i modelli econometrici (età del detenuto, sesso, tipo e numero di crimini commessi in passato ) potrebbero aiutare a definire i criminali abituali per poterli escludere dal beneficio. Queste informazioni potrebbero essere anche utilizzate dal giudice come strumento per scegliere se concedere o meno il beneficio di clemenza. Modelli simili vengono già utilizzati in ambito giudiziario negli Stati Uniti. Le statistiche elaborate dall’ISTAT hanno evidenziato che a seguito dei vari atti di clemenza susseguitesi dal 1962 ad oggi i crimini che aumentano maggiormente sono le rapine in banca (0.38 all’anno per ogni detenuto liberato), lo spaccio di stupefacenti (0.61 all’anno per detenuto), le frodi (5 all’anno per detenuto), i furti di autoveicoli (5 all’anno per detenuto), i borseggi (42 all’anno per detenuto) e persino gli omicidi (0.02 all’anno per detenuto). Prima dell’indulto del luglio 2006 la popolazione carceraria italiana era pari a 60mila persone. Grazie all’indulto ne sono state liberate circa 26mila. Ma a giugno 2007, si era già tornati alla capienza regolamentare delle carceri, e cioè 43mila detenuti. Nemmeno un altro anno dopo, siamo nuovamente arrivati a superare i 60mila detenuti.

Tanto dovrebbe bastare per dimostrare che amnistia ed indulto non sono, in alcun modo, la soluzione al problema del sovraffollamento. Ciò nondimeno, il Governo italiano, che sia di destra o di sinistra poco importa, finisce per occuparsi della drammatica situazione delle carceri soltanto quando è costretto dal precipitare delle cose.

E le motivazioni che spingono i nostri parlamentari ad occuparsi del carcere non sono affatto di natura etica, culturale o umanitaria, sono, indotte da puro e semplice stato di necessità. Nel 2006 furono le pressioni del Sommo Pontefice (prima Giovanni Paolo II e poi Benedetto XVI) a costringere il Governo ad adottare un provvedimento di indulto.

Oggi è la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo, che ha intimato all’Italia di ripristinare la legalità all’interno dei suoi penitenziari.

La Corte ha, di fatto, certificato che l’emergenza legata al sovraffollamento delle carceri italiane è insostenibile sia per le condizioni psico-fisiche e igieniche dei detenuti sia per il conseguente stress del personale di servizio.

Molto interessante, sotto ogni punto di vista, quello che ha scritto Pietro Di Muccio de Quattro su L’Opinione del 9 luglio 2013.

«Gli Stati Uniti d’America hanno trecento milioni d’abitanti. L’Italia, sessanta milioni. Tre milioni di americani sono in galera. Gli italiani detenuti sono sessantamila. Dunque l’1% contro lo 0,1% della popolazione. Troppo gli Usa? Poco l’Italia? Per capirci, i carcerati americani sono tanti quanti gli abitanti dell’intera città di Roma. Per contro, i carcerati italiani equivalgono a una cittadina di provincia. Mentre, rispettando la percentuale statunitense, dovrebbero ammontare a seicentomila, come Palermo. La differenza è spiegabile in vari modi. Escluso il grado di rispetto della legge. Non è che gli Americani ne sono meno rispettosi di noi e perciò finiscono in galera dieci volte di più. È che, invece, gli italiani considerano la legge dieci volte meno degli Americani. Inoltre, finire in galera in Italia è più facile che in America. Restarci è molto più difficile. I detenuti in attesa di giudizio sono una vergogna nazionale, sia perché, salvo casi eclatanti, non dovrebbero stare in galera, sia perché vi sono mantenuti in promiscuità con i condannati definitivi. Lo Stato non costruisce le carceri indispensabili. Fa un uso intensivo delle celle disponibili. Nega ai carcerati il minimo spazio vitale che riconosce anche agli animali d’allevamento e da macello.

Il sovraffollamento delle prigioni non è un male acuto, dipendente da un’occasionale impennata dei crimini. È cronico. Tanto vero che, per sgombrare le galere, da sempre lo Stato elargisce amnistie, condoni, opportunità processuali, benefici carcerari. Agisce da schizofrenico: con la repressione, incarcera; con lo sfollamento, scarcera. L’umanità della pena rappresenta il tratto distintivo dello Stato liberale, come la certezza della giustizia costituisce l’altra faccia del garantismo giudiziario.

La privazione della libertà è sanzione necessaria e sufficiente, se la violazione della legge penale viene accertata tramite un processo equo. Il condannato resta un essere umano che non deve essere afflitto oltre il dovuto per assicurare l’indispensabile protezione della società. Mai la cella può essere la stia del detenuto. »

L’articolo è molto interessante perché affronta alcuni aspetti controversi dell’esecuzione penale italiana. Il primo è quello relativo alla custodia cautelare: troppo utilizzata ed indefinita. Il secondo è quello relativo all’incertezza della pena. L’ultimo è quello della schizofrenia della legge penale italiana.

Nel 2009, Ministro Alfano e Capo Dap Ionta, è sembrato che, finalmente, il Governo avesse preso coscienza del fatto che – visto il fallimento dell’indulto – l’unica via percorribile era quella di costruire nuove carceri. Infatti, fu varato un Piano Carceri, affidato ad un Commissario Straordinario con ampi poteri e finanziato con quasi 700 milioni di euro.

Il Piano prevedeva la costruzione di circa 40 nuovi padiglioni e 11 nuovi istituti, per un totale di oltre 20mila nuovi posti detentivi.

Il Piano Carceri Alfano-Ionta era assolutamente razionale e, probabilmente, risolutivo. La capienza delle carceri italiane sarebbe arrivata a circa 65mila posti regolamentari. Più o meno il numero fisiologico raggiunto dalla carcerazione.

Come accade, purtroppo, abbastanza spesso le buone idee finiscono sempre nel cestino e, a 4 anni di distanza, si è praticamente persa ogni traccia di quel Piano.

Nel frattempo, però, è stato commissariato il commissario (il magistrato Ionta sostituito dal prefetto Sinesio) e l’intera direzione generale dei beni e servizi del dap, alla quale è stata sottratta la disponibilità di quasi tutte le risorse economiche.

Ma, alla fine, la montagna ha partorito il topolino e il Governo ha varato un decreto legge contenente una serie di misure (a suo dire) deflattive.

Secondo il comunicato ufficiale di Palazzo Chigi, il Consiglio dei Ministri, su proposta del ministro della Giustizia Annamaria Cancellieri, ha approvato un decreto legge contenente disposizioni tese a fornire una prima risposta al problema del sovraffollamento penitenziario. Il Ministero della Giustizia ha elaborato una proposta che, pur senza stravolgere l’attuale ordinamento, intende realizzare un significativo alleggerimento del nostro sistema penitenziario.

L’intervento riformatore si muove nell’ottica di favorire l’adozione di efficaci meccanismi di decarcerizzazione (alcuni dei quali peraltro già in vigore prima della legge n. 251 del 2005, c.d. legge ex Cirielli) unicamente in relazione a soggetti di non elevata pericolosità; ferma restando, al contrario, la necessità dell’ingresso in carcere dei condannati a pena definitiva che abbiano commesso reati di particolare allarme sociale.

Una doppia linea di intervento. Sul versante della deflazione carceraria la proposta si articola su due fronti:

A. la previsione di misure dirette ad incidere strutturalmente sui flussi carcerari, agendo in una duplice direzione: quella degli ingressi in carcere e quella delle uscite dalla detenzione.

B. il rafforzamento delle opportunità trattamentali per i detenuti meno pericolosi, che costituiscono la maggior parte degli attuali ristretti. a) Flussi carcerari. Si è ritenuto ormai indifferibile rimuovere alcuni automatismi, ancorati ad astratte presunzioni di pericolosità, che, in maniera scarsamente selettiva e spesso indiscriminata, hanno condotto in carcere, negli ultimi anni, un numero assai elevato di persone, impedendo loro di accedere alle misure alternative alla detenzione subito dopo il passaggio in giudicato della condanna.

a1) La modifica dell’art. 656 c.p.p. L’intervento intende riservare l’immediata incarcerazione ai soli condannati in via definitiva nei cui confronti vi sia una particolare necessità del ricorso alla più grave forma detentiva. Tra questi, oltre ai condannati per reati contemplati dall’art. 4 bis dell’ordinamento penitenziario, sono stati inseriti i delitto di maltrattamenti in famiglia commesso in presenza di minori di quattordici anni.

Nei confronti degli altri condannati si è intervenuti sulla cosiddetta “liberazione anticipata”, istituto che premia con una riduzione di pena, pari a 45 giorni per ciascun semestre, il detenuto che tiene una condotta regolare in carcere e partecipa fattivamente al trattamento rieducativo (v. art. 54 ord. pen). Sarà il pubblico ministero, prima di emettere l’ordine di carcerazione, a verificare se vi siano le condizioni per concedere la liberazione anticipata e investa, in caso di valutazione positiva, il giudice competente della relativa decisione. In questo modo, il condannato potrà attendere “da libero” la decisione del tribunale di sorveglianza sulla sua richiesta di misura alternativa.

Inoltre, per le donne madri ed i soggetti portatori di gravi patologie viene ora data l’opportunità di accedere alla detenzione domiciliare nei casi in cui debba essere espiata una pena non superiore ai quattro anni.

a2) Il lavoro di pubblica utilità Viene, altresì, ampliata la possibilità per il giudice di ricorrere, al momento della condanna, ad una soluzione alternativa al carcere, costituita dal lavoro di pubblica utilità. Tale misura, prevista per i soggetti dipendenti dall’alcol o dagli stupefacenti, potrà essere disposta per tutti reati commessi da tale categoria di soggetti, salvo che si tratti delle violazioni più gravi della legge penale previste dall’art.407, comma 2, lett. a), del codice di procedura penale (si veda l’art. 73, comma 5 ter D.P.R. 9 ottobre 1990, n. 309).

a3) L’intervento sulle misure alternative (ovvero sui flussi di ingresso e di uscita).

Nella duplice prospettiva di ridurre i flussi in entrata ma anche di incrementare le possibilità di uscita dal carcere, si collocano infine le modifiche che prevedono l’estensione degli spazi di applicabilità di alcune misure alternative per determinate categorie di soggetti, che in passato erano invece esclusi, come i recidivi per piccoli reati.

b) Le misure incidenti sul trattamento rieducativo.

Al fine di alleggerire le tensioni che, in specie nel periodo estivo, possono più facilmente innescarsi sia tra i detenuti che nei confronti del personale penitenziario, il provvedimento estende la possibilità di accesso ai permessi premio per i soggetti recidivi e prevede l’estensione dell’istituto del c.d. lavoro all’esterno (art. 21 dell’ordinamento penitenziario) anche al lavoro di pubblica utilità (v. comma 4 ter del citato art. 21).

Tutto ciò, secondo la Ministro Cancellieri ed il Governo del quale fa parte, dovrebbe risolvere il problema del sovraffollamento carcerario. Dal basso della mia esperienza ultratrentennale, permettetemi di nutrire qualche dubbio sull’efficacia del provvedimento.

Sempre dal basso della mia esperienza ultratrentennale, continuo a sostenere che se in Italia il numero dei detenuti si è assestato intorno ai 65mila, l’Italia deve disporre di almeno 65mila posti nelle carceri. Le carceri, quindi, vanno costruite … e basta.

Tra l’altro, va anche aggiunto (cosa che si vorrebbe invece nascondere) che almeno una cinquantina delle 200 carceri italiane sono in uno stato disastroso e andrebbero immediatamente chiuse.

Ciò significa che abbiamo bisogno di costruire una settantina di nuovi istituti, possibilmente in tempi brevi e secondo concezioni architettoniche adeguate all’esecuzione penale ed equilibrate nella proporzione costi/benefici. (Mi riferisco, ad esempio, al fatto che alcune ricerche scientifiche hanno stabilito che un carcere con meno di 300 detenuti risulta essere antieconomico) Tra l’altro, in un momento di crisi economica come quello attuale, sarebbe molto importante lanciare un grande piano di edilizia penitenziaria (magari in project financing) per la realizzazione di decine e decine di istituti penitenziari. Il sistema per l’esecuzione penale perfetto dovrebbe essere composto da circa 150 istituti, ciascuno da 500 posti detentivi. E, con l’occasione, potremmo anche rivalutare l’opportunità di realizzare carceri prefabbricate, che furono proposte a circa 25 milioni di euro con tempi di consegna di 24 mesi. (Si pensi che le stime fatte dal dap sulle costruzioni tradizionali parlano di 50/60 milioni di euro e tempi di consegna di 5/6 anni) In ogni modo, tradizionali o prefabbricate, modulari o monoblocco, l’importante è costruire, costruire, costruire...

Tutti gli altri provvedimenti deflattivi (pur se legittimi sotto il profilo procedurale) continueranno ad avere lo stesso effetto che provare a svuotare il mare con un secchiello.

A mio avviso, infine, amnistia ed indulto dovrebbero tornare ad essere puri e semplici atti di clemenza, così come sono stati storicamente concepiti e così come è nella loro natura.

In questo senso, e sempre avendo cura di valutare attentamente la pericolosità sociale di ciascun individuo detenuto, non ho alcun genere di preclusione all’adozione di questi provvedimenti, purché siano finalmente svincolati dal sovraffollamento penitenziario.