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Home Page> Articolo> Pubblicato il: 10/09/2013  -  stampato il 03/12/2016


La solita storia italiana: le sentenze sono giuste solo quando sono a nostro favore

L’effetto mediatico del caso “Cucchi” ha fatto, indubbiamente precipitare il Corpo di Polizia Penitenziaria all’ultimo posto nell’indice di gradimento dei cittadini delle Forze di Polizia, e ha fatto tornare di almeno trent’anni indietro il Corpo, annullando di fatto tutte le conquiste fatte con tanti sacrifici e deteriorando inevitabilmente l’immagine di questo Corpo, i cui appartenenti hanno  subito un vero e proprio linciaggio morale a seguito della morte dello sfortunato giovane, arrestato il 15 ottobre 2009 per droga e morto una settimana dopo in ospedale, che per la 3^ Corte di Assise di Roma  è stato ucciso da una 'sindrome da inanizione', facendo di fatto  proprie le conclusioni dei periti.

La Corte ha ritenuto «di dover condividere le conclusioni cui è giunto il collegio peritale, fondate su corretti, comprovati e documentati elementi fattuali cui sono stati esattamente applicati criteri scientifici e metodi d'indagine non certo nuovi o sperimentali, ma già sottoposti al vaglio di una pluralità di casi e al confronto critico degli esperti del settore». La «sindrome da inanizione», è «l'unica in grado di fornire una spiegazione dell'elemento più appariscente e singolare del caso, e cioè l'impressionante dimagrimento cui è andato incontro Stefano Cucchi nel corso del suo ricovero».

«La morte non fu dovuta a lesioni delle vertebre». Nelle motivazioni della sentenza i giudici affermano che non  possono essere condivise le conclusioni dei consulenti delle parti civili, secondo cui il decesso si sarebbe verificato per le lesioni vertebrali. «Anche questa tesi - si legge nella sentenza della III Corte d'Assise di Roma - presta il fianco all'insuperabile rilievo che non vi è prova scientifico-fattuale che le lesioni vertebrali abbiano interessato terminazioni nervose».

«Non fu abbandono d'incapace». I fatti descritti nella formulazione del capo d'imputazione «non consentono di ravvisare il reato di abbandono d'incapace, del quale non ricorre alcuno dei presupposti oggettivi nè soggettivi, ma quello di omicidio colposo», scrive la III Corte d'assise. «È sufficiente fare richiamo, per escludere la ricorrenza della fattispecie di abbandono d'incapace - proseguono i giudici -, alla circostanza che praticamente tutti i testi esaminati hanno negato che Cucchi, quantunque gravemente sofferente, fosse portatore di una ridotta capacità psichica». Per i giudici deve escludersi che le condotte descritte per i medici condannati «siano volontarie; le stesse si prospettano piuttosto come colpose, e cioè contrassegnate da imperizia, imprudenza, negligenza sia per la omissione della corretta diagnosi, non avendo in sanitari individuato le patologie da cui era affetto il paziente, in particolare tenuto conto del suo grado di magrezza estrema, sia per avere trascurato di adottare i più elementari presidi terapeutici che non comportavano difficoltà di attuazione e che sarebbero stati idonei ad evitare il decesso, sia per avere sottovalutato il negativo evolversi delle condizioni del paziente che avrebbero richiesto il suo urgente trasferimento presso un reparto più idoneo».

Ma la cosa a mio parere più interessante e che andava sicuramente approfondita è il “Legittimo dubbio che fu pestato dai carabinieri”. «È legittimo il dubbio che il Cucchi, arrestato con gli occhi lividi (perchè molto magro e tossicodipendente) e che lamentava di avere dolore, fosse stato già malmenato dai carabinieri» prima del suo arrivo in tribunale, si legge nelle motivazioni della sentenza. «Non è certamente compito della Corte indicare chi dei numerosi carabinieri che quella notte erano entrati in contatto con Cucchi avesse alzato le mani su di lui - scrivono i giudici della Corte d'Assise di Roma -, e tuttavia sono le stesse dichiarazioni dei carabinieri che non escludono la possibilità di prospettare una ricostruzione dei fatti diversa da quella esternata da Samura Yaya». (Si tratta di un immigrato del Gambia, che in qualità di testimone riferì di aver sentito di un pestaggio nelle celle del tribunale di Roma). Per i giudici «è indubitabile che nulla di anomalo si era verificato al momento dell'arresto e fino alla perquisizione domiciliare. Se qualcosa di anomalo si è verificato, ciò può verosimilmente collocarsi nel lasso di tempo che va tra il ritorno dalla perquisizione domiciliare e l'arrivo della pattuglia» in caserma. «In via del tutto congetturale potrebbe addirittura ipotizzarsi che il Cucchi fosse stato malmenato dagli operanti al ritorno dalla perquisizione domiciliare, atteso l'esito negativo della stessa».. Ma, per la Procura però,  non è ipotizzabile l’apertura di una inchiesta bis, perché a loro dire, l’esito di  tutti gli accertamenti è già stato studiato dalla Corte nel corso del processo; inoltre si tratta di dubbi e congetture che non sono stati sottoposti all’attenzione dei magistrati, come invece i giudici avrebbero potuto fare trasmettendo all’ufficio del PM gli atti che riguardano un possibile comportamento anomalo da parte degli “operanti” (i Carabinieri ndr.). 

Il primo round, si è risolto in favore della Polizia Penitenziaria, con l’assoluzione dei tre agenti ma è  assai probabile   che la Procura prepari il ricorso davanti la Corte di Appello per il giudizio di secondo grado, sia per le condanne inflitte ai sei medici che ebbero in cura Cucchi, accusati di omicidio colposo, o anche per le assoluzioni di cui hanno beneficiato i nostri colleghi. Insomma il caso Cucchi continuerà ancora  a far parlare (male) della Polizia Penitenziaria e da appartenenti a questo Corpo davvero non riusciamo a capire come mai non ci siano state manifestazioni di solidarietà (seppur garbate) da parte dei nostri vertici nei confronti di questi colleghi che dovranno subire ancora per qualche anno il tritacarne mediatico

www.ilmessaggero.it Martedì 03 Settembre 2013