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Home Page> Articolo> Pubblicato il: 14/10/2013  -  stampato il 11/12/2016


Nicola Gratteri: amnistia e indulto non sono assolutamente una soluzione, il messaggio sarà che in Italia si può aggiustare tutto

“L’amnistia e l’indulto non sono assolutamente una soluzione. La cosa grave è far passare il messaggio che in Italia alla fine tutto si può aggiustare e c’è uno sconto”. Sono le parole rilasciate ai microfoni di “24 Mattino”, su Radio24, da Nicola Gratteri, procuratore aggiunto della Repubblica presso il Tribunale di Reggio Calabria.

 

Vuole che parliamo dell'indulto? Ma è già stato detto così tanto...". Non è che repetita iuvant. È che nonostante le molte voci contrarie a indulto e amnistia, questo Paese continua a fare gli stessi errori. E allora Nicola Gratteri, procuratore aggiunto della Dda di Reggio Calabria, decide di raccontarci cosa pensa.

Dottor Gratteri, che opinione ha di questo susseguirsi ravvicinato di provvedimenti di clemenza?
La cosa grave è che si mette nella testa della gente l'idea che alla fine tutto s'aggiusta. Che non esiste la certezza della pena. Che in primo grado, in appello o addirittura dopo la sentenza definitiva qualcosa succede, perché uno sconto ci sarà sempre per tutti. Negli ultimi anni il tema del sovraffollamento delle carceri è stato molto dibattuto. Eppure non è stato fatto nulla, né in termini di politica penale né di strutture. Abbiamo assistito a grandi proclami, dibattiti, conferenze.

Ma perché, per esempio, i vari ministri che si sono succeduti non sono andati in Albania, in Romania, in Tunisia e in altri Paesi ad aprire un dialogo per definire trattati bilaterali?
Su quale tema? Sulla possibilità di far scontare la pena ai detenuti stranieri condannati in Italia nei loro paesi d'origine. In Italia nel 2012 c'erano 112,6 detenuti per ogni 100 mila abitanti. La media europea è 127,7. Quindi noi siamo sotto la media: questo ci dice che il problema non è che sono troppi i detenuti è che sono poche le carceri. Ci sono istituti penitenziari chiusi per mancanza di personale.

Perché nel 1994 sono state chiuse Pianosa e l'Asinara?
Si potrebbero riaprire e mandarci i detenuti con il 41-bis, per esempio. Ma diciamo di più: in provincia di Cagliari c'è un carcere quasi finito, costruito appositamente per i 41-bis, mai utilizzato per mancanza di personale. In provincia di Nuoro un'intera sezione dedicata ai 41-bis ed è vuota. Del famoso piano carceri di Alfano non si è visto nemmeno un mattone. La politica non si è mai occupata seriamente del problema, per miopia. Si dice che mancano i soldi, ma trovarli non sarebbe così complicato. Penso ai milioni di soldi buttati per la mancata informatizzazione dei processi. Facciamo un esempio. Per notificare 50 ordinanze di custodia cautelare in carcere, si spendono circa 30 mila euro tra carta, toner e forza lavoro. Potremmo risparmiarli notificando al detenuto un cd con il pdf. Quando arriva in carcere potrebbe leggere l'ordinanza su un pc. Se l'obiezione è dove si trovano i soldi, le dico che i tribunali italiani e le procure sono piene di computer inutilizzati. Poi, se io fossi al ministero della Giustizia, comprerei 10 mila tablet (a gara costerebbero assai poco) e ne darei uno a ogni detenuto: tutti gli atti - ordinanza, avviso di fine indagine, avviso di fissazione udienza, la sentenza e tutto il resto - verrebbero notificati lì.

Quanti soldi risparmieremmo?
Milioni. Basta pensare a tutte le ore spese dalla polizia giudiziaria per notificare atti in giro per l'Italia. Con quei fondi potremmo pagare gli straordinari alla polizia penitenziaria e colmare la carenza di personale. Per completezza aggiungo che nella commissione Letta, della quale faccio parte, sono già state depositate modifiche in tal senso. Speriamo bene. Il problema, lo hanno sottolineato più volte anche le istituzioni europee, esiste. In una delle condanne a carico dell'Italia si parla di tortura per il trattamento inumano della popolazione carceraria.

Qualcosa bisogna fare: cosa suggerisce?
Ci sono reati tipici commessi dai tossicodipendenti per comprarsi la dose. Perché, quando vengono condannati, stanno in carcere trattati con il metadone? Non serve a niente. Le statistiche dicono che su dieci tossicodipendenti che entrano in comunità, quattro guariscono. E allora la soluzione può essere pensare a comunità di recupero più chiuse, protette e sicure. Dove questi particolari detenuti possano cominciare un recupero e salvarsi la vita.

E la proposta di abolire alcune leggi "riempi-carceri" come la Bossi-Fini sull'immigrazione, la Fini-Giovanardi e la ex Cirielli?
Sono dettagli, in fondo non spostano di molto il numero dei detenuti. Il problema non è se le condizioni di vita nelle carceri italiane non sono degne di un paese civile. Su questo non c'è dubbio. Non è civile che dal carcere si esca perché si sta stretti: in un paese civile si esce dal carcere perché si è scontata la pena e si è iniziato un percorso di recupero. Vero. L'ultimo indulto è stato nel 2006.

Che effetti ha avuto?
La storia ci ha dimostrato che non è servito assolutamente a nulla. Sono usciti 20 mila detenuti e dopo tre anni siamo tornati allo stesso numero di popolazione carceraria.

 

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