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Home Page> Articolo> Pubblicato il: 02/12/2013  -  stampato il 10/12/2016


La rabbia cieca figlia dello sfascio: caccia agli psicologi che lavorano nelle carceri

 

Dilania l’Italia, la corrode palmo a palmo, l’infesta, la sgarra, la invade di ferite purulente pronte al contagio esponenziale eppure sono lì, loro, i derelitti ficcati dal 1975 nelle carceri scrostate a fare da avamposto del nulla. La lotta per bande, che da decenni azzanna un paese allo sbando, ha deciso che servono vittime sacrificali da immolare alla creazione di nuovi “posti di lavoro”. Perché vengono ritenuti posti di lavoro i miseri contratti a tempo determinato che permettono, a chi fuma poco, di mantenere il proprio vizio con parsimonia e attento ad arrivare fino al filtro giallo da aspirare a pieni polmoni. Poi, a fine anno o meglio ancora ad anno iniziato, arrivano le consuete sentenze. Il servizio viene prorogato con un taglio lineare del 5, 10 per cento.

E via, per lo psicologo penitenziario, a moltiplicare il pane e i pesci, a essere costretto ad esprimere pareri su detenuti dei quali a malapena si ricorda il viso, perché con le due o ventidue ore mensili di lavoro poco più si riesce a fare. Ma le varie amministrazioni succedutesi al Ministero, che ora si chiama della Giustizia perché significativamente è stata abolita la Grazia, mai hanno deciso di sopprimere il servizio, è il caso di dirlo, degli esperti in psicologia ex articolo 80 (una qualifica che non esiste, ma che è stata inventata per evitare che lo psicologo si consideri tale, rivendicando poi chissà che). Nel consueto scaricabarile, è importante che ci siano a disposizione derelitti con qualifica a fare da parafulmine per deviare eventuali responsabilità.

Per poter dire che si è moderni e al passo con i tempi, anche se gli psicologi penitenziari mai hanno uno studio, ma che dico, un ufficio in carcere da poter utilizzare con buon frutto. Sempre vengono gettati in piccoli buchi da condividere con assistenti sociali ed educatori, facendo i turni per poter parlare con i loro colleghi (derelitti) reclusi, nel tentativo di far arrivare a chi sconta una pena, quel minimo di solidarietà e appoggio psicologico che una società civile dovrebbe salvaguardare.

Si sostiene, a ragione, che le pareti delle carceri sono permeabili al mondo esterno e questo è sacrosanto anche riguardo al trattamento che viene riservato ai detenuti, nonostante il crescente atteggiamento democratico della Polizia Penitenziaria, più preparata e sensibile verso l’essere umano che ha sbagliato e che si trova in carcere per punizione e non ne abbisogna di altre aggiuntive. E sono permeabili, le pareti, anche nell’atteggiamento di caccia contro i “privilegiati” psicologi penitenziari, che vengono chiamati dottori e vengono trattati come gli ultimi degli infingardi. Forse perché sono coloro che, in fondo, sono in grado di sostenere i disagi altrui, come quelli propri, con olimpica sopportazione.

La rabbia cieca di potere a detrimento dei più (detenuti da abbandonare al loro chiuso destino) e dei meno (psicologi penitenziari), apre una caccia che è quindi facile, nella riserva delle riserve della politica, cancellando promesse mai mantenute per fingere, loro, i veri infingardi, di riassestare il paese che hanno massacrato a scapito di qualcuno debole, che non si conosce, e quindi più comodo da affondare.

Alcune regioni, perciò, hanno indetto nuovi concorsi concedendo discreti punteggi per attività formative che solo i neo laureati hanno potuto svolgere, favorendoli, tralasciando di considerare le decennali esperienze di canuti professionisti  che, pur trattati come cani in chiesa, hanno riempito un buco che l’Italia allo sfascio, plurisanzionata dalla comunità europea, non si sogna di coprire. L’anzianità, l’esperienza di servizio non conta nulla, discriminando, così, chi ne ha, dando corso a un sistema che probabilmente è fuori legge.

E visto che in genere i cacciatori sono particolarmente superstiziosi auguriamo loro, di cuore… buona caccia.