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Home Page> Articolo> Pubblicato il: 04/12/2013  -  stampato il 04/12/2016


Il Poliziotto Penitenziario solo nell’incontro/scontro con il delinquente

Grandi numeri. Grandi numeri sulla pelle di chi sta in prima linea. Preoccupa l’aumento dei suicidi degli operatori di Polizia Penitenziaria in Italia. Oltre cento operatori penitenziari dal 2000 ad oggi si sono tolti la vita: operatori, direttori, provveditori, secondo il sindacato autonomo SAPPE. Quasi un evento negativo al mese sembra veramente eccessivo, ma questi argomenti rimangono gelosamente custoditi entro le pareti scrostate delle carceri, luoghi ancora legati a vecchi retaggi di scarsa comunicazione, non solo per comprensibili motivi di sicurezza. Già, la sicurezza.

In un sistema chiuso, dove il rigore di stampo militare aiuta a nascondere le varie sacche di inefficienza e spreco di denaro pubblico l’elemento portante, la struttura di cemento armato che sostiene l’intero “edificio/mondo” è composta dal poliziotto penitenziario.

E seppur paradossale è anche l’elemento più fragile, nel senso che può facilmente trovarsi in un isolamento sociale che è favorito dai turni di lavoro che spezzano la comunicazione intrafamiliare, l’esigenza di disciplina porta ad un’obbedienza acritica che insieme all’obbligato rapporto quotidiano con la popolazione detenuta, mai facile e privo di momenti critici, e la possibile mancanza di appoggio del dipartimento/comando favoriscono l’insorgenza di disturbi disadattivi che possono sfociare nel burnout.

In sintesi ricordiamo come il burnout psicologico sia stato definito una sindrome caratterizzata da tre dimensioni indipendenti (Maslach, 1982): l’esaurimento emotivo, in cui si ha la sensazione di svuotamento delle proprie energie e risorse emotive, con un senso di sfinimento, logoramento che questi operatori sembrano sperimentare, in seguito al sovraccarico emozionale dovuto al continuo contatto con l’utente; la depersonalizzazione, ossia uno svilimento psichico della individualità degli utenti, nella quale compaiono atteggiamenti negativi e spesso cinici verso gli stessi, dando origine ad un agire freddo, meccanico e distaccato da parte di questo operatori; la ridotta realizzazione personale, relativa ad una diminuzione del proprio senso di competenza ed efficacia professionale, comportando un sentimento di inadeguatezza sia verso se stessi che verso la prestazione per coloro che fruiscono del servizio.

Come è noto le professioni di aiuto possono nascondere rischi del genere e diviene quindi una priorità trovare le contromisure più adatte perché non si giunga all’estensione del problema ad una massa ancor più evidente dell’attuale.

La sindrome del burnout è una risposta ad uno stress emozionale cronico caratterizzata principalmente da tre componenti: esaurimento emotivo, ridotta produttività nel lavoro, deterioramento della relazione con l’utente (Perlman e Hartman, 1982).

I principali fattori stressanti del poliziotto penitenziario sono prevalentemente suddivisibili in due categorie:

Modalità organizzativo-burocratiche imposte dal dipartimento; fattori di stress relativi specificatamente all’attività di polizia (Spielberger, Westberry, Grier, Grinfield, 1981; Martelli, Waters e Martelli, 1989).

E visto che, a causa della complessità del tipo di lavoro in questione, sarebbe utile un intervento integrato e sinergico fra livelli individuali, interpersonali, organizzativi e sociali.

Potrebbe essere molto utile cominciare da qualche parte. In attesa che il Ministero competente individui le modalità più idonee a prevenire con successo il problema, con i prevedibili intoppi, “i soldi non ci sono” e formule ormai ben note, potrebbe essere proponibile un’attivazione diretta dei sindacati a tutela del Poliziotto Penitenziario con l’individuazione di una figura professionale, uno psicoterapeuta per ogni grande città, che possa contenere gratuitamente per l’utente (cosa già garantita al detenuto) le sacche di disagio e sostenere “l’Uomo in Divisa nel confronto/scontro quotidiano con il delinquente”, come ebbe a confidare un Ispettore mite e motivato al miglioramento della qualità della vita sul lavoro.

Se non ora quando? 

di Giuseppe Baiocco (Psicologo Penitenziario)