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Home Page> Articolo> Pubblicato il: 04/12/2013  -  stampato il 06/12/2016


Il suicidio in carcere nell’epoca della “globalizzazione dell’indifferenza”

Si è svolta il 23 Novembre la “Giornata Mondiale dei Survivors”, giornata commemorativa per coloro che hanno perso un caro per suicidio

La giornata in Italia è stata organizzata dal Prof. Maurizio Pompili, referente italiano IASP, delegato dall’American Foundation for Suicide Prevention. Il Servizio per la Prevenzione del Suicidio, per chi ha necessità di aiuto e per chi ha perso un caro è attivo presso l’Azienda Ospedaliera Sant'Andrea di Roma.

Scrive Daniela Teresi, psicologa penitenziaria, che “i numeri delle persone che muoiono per suicidio in carcere, come si legge dal dossier pubblicato su Ristretti Orizzonti , sono numerosi, in 13 anni (dal 2000 al 2013) se ne contano 794. Dei survivors, ovvero dei parenti dei detenuti che hanno perso un loro caro, la cronaca comincia a parlarne, seppure il dolore resta un fatto privato”. Questa tragica evenienza colpisce i parenti come i compagni di cella, la Polizia Penitenziaria, il personale Medico, la Direzione. Ed è sempre traumatica perché difficilmente si è preparati alla morte, che in genere giunge alla fine di un percorso che per gli altri non sembra mai concluso. Platone, nel Fedone, diceva che “l’uomo è un prigioniero che non ha il diritto di aprire la porta della sua prigione e fuggire”. La vita come prigione, dunque, dove ci si agita e si espia, una condizione, comunque, dovuta. E allora perché tenere chiuso il blindato e aprire al malcapitato la porta della fuga eterna? C’è da chiedersi se abbiamo fatto tutto, ma proprio tutto per dare un motivo in più al detenuto per rimanere nella prigione a termine. Ma lontano dall’odore di minestroni e cous cous, carbonare e arrabbiate che sfuggono tra le sbarre e rendono familiare un luogo che familiare non è, nemmeno al più incallito dei delinquenti, tra i velluti ministeriali che mai hanno visto la faccia di uno che è uno dei numerosi ospiti delle sue sbreccate case e dove tutt’al più circola aria stantia di polvere e noia, il problema interessa molto, ma molto meno di un fico secco.   

E anche il vissuto di chi è esposto a tali morti traumatiche, come il detenuto che sostiene il peso del suicidio del compagno di cella o dell’agente di Polizia Penitenziaria che deve staccare il corpo rigido, appeso a una corda, d’un poveretto che non ce la faceva più e infilarlo in un sacco nero per smaltirlo nella discarica dei poveri, subisce una scossa terribile.

“Sentimenti di stigmatizzazione, vergogna e imbarazzo distinguono i survivors di coloro che hanno perso un caro per suicidio, - dice ancora Daniela Teresi - sentimenti diversi sono quelli di coloro che soffrono per un lutto non connesso al suicidio. Un tema sul quale nessuno troverebbe ragionevolmente motivo da obiettare se il suicidio in carcere cominciasse a essere guardato come evento traumatico o stressante, come causa di PTSD , (disturbo post traumatico da stress) da utilizzare come diagnosi di riferimento per affrontare la vasta fenomenologia dei problemi che gravitano intorno a tale fenomeno nel mondo penitenziario, tra la popolazione detenuta ed il personale che vi opera”.

“Nella vita, se uno vuol capire, capire veramente come stanno le cose di questo mondo, deve morire almeno una volta” (Giorgio Bassani, Il giardino dei Finzi-Contini).

Se questo è vero è, però, irrinunciabile, per un paese che si ritiene civile, operare affinché le storture del sistema carcerario vengano affrontate con decisione e tempestività, magari affidando a psicologi professionisti lo spazio che necessita per dirimere, dove possibile, le principali criticità.

“In quanto artisti, forse non abbiamo bisogno di intervenire nelle faccende di questo secolo; ma in quanto uomini, sì” (Albert Camus, Actuelles II). 

di Giuseppe Baiocco (Psicologo Penitenziario)

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