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Home Page> Articolo> Pubblicato il: 27/12/2013  -  stampato il 05/12/2016


Le indagini del NIC della Polizia Penitenziaria intercettano le comunicazioni dei boss con l'esterno

Ancora una volta i colloqui in carcere effettuati tra detenuti appartenenti alla criminalità organizzata e i loro familiari, ritornano ad essere per i boss reclusi l’occasione per ricevere ed inviare messaggi all’esterno dell’ambiente penitenziario.

SETOLA Giuseppe, sottoposto dal 2009 alle restrizioni del regime detentivo speciale ex art. 41bis Ord. Pen., e capo indiscusso della frangia stragista del clan “dei Casalesi” – fazione Bidognetti, avrebbe continuato, attraverso la propria consorte, a ricevere e trasmettere indicazioni da e per l’esterno del carcere.

Le investigazioni compiute dagli uomini del N.I.C., principalmente poste in essere per mezzo delle attività tecniche di intercettazione ambientale eseguite nel penitenziario di Milano Opera, dove risulta detenuto SETOLA, hanno permesso di acclarare come sua moglie MARTINELLI Stefania, di fatto continuava a percepire dal gruppo camorristico il c.d. “stipendio”. 

La decodificazione dei messaggi intercettati durante i colloqui e l’analisi degli elementi riscontrati, hanno ancora una volta fatto emergere il prezioso contributo che la Polizia Penitenziaria fornisce quotidianamente anche alla lotta alla criminalità organizzata. Tema quest’ultimo che ha assunto importanza primaria, alla luce anche dell’introduzione nel nostro sistema normativo dell’art. 391 bis c.p., fattispecie delittuosa che punisce, alla pena della reclusione fino a quattro anni, colui che consente ad un detenuto sottoposto al “carcere duro”, di comunicare eludendo le restrizioni imposte.

In tale contesto, l’accusa mossa nei confronti della moglie del boss SETOLA, aggravata peraltro dal metodo mafioso e dall’aver commesso il fatto avvalendosi anche della figlia minore di età, rappresenta una delle prime applicazioni della norma, in un ambito in cui la Polizia Penitenziaria è di fatto direttamente coinvolta, essendo in prima linea nella gestione dei detenuti sottoposti al 41 bis e nei rapporti che ne conseguono con l’Autorità Giudiziaria. 

Tematiche queste che meritano considerazioni più attente ed incisive da parte dei vertici della Polizia Penitenziaria, tenuto conto che emerge sempre di più una pericolosità e un “fermento criminale” dei reclusi affiliati alle organizzazioni, dinamiche mafiose che si manifestano all’interno delle carceri e che i Poliziotti penitenziari sono chiamati a fronteggiare.