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Home Page> Articolo> Pubblicato il: 04/01/2014  -  stampato il 10/12/2016


Un Corpo di Polizia dello Stato in mano a dei dilettanti

Parliamo dell’Uniforme, del perché è “blu”, e da quando lo è.

Ho avuto modo, in questi giorni di sfogliare il calendario del Corpo, “targato” 2014.

La prefazione è a firma del Capo del Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria e si intitola:

La Storia, i Simboli, i Valori.

Leggo con attenzione … rileggo, perché credo di aver visto o compreso male, ma scopro con stupore che: 

Anno 1991, arriva l’uniforme blu;
Anno 1992, arriva il Regolamento del Corpo. 

Ora, io comprendo che il Capo del Dipartimento, non essendo una figura autoctona, possa non conoscere alcuni passaggi fondamentali della nostra storia, ma mi meraviglia che ci sia qualcuno che propone con pomposa falsa conoscenza e memoria storica, la firma di atti pubblici.

Il calendario, signori, è un veicolo promozionale ufficiale e propagandare all’interno dello stesso notizie errate e fuorvianti (per di più a spese dello Stato) dimostra per l’ennesima volta, qualora ce ne fosse ancora la necessità, la scarsa attenzione che LorSignori riservano ad un Corpo di Polizia dello Stato che ha il dovere e l’onore di rappresentare la Repubblica e le Istituzioni che anche Loro, in virtù della posizione di vertice occupata, avrebbero l’obbligo di rappresentare.

 Iniziamo dall’uniforme:

L’uniforme di colore blu della Polizia Penitenziaria è stata introdotta prima della smilitarizzazione e viene, quindi, ereditata dal disciolto Corpo degli Agenti di Custodia.

Così, anche qualche inetto venditore di fumo dovrebbe capire perché gli Ufficiali di cui all’articolo 25 della Legge 395/1990 indossano l’uniforme blu e non quella grigio/verde;

 
 
Veniamo al Regolamento del Corpo:

Qualcuno, ha le idee confuse (e non venite a raccontarmi che si tratta di un semplice refuso di stampa).

 
DECRETO DEL PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA
15 febbraio 1999, n. 82

Regolamento di servizio del Corpo di Polizia Penitenziaria.

(GU 1° aprile 1999, n. 76, S.O)
 

Tuttavia, ad onor del vero, nel 1992 un Regolamento fu scritto da Alfredo Gabrielli, Nicola Alessi, Lionello Pascone e Giuseppe Mariano.

Quel Regolamento, estremamente più favorevole, cercava di restituire dignità al Corpo, mortificato dalla riforma, e venne inviato al Consiglio di Stato.

Quel Regolamento, invece, ritornato con la approvazione dell’Alto Consesso e con la richiesta di alcune piccole modifiche concordate con il Ministero dell’Interno e della Difesa, improvvisamente sparì dalla faccia della terra …

Lascio a voi ulteriori riflessioni.

(P.S. mentre scrivo, apprendo dei gravi fatti verificatisi presso la struttura penitenziaria di Viterbo) Coltellate tra detenuti a Viterbo: quattro in pericolo di vita, altri tredici feriti, Agente penitenziario ricoverato
 
In conclusione, infine, è importante richiamare l’attenzione su alcuni passaggi della prefazione al calendario:
 “Il presente è attraversato da una indiscutibile emergenza che chiama tutti noi (Ma noi chi?? Noi/Voi o solo NOI?) a un’assunzione di responsabilità e quindi alla ricerca di soluzioni in grado di trasformare il modello detenzione fin qui adottato. Abbiamo (avete! … e si vede pure con quali risultati) iniziato a farlo con atti concreti, proponendo il modello di sorveglianza dinamica, un modello operativo che sta, gradualmente, affermandosi in tutte le realtà territoriali. (a mio parere c’è davvero poco di cui vantarsi …)
 Il nuovo modello è rivolto a un miglioramento delle condizioni detentive, perché permette di riempire il tempo della detenzione rendendolo meno affittivo a favore di inziative progettuali che danno senso alla pena. (a dire il vero di progetti non vedo neanche l’ombra ed i risultati non tarderanno a farVi tornare alla dura realtà).
 
La distanza con superata visione del carcere migliora sensibilmente le condizioni di lavoro della Polizia Penitenziaria (che le condizioni di lavoro siano migliorate è, quantomeno, opinabile)   innalzando, nel contempo, i livelli di sicurezza, (… i gravi fatti accaduti a Viterbo sembrano dimostrare il contrario) offrendo al personale di Polizia Penitenziaria e agli altri operatori nuovi strumenti e modalità di lavoro che consentiranno di accrescere la professionalità.

Le donne e gli uomini della Polizia Penitenziaria, con testimonianza del loro lavoro, fatto di coraggio, professionalità, senso di appartenenza e lealtà istituzionale sono il motore della trasformazione in atto”.

Ai miei colleghi lascio l’onere di fare eventuali ulteriori considerazioni ...
 
A tutti gli altri, proporrei una profonda riflessione sul fatto che non è molto lodevole giocare con la pelle di circa 38.000 persone della Polizia Penitenziaria … dovrebbe bastare poco per comprendere che anche noi siamo esseri umani che meritano rispetto e tutela.

Anche noi passiamo la maggior parte della nostra vita “in galera” (forse a qualcuno sfugge che ci lavoriamo).

Uniforme a parte, ci viene riservato il medesimo “inumano” trattamento riservato alla popolazione detenuta, probabilmente a causa della completa distorta visione della situazione reale che “Il Palazzo” ha del carcere.

Per la morale, prendo in prestito una definizione di Esopo: “E’ facile essere coraggiosi a distanza di sicurezza …”
 
(Dalle mie parti, in borgata, la stessa morale si esprime in modo più volgare che – non potendolo riportare letteralmente - in italiano dovrebbe essere così: “ Quanto è facile fare il gay con il deretano degli altri ...”)