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Home Page> Articolo> Pubblicato il: 30/03/2014  -  stampato il 06/12/2016


Sorveglianza a vista del detenuto: personale di Polizia Penitenziaria o personale dell’area sanitaria?

Il regime della sorveglianza a vista, se pur non quotidiano, si presenta oggi come una delle tante realtà che riguardano il sistema penitenziario.
Nello specifico, il detenuto che mostra uno stato psichico alterato con evidente tendenza all’autolesionismo e/o con istinto suicida, viene sottoposto dal Sanitario competente a regime di sorveglianza a vista.
Il ristretto viene ubicato, di norma, presso il reparto di primo ingresso e/o reparto di infermeria, all’interno di una camera detentiva singola sprovvista, a sua volta, di tutti gli oggetti che potrebbero rivelarsi pericolosi, dato lo stato psichico problematico, garantendo comunque una quanto più dignitosa sistemazione.
In tutto questo, il poliziotto penitenziario svolge come sempre uno dei compiti di elevata delicatezza, poiché viene adibito nell’adempimento di un rigorosissimo controllo del sorvegliato a vista, 24 ore su 24 ore, posizionandosi davanti la cella. Si ribadisce come tale compito sia particolarmente importante e occorre ricordare che in caso di suicidio del detenuto durante il regime di sorveglianza a vista il poliziotto penitenziario, laddove venissero ad emergere delle lacune durante il servizio svolto, potrebbe essere sottoposto a processo per omicidio colposo.
Ad oggi, certo, sia l’Area Sanitaria che quella Educativa sono presenti costantemente nella quotidianità del detenuto in regime di sorveglianza a vista, ma è pur vero che 24 ore su 24 ore davanti la camera detentiva c’è comunque la Polizia Penitenziaria …
La circolare del 25 novembre 2011 intitolata “Modalità di esecuzione della pena. Un nuovo modello di trattamento che comprenda sicurezza, accoglienza e rieducazione” ribadisce l’importanza di applicare una vera e propria attività di sostegno da parte di uno staff multidisciplinare, composto da operatori penitenziari e operatori sanitari, al fine di incentivare e far integrare quanto più possibile il detenuto che al momento si ritrova in una condizione di forte disagio psichico, con evidente istinto autolesionista e suicida.
Anche perché, sempre la circolare in esame è intervenuta proprio con lo scopo di sottolineare come il regime di sorveglianza a vista non deve essere un ricorso ad una limitazione di spazi oppure rivolto soltanto ad evitare eventuali gesti autolesionistici del detenuto, bensì andare ben oltre! Si è, infatti, in presenza di una forte esigenza sanitaria e trattamentale per un sostegno a 360° volto ad una integrazione del contesto detentivo.
Inoltre, la stessa circolare n. 3649/ 6099 del 18 luglio 2013 intitolata, “Linee di indirizzo per la riduzione del rischio autolesivo e suicidario dei detenuti” in virtù di quanto approvato dalla Conferenza Unificata Stato Regione (in G.U. n° 34 del 10 febbraio 2012), focalizza l’attenzione in tema sia della prevenzione che in ambito d’intervento terapeutico, ribadendo appunto l’inserimento del ristretto sorvegliato a vista in un ampio processo trattamentale che deve impegnare tutte le aree, ma di cui sono titolari e responsabili l’Area Educativa e/o Sanitaria, non la Polizia Penitenziaria, chiamata a collaborare e non già ad assumere oneri per fatti che esulano dalla sua specifica competenza professionale.
A tal punto, diventa quasi spontaneo chiedersi :
“SORVEGLIANZA A VISTA DEL DETENUTO: PERSONALE DI POLIZIA PENITENZIARIA O PERSONALE DELL’AREA SANITARIA?”