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Home Page> Articolo> Pubblicato il: 30/04/2014  -  stampato il 08/12/2016


Tamburino e Pagano: cosa volete ancora dalla Polizia Penitenziaria? Parte seconda

In un Paese come l’Italia che ha dato i natali a grandi Statisti, dove grandi professori universitari e “perdenti di lusso” hanno fatto i Ministri della Giustizia è davvero mortificante, oggi, prendere atto che, fondamentalmente, il sistema carcerario è rimasto pressochè immutato per oltre un secolo.

Conventi e fortezze riadattate a carceri, carceri costruite con la concezione della massima sicurezza e quindi decine di cancelli divisori nei corridoi, cancelli e blindati pesantissimi nelle celle, muri di cemento altissimi, pochi spazi per la socialità. Quattro ore d’aria al giorno, ridotte a due per i più pericolosi. Poi l’epoca delle carceri d’oro, un business che ha disseminato carceretti mai utilizzati e che oggi cadono a pezzi ma che hanno arricchito i soliti politici potenti di turno.

Il sovraffollamento, poi, e la carenza d’organico degli agenti di custodia prima e della Polizia Penitenziaria dopo, c’è sempre stato; basta leggere vecchie relazioni di servizio, consultare brogliacci dell’epoca (per chi ne avesse voglia e tempo) e si scoprirebbe che le celle erano sempre stracolme e il personale ridotto all’osso con turni massacranti e addirittura lo smontante si allungava fino all’apertura dei passeggi e talvolta anche oltre.

In questo pianeta carcerario, fuori dall’orbita politica sempre impegnata a risolvere i problemi ad personam o quelli della casta, si levava solo qualche voce nel deserto, come quella dei radicali di Pannella, che chiedevano maggiore dignità per la detenzione e per i diritti dei detenuti che in quel clima venivano costantemente calpestati.
Ma un giorno, il detenuto Mino Torreggiani, spalleggiato da altri detenuti che avevano fatto una orribile carcerazione, con l’impossibilità talvolta di sedersi tutti insieme nella cella, ma facendo i turni, con le doccie con l’acqua fredda, costretti a defecare di fronte agli altri compagni di cella, decise che era ora di dare una lezione allo Stato Italiano (capiamoci, non al Direttore del Carcere o al Ministro che pensava ad altro, ma direttamente allo Stato).

E fu così che questo uomo che aveva affinato una particolare abilità nel derubare i camionisti del proprio carico, vinse la sua battaglia per una detenzione umana, presentandosi a Strasburgo di fronte a quella Corte fatta di alti magistrati abituati ad avere a che fare con carceri tedesche o olandesi, e a pensare alla detenzione come privazione della libertà e non anche della dignità, addirittura senza avvocato. E vinse Mino e lo Stato Italiano perse. Perdemmo tutti quel giorno. Persero soprattutto quelle persone che noi votammo convinti di una svolta e che adesso vorrebbero farci pagare il prezzo della condanna ovvero una sanzione megamiliardaria.

Ed ecco che entrano in scena i nostri super Manager Tamburino e Pagano che senza un soldo, promettendo prefabbricati, schede Skype per telefonare, e colloqui pomeridiani, ma soprattutto senza agenti in periferia, senza funzionari (sono tutti distaccati al DAP) senza direttori (molti sono distaccati a fare altro, i superstiti dirigono due – tre carceri alla volta) credono di ingannare l’Europa imponendo alla periferia le otto ore d’aria al giorno e i tre metri quadrati a testa per detenuto.

In mezzo c’è la Polizia Penitenziaria. Ma tanto ormai non contano più le esigenze del Corpo. Non ci sono straordinari ma per assicurare le otto ore bisogna fare ricorso allo strumento dello straordinario. Il personale al sud invecchia e da di matto mettendosi a disposizione per un anno un anno e mezzo delle CMO per poi congedarsi. Non ci sono soldi per le telecamere, per assicurare i colloqui si fanno salti mortali e straordinario, non si riescono più a garantire i corsi né le attività scolastiche per mancanza di personale, non ci sono lavorazioni perché mancano i soldi e forse anche la volontà per riadattarle; non si è calcolato il gravissimo rischio di prevaricazione dei detenuti più in vista nei confronti degli altri, mentre per un secolo lo abbiamo combattuto a colpi di trasferimenti e 14 bis. Insomma d’un tratto è bastata una sentenza per farci scoprire che in fondo la Torreggiani altro non è che l’applicazione dell’Ordinamento Penitenziario.

Grazie Tamburino e Pagano ci avete illuminato. 

Tamburino e Pagano: cosa volete ancora dalla Polizia Penitenziaria? (prima parte)