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Home Page> Articolo> Pubblicato il: 02/05/2014  -  stampato il 11/12/2016


Le tre E della buona amministrazione e le tre I del dap

Per burocrazia, dal francese bureau che significa ufficio e dal greco krátos che significa potere, si intende una organizzazione di persone e risorse destinate alla realizzazione di un fine collettivo secondo criteri di razionalità, imparzialità ed impersonalità. Peraltro, quando si parla di settore pubblico, la burocrazia deve ispirarsi al principio delle “3 E”Economicità, Efficienza ed Efficacia. Oltremodo, i cittadini hanno diritto ad una pubblica amministrazione poco autoritativa e tanto erogativa, rapida ed efficiente.

A metà degli anni sessanta del secolo scorso, in Inghilterra, il Rapporto Fulton analizzò analiticamente la burocrazia e la pubblica amministrazione del Regno Unito.

Il Rapporto fu piuttosto critico con l'apparato burocratico inglese, in particolare per la prevalenza della figura del “burocrate dilettante”, in grado di svolgere qualsiasi compito senza una particolare preparazione specifica, che aveva portato alla supremazia delle “classi amministrative” rispetto ai tecnici.

Dallo stesso Rapporto emerse anche una inadeguata capacità direttiva dei funzionari e l’isolamento della burocrazia dalla vita del paese, dalle università, dal mondo degli operatori economici.

Quel Rapporto Fulton, pur risalendo ormai a quasi cinquanta anni fa, sembra essere stato scritto per l’attuale burocrazia italiana.

Sembra parlare della nostra burocrazia, quando richiama alla urgente necessità di evitare la sclerotizzazione delle strutture burocratiche. Così come quando critica l’eccesiva rilevanza data al titolo di studio che, invece, dovrebbe cedere il passo al riconoscimento di una preparazione tecnica adeguata alle mansioni che il pubblico dipendente è chiamato a svolgere.

Si parla della nostra burocrazia quando si invoca un livello di produttività e un livello retributivo globale allineati a quelli dei settori privati. Secondo il Rapporto, infatti, le forme di incentivazione e i metodi di selezione dei migliori dovrebbero essere rivisti e ammodernati, sulla base di procedimenti di job  evaluation. Così come i quadri, le carriere e le procedure di avanzamento  dovrebbero essere rivisti in modo da assicurare un'effettiva e quasi spontanea gerarchia di valori, nell'interesse della stessa amministrazione, pur assicurando ai dipendenti adeguati miglioramenti nel trattamento economico.  

Ovviamente, la pubblica amministrazione italiana non è certo il Civil Service inglese, ol'Inspectorat Général des Finances francese.

Kafka sosteneva che la burocrazia è “lo stato immaginario accanto allo stato reale”, una specie di spiritualismo dello Stato.

Se Kafka fosse vissuto ai tempi nostri, non avrei avuto alcun dubbio sul fatto che il suo Castellofosse ispirato al dipartimento dell’amministrazione penitenziaria.

Quale apparato statale, infatti, potrebbe esprimere meglio del palazzone di largo Daga l’immagine della burocrazia italiana? Bureau + kratosUfficio del Potere.

In verità, superando una definizione troppo generica di burocrazia, va detto che non c’è solo l’organizzazione, ma anche chi organizza; non c’è soltanto una funzione pubblica, ma la funzione di chi organizza l’organizzazione.

Nello specifico, non va sottovalutato chi, annidato nelle nicchie disfunzionali della nostra amministrazione, oppone una resistenza tenace a ogni ipotesi di semplificazione o di razionalizzazione delle procedure.

Ed ecco, allora, che i mali endemici della nostra burocrazia, congiunti alle meschine prepotenze dei burocrati che difendono se stessi, hanno consolidato un’amministrazione penitenziaria afflitta da tre gravissimi problemi: la lentezza, la contraddittorietà e l’insufficienza dell’azione amministrativa.

Lentezza, contraddittorietà e insufficienza che si ripercuotono a cascata su tutti gli uffici e servizi penitenziari, centrali e periferici.

Altro che problemi strutturali … altro che dinamiche imprevedibili e ingovernabili …

L’amministrazione penitenziaria sembra comportarsi come quei parassiti che continuano a seguire le proprie logiche evolutive anche quando, così facendo, rischiano di distruggere sia l’ospite che se stessi.

L’apologo dello scorpione e della rana è un’efficacie esempio: <<Uno scorpione chiede a una rana di lasciarlo salire sulla schiena per trasportarlo sull'altra sponda di un fiume. La rana temendo di essere punta durante il viaggio si rifiuta. Tuttavia lo scorpione insiste sostenendo che non potrebbe mai pungere la rana perché altrimenti anche lui cadrebbe nel fiume e non sapendo nuotare morirebbe insieme a lei. Così la rana accetta e inizia a trasportarlo finquando, a metà strada, lo scorpione punge la rana condannando a morte entrambi. Quando la rana sente la puntura dello scorpione chiede il perché del suo gesto e lo scorpione risponde: "È la mia natura".>>

Ovviamente, non tutti i burocrati sono naturalmente arroganti, e prepotenti.

Esistono persone, in tutti i luoghi ed i livelli della burocrazia e quindi anche al dipartimento dell’amministrazione penitenziaria, che sono intelligenti, umane, attente, comprensive, perfino simpatiche e tuttavia, le loro convinzioni su come funziona il sistema in cui lavorano, sono anch’esse preoccupanti per l’andamento dell’amministrazione.

Ad ogni modo, credo che ci sia qualcosa di eroico in certe persone che svolgono bene il proprio lavoro nonostante l’ambiente in cui si trovano.  Un apparato in cui imperversano dirigenti capaci di trasformare qualsiasi soluzione in un problema. Un dipartimento che continua a difendere il proprio status quo fino a quando il quo non perderà il suo stato.

E intanto l’Italia, per rendere più umane (ed efficienti) le proprie carceri, continua a dover ricorrere ad indulti ed amnistie, che alla fine altro non sono che un espediente per “coprire” la lentezza, la contraddittorietà e l’insufficienza dell’azione amministrativa di dirigenti-burocrati che vengono retribuiti principescamente per la (non) realizzazione di un fine collettivo secondo criteri di razionalità, imparzialità ed impersonalità.

Ed è così che le tre “E” di Economicità, Efficienza ed Efficacia della buona amministrazione diventano le tre “I” di Incapacità, Inefficienza ed Inefficacia del dipartimento dell’amministrazione penitenziaria.