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Home Page> Articolo> Pubblicato il: 09/05/2014  -  stampato il 10/12/2016


A chi importa se un collega si uccide?

Da anni ormai scriviamo e lanciamo grida d’allarme per un fenomeno che nel nostro Corpo ormai ha raggiunto qualcosa di patologico. Il suicidio di un poliziotto penitenziario forse non desta più scalpore tra i nostri vertici impegnati a far quadrare i conti per la Sentenza Torreggiani?

Ma è normale che otto – dieci colleghi all’anno, con una media di quasi uno al mese si tolgano la vita?

Sono tutti pazzi? Hanno tutti problemi economici? Hanno tutti problemi familiari? Perché non prendiamo il coraggio a piene mani e lo gridiamo con forza che il nostro lavoro incide sulle motivazioni alla base dell’estremo gesto? Di cosa ci vergogniamo? Dobbiamo nascondere che questo è un lavoro che non si può fare oltre una certa età? Il logorio causato dal continuo confronto con i detenuti, i turni, il senso di oppressione che si prova a lavorare in un ambiente chiuso, litigioso, talvolta incurante dei problemi personali può portare, se sommato ad altri problemi, al suicidio? Basterà una brochure o un numero verde ad aiutare quei poveri colleghi che, magari avranno sbagliato nella loro vita: un matrimonio fallito, debiti da gioco patologico, e per i quali non troviamo nessuna soluzione concreta se non quella di attivare (forse) un numero verde al quale non telefoneranno mai per vergogna?

Perché non offriamo loro qualcosa di concreto, ad iniziare da un posto in caserma, visto che molti a causa delle separazioni non riescono nemmeno a pagarsi l’affitto. E’ tanto chiedere questo? Il mio amico Commissario Ultimo mi racconta di una crescente richiesta da parte di colleghi separati di portarsi la residenza in carcere e di chiedere una stanza che non avranno mai a causa dello stato pietoso in cui sono tenute le caserme (ma poi non vi spettano perché non siamo più militari).

Il mio amico Commissario Ultimo mi racconta di colleghi travolti dai debiti accumulati per una sindrome compulsiva da gioco, che fanno la vita di pezzenti elemosinando qualche ora di straordinario o l’impiego al NTP (ma quella è una casta ed è talvolta impossibile fare la rotazione e la colpa è dei vertici del DAP che non hanno mai dato le giuste direttive demandando la questione alle contrattazioni decentrate dove decidono i “capetti” sindacali che hanno più iscritti al NTP); di colleghi che vanno fuori di testa per un semplice rimprovero, che avendo raggiunto il 50° anno di età si trovano schiacciati tra l’incudine dei problemi della famiglia, spesso economici, dei figli e il martello dei genitori spesso anziani, malati e abbisognevoli di cure e non riescono a gestirsi il servizio accumulando assenze su assenze e polemizzando sui servizi che devono essere fatti su misura.

Una realtà spesso infernale, quella delle carceri di periferia, dove il personale talvolta è lasciato a se stesso in balia dell’arroganza dei detenuti a causa della Sentenza Torreggiani.

Passatevi la mano sulla coscienza. Il fenomeno dei suicidi della Polizia Penitenziaria, già tre in pochi giorni, avrebbero fatto dimettere immediatamente i vertici di qualsiasi amministrazione di un paese civile o semplicemente europeo; ma qui siamo in Italia e quindi si cercherà di scavare nella vita del povero Caio o del povero Sempronio per capire se il suicidio non fosse causato da problemi personali o familiari (questa è la prima reazione dei nostri beneamati vertici) che una volta assodati i motivi, tireranno un sospiro di sollievo dicendo: per fortuna la causa del suicidio non è ascrivibile a problemi di servizio. EVVVAI….anche questa è andata.

Povero Corpo di Polizia Penitenziaria gestito da gente senza divisa che NON ci ama.