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Home Page> Articolo> Pubblicato il: 12/05/2014  -  stampato il 09/12/2016


Suicidi nella Polizia Penitenziaria: le vittime dell'indifferenza

Una lista che sembra non finire mai, un vero e proprio bollettino di guerra: dal 2000 ad oggi più di cento poliziotti penitenziari si sono tolti la vita nell’indifferenza generale dell’opinione pubblica e, peggio ancora, sotto lo sguardo impotente ed incapace di un’amministrazione che pensa di risolvere problematiche di tale complessità attraverso qualche seminario (ben retribuito per chi lo tiene) o la somministrazione di noiosi questionari al personale degli istituti.

Un atteggiamento, quellio dell’amministrazione, che oramai non salva più neppure le apparenze perché la frequenza con la quale tali sconvolgenti episodi si stanno verificando fa correre il rischio di abituarsi pericolosamente a tale allarmante stato di cose.

Tutto ciò accade sotto lo sguardo impotente dei “sopravvissuti” che al dolore della perdita di un amico-collega sopportano quotidianamente uno stress fisico che, inevitabilmente, si aggiunge ad una condizione psicologica di sconforto per un lavoro oggi privato di ogni stimolo perché svuotato della sua vera essenza. A ciò si aggiunga l’arroganza e l’incapacità di tanti Direttori che ai problemi del personale antepongono la misurazione dei metri quadrati delle celle, ma anche l’inerzia di Dirigenti Generali al momento troppo impegnati a capire se la sedia che stanno occupando cambierà semplicemente rivestimento oppure gli sarà definitivamente sottratta.

Neppure i messaggi di cordoglio che le circostanze impongono paiono più avere un minimo valore: parole del momento che nascondono con sempre maggiore imbarazzo le gravi responsabilità che l’ennesima morte ha portato.

E così, quasi accettando un destino beffardo e crudele ma inesorabile, si guarda avanti interrogandosi chi sarà il prossimo. Si, perché una sola cosa è certa in questo particolare momento storico: il prossimo suicidio ci sarà e non dovrà trascorrere tanto tempo.

Nel frattempo continuiamo a subire una gestione carceraria figlia della precarietà e delle “minacce” dell’Europa di rendere gli istituti più umani per i detenuti, dimenticando – e nulla facendo in merito - che un carcere inumano per i detenuti lo è anche per chi dentro ci lavora.

Ciò che fa più male però è subire il silenzio delle istituzioni, l’inerzia dei vertici e gli insulti dell’opinione pubblica che, adeguatamente foraggiata da certa stampa che sa trattare ad arte taluni episodi, trasforma un Corpo già straziato (la Polizia Penitenziaria) in un facile bersaglio mediatico.
In tutto questo c’è chi osserva, dall’alto del suo bell’ufficio, in attesa che vengano nominati i nuovi vertici dell’Amministrazione avendo un motivo in più per crogiolarsi nel suo immobilismo.
Cento morti in 14 anni.

Una cifra che dovrebbe far riflettere e far vergognare chiunque abbia un minimo di senso di appartenenza ad una istituzione nella quale chi opera, ad un certo punto della sua esistenza, non trova modo migliore per farsi sentire che somministrarsi la morte.

La vergognosa frequenza con cui si sta ripetendo questo macabro rituale di morte sta pericolosamente lasciando molti nell’indifferenza, nella rassegnazione che nulla poteva essere fatto per l’ennesima morte e che ciò che si è verificato, semplicemente “doveva succedere”.
E mentre un altro collega sta giocando la sua partita tra la vita e la morte, attendiamo i prossimi vertici del DAP ed i nuovi dirigenti generali. Almeno ci distraiamo per qualche giorno.