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Home Page> Articolo> Pubblicato il: 10/07/2014  -  stampato il 10/12/2016


Ieri una carriera lunga vent’anni: oggi un esercito di CMO

Cari vecchi agenti di custodia, quando vi arruolavate sapevate già che dovevate fare vent’anni di servizio per andare in pensione. Quello era il traguardo minimo. Quante volte, da giovane agente ho dovuto ascoltare dagli appuntati quella vecchia litania: Annà passà sti 19 anni, sei misi, e un juorno…

Certo oggi è facilmente criticabile questo periodo minimo di servizio grazie al quale gli AA.CC. potevano andare in pensione. Ma tutto ciò aveva una logica. Venti anni di servizio a, 9 – 10 ore al giorno, con una media di 8 – 9 notti e 120 ore di straordinario ed un solo riposo al mese, , con condizioni lavorative pessime bastavano a distruggere un uomo; vent’anni di servizio equivalevano a 40 anni lavorativi.

Il logorio fisico e psichico per un agente ne consigliavano il collocamento in quiescenza anticipato. Oggi, pensare ad un quarantenne pensionato fa rabbrividire i benpensanti e l’Europa intera. Oggi è impossibile tornare indietro o parlare di lavori usuranti. Oggi che siamo in Europa e abbiamo applicato la sentenza Torreggiani, non esiste più che un agente con vent’anni di servizio vada in pensione. Eppure tutto ciò aveva una logica. L’agente di custodia, secondo una scala dei lavori usuranti veniva classificato subito dopo il “minatore”. Oggi invece non ci si usura più: direttamente ci si suicida o ci si ammala di cuore a 40 – 45 anni per poi morire lentamente dietro a una scrivania dopo che ci hanno passato a servizio parziale. Comunque, sono in aumento anche coloro che dopo un “infartino” o una angioplastica vengono fatti idonei al servizio d’istituto dalle CMO sempre più di manica stretta nel concedere cause di servizio, dopo i periodi di vacche grasse .

Oggi, con le stesse malattie che ti davano diritto ad averti riconosciuta una causa di servizio, non solo non te l’accettano ma ti dicono che la bronchite l’hai presa quando andavi al liceo…

Oggi in alcune carceri del SUD abbiamo un personale di P.P. con la media di 48 – 50 anni di età; un personale stanco, demotivato, ammalato, afflitto da numerosi problemi familiari, stretto tra l’incudine dei figli che crescono e il martello dei genitori anziani, ammalati che richiedono cure e assistenza; personale che non può andare in pensione pur se logorato e alle soglie dell’esaurimento. Così si ricorre sempre più spesso alla CMO con la speranza di essere riformati e andare via, in pensione, senza grosse penalità. E’ un esercito che ogni giorno si ingrossa sempre più; l’esercito dei convalescenti per stato ansioso depressivo, talvolta, anche reattivo.

Ammalati giornalieri, convalescenti, assenti per legge 104 o per donazione sangue o per attività sindacale che riducono sempre più il personale in servizio e che costringono chi rimane a fare i salti mortali per assicurare i servizi, la sicurezza (pochissima) e i diritti dei detenuti. Quei 19 anni, 6 mesi e 1 giorno avevano una logica. Oggi, infatti, che logica ha ( se non solo quella del risparmio sulla pelle dei poliziotti) tenere in servizio poliziotti penitenziari di 55 – 56 anni, spremuti e avviliti e con nessuna prospettiva di carriera, che fanno ancora quello che facevano a vent’anni?