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Home Page> Articolo> Pubblicato il: 07/10/2014  -  stampato il 03/12/2016


Il Sindacato che vorrei

La parola “Sindacato” deriva dal greco Sin (insieme) e Dikè (giustizia) e quindi significa “Insieme per la giustizia”.

Il Sindacato che vorrei è diverso da quello di oggi. Fra un paio d’anni vorrei che fosse cambiato, fra cinque anni lo vorrei migliore, fra dieci vorrei che quasi non servisse più perché ci sono colleghi in grado di attingere a conoscenze e risorse pubbliche che consentano loro di autotutelarsi.

Perché in fondo il ruolo del Sindacato è quello di tutelare il Personale dai soprusi di chi lo amministra e in molti questo l’hanno dimenticato, per non dire, mai attuato. Anzi, molti tradiscono spudoratamente la loro “mission” cercando, attraverso il Sindacato, un’affermazione personale, soprattutto di tipo economico o magari anche politico.

Per carità, ogni azione umana nasce da un’esigenza personale e tutti tendono a trarre il massimo vantaggio da ogni proprio sforzo. Io per primo. Il fatto è che nel trarre un proprio legittimo vantaggio, non bisognerebbe perdere di vista l’obiettivo principale, la difesa del Personale e il suo benessere.

Per quanto ho avuto modo di osservare, mi sembra invece che moltissimi “sindacalisti” abbiano operato con due tecniche principali: la minaccia e il favore.

La minaccia consiste nel minacciare (appunto) il collega, con azioni di disturbo quali mancati permessi, diniego alle ferie, spostamento di turni e altre cosucce tipiche da chi amministra certe faccende. Non è un caso infatti che molti sindacalisti siano collocati in posti strategici vicino al Direttore, al Comandante, negli uffici Comando o Servizi. La minaccia è: “O ti iscrivi con me, oppur ti rendo la vita più difficile di quella che già hai”. Con il tempo, praticamente tutti cedono.

Il favore consiste nel favorire (appunto) il collega con un’azione ai limiti della legalità, se non ampiamente al di là… favorendolo in graduatorie discrezionali, facendogli ottenere agevolazioni di ogni tipo, fino ai trasferimenti veri e propri. Poco importa se ad ottenere un trasferimento per la “mitica” Legge 104 sia un collega che non ne ha affatto bisogno e che con ciò, magari toglie la possibilità ad un padre di assistere la propria figlia gravemente malata negli ultimi mesi di vita. Un favore è un favore e spesso lo si paga con tessere sindacali sonanti.

Il fatto è che una volta, quando si arruolavano migliaia di Agenti l’anno, quando non si badava a più di un trasferimento d’ufficio per la stessa persona nello stesso anno (con tutti i rimborsi per il disturbo che ne derivavano ad ogni trasferimento), i favori erano più facili e tutti erano contenti; bastava saper aspettare e un favore, prima o poi, capitava anche a te.

Oggi i favori sono ampiamente diminuiti e non perché ci sia più legalità, anzi. E’ solo che c’è una carenza d’organico spaventosa e oggi anche un singolo spostamento fa troppo clamore ed è difficile da nascondere.

Ma le minacce no. In tempi di vacche magre, le minacce sono ancora più “utili” di prima per mietere tessere sindacali. E’ per quello che molti colleghi hanno la doppia, tripla, quadrupla tessera sindacale. E’ anche per quello che abbiamo sindacati di tipo DITTA FAMILIARE con migliaia di iscritti. Data l’ignoranza e la situazione di oggettiva difficoltà di molti colleghi, basta mettere in piedi una gerarchia di sindacalisti che si spalleggiano a vicenda per rendere la minaccia sempre attuale. Ovviamente di questa situazione è complice l’amministrazione o per meglio dire singoli ma ben posizionati Dirigenti dello Stato che ricoprono ruoli chiave nel DAP. Nell’amministrazione penitenziaria è tale la mancanza di chiarezza e di certezza che almeno le due tessere sindacali più “rappresentative” del tuo Istituto, ce le devi avere in tasca.

Quanto durerà questo giochetto al massacro che sta distruggendo l’istituzione sindacale stessa e che nel frattempo ha rovinato la vita a moltissimi colleghi rendendo oltretutto la Polizia Penitenziaria un Corpo composto da gente disposta ad accoltellarsi l’uno con l’altro in micro-carceri sparsi in tutta Italia?

I fatti ci dicono che nei prossimi anni andranno in pensione migliaia di Poliziotti Penitenziari, tutti quelli che sono stati arruolati nei primi anni ‘80 i quali costituiscono un nutrito numero di tessere sindacali, perché nel Sindacato c’hanno creduto, perché sono stati minacciati, perché hanno ottenuto favori. Rimarranno sempre meno Poliziotti, questi però, meno facili da domare con le minacce perché spesso hanno più coscienza dei propri diritti e ricorrono sempre più ai TAR che ai sindacati. Spesso hanno anche più cultura e padronanza di linguaggio di tanti vecchi “sindacalisti” incapaci ormai di tenere il passo.

Il Sindacato che vorrei è quello che riuscirà a smarcarsi da questo gioco al massacro, al costo di perdere tessere nel breve periodo. Tanto sono tutte tessere marce dentro, ottenute con le minacce o i favori di una volta. Nascono dal sopruso o dall’inganno, strappate da sindacalisti mercenari che spostano pacchetti di centinaia di tessere da un sindacato all’altro, tenendo per le palle i colleghi oppure facendogli ottenere un favore al posto di altri colleghi.

Sono convinto che serva un drastico cambiamento di modello sindacale che si riappropri del significato originario della parola “Sindacato”

Rimango della convinzione che solo il SAPPE oggi è in grado di mettere in pratica un cambiamento del genere, ma non senza autocritiche e una reale condivisione degli obiettivi a breve, medio e lungo termine con tutti i propri Quadri e sopratutto con tutto il Corpo di Polizia Penitenziaria.

 

 

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