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Home Page> Articolo> Pubblicato il: 07/11/2014  -  stampato il 09/12/2016


Lettera aperta ad Adriano Celentano

Signor Celentano, quando ascoltavo le sue musiche, le costruzioni artistiche dei suoi parolieri, ero convinto che oltre quel microfono ci fosse un grande uomo: intelligente, sensibile, con un sentimento fine a se stesso.

Constatare dopo tanti anni di aver sbagliato mi duole, mi duole capire quanto lei e la musica che ha cantato siate all’opposto del concetto di sentimento. Devo forzatamente dedurre che tutto ciò che lei ha recitato con la musica, con le parole, con le espressioni, a volte anche pagliaccesche, era solo un fatto commerciale, che però è riuscito a convincere milioni di persone.

Einstein diceva che esistono due cose infinite: l’universo e la stupidità umana, ma che sul primo aveva qualche ragionevole dubbio.

Speravo che lei, Adriano, fosse un eccezione.  

Temo che chi ha rischiato, facendolo esibire come una persona diversa, fuori dalla musica, ha sbagliato obbiettivo e forse sta rimpiangendo i milioni con cui l’ha pagata, e nel tempo ce ne siamo accorti.

Lei, signor Celentano, al di là del poco riuscito tentativo di poesia, nella sua lettera diretta al povero Cucchi, ha rivelato una assoluta, offensiva, becera concezione di una categoria davanti alla quale avrebbe solo il preciso dovere i togliersi il cappello: non le “guardie carcerarie” come afferma, ma il Corpo di Polizia Penitenziaria. Gente che lavora, e duramente, con sacrificio, in un ambiente spesso ostile, difficile da gestire ed anche da vivere.

 Certo lei non può capire perché la  sua vita è sempre stata in discesa, buon per lei, ma questa sua agiatezza non le ha permesso di capire veramente la vita degli altri. Infangare un corpo di lavoratori, che ogni giorno, mese ed anno tentano del loro meglio per custodire la dignità di altri uomini come loro anche se meno fortunati è semplicemente una cosa indegna.

Tanti miei colleghi hanno salvato vite, sventando ostinatamente molteplici tentativi di suicidio, recuperando persone che oggi sono cambiate e reinserite nel contesto sociale, hanno portato e portano ogni giorno parole di conforto a chi soffre a chi ha o non ha più speranza.

Insultare, oltraggiare queste persone è semplicemente osceno, tanto più osceno se la motivazione dovesse essere soltanto il voler apparire, il voler emergere o l’essere stato contagiato da un delirio di onnipotenza.

Io ho anche il dubbio che a lei del povero Cucchi interessi poco.

Di quello che è successo al povero Stefano Cucchi interessa molto, ma molto, di più a noi che a lei.

Il senso di pena, l’incredulità che ha suscitato la sua morte ha creato sconcerto in tutto il nostro Corpo, sconcerto ed anche dolore per una giovane vita ingiustamente falciata. E siamo noi, noi i primi a chiedere giustizia, noi i primi a volere la verità, perché ci rendiamo ben conto che solo la verità ci potrà sottrarre da questa gogna mediatica.

Per cui, signor Celentano, ci faccia e si faccia un favore: la smetta di dire stupidaggini.

In effetti le sue canzoni ci piacevano.

Ma se non ce la fa più a cantare metta su una scuola di canto senza temere concorrenza.

Non si renda ridicolo e rifletta bene e con coscienza prima di esternare su vicende che non conosce e, le ripeto, si tolga il cappello quando parla della Polizia Penitenziaria.

Senza alcuna stima

 

Il Fiero appartenente al Corpo di Polizia Penitenziaria

S. Commissario Luigi Giannelli