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Home Page> Articolo> Pubblicato il: 22/12/2014  -  stampato il 07/12/2016


Suicidi Polizia Penitenziaria: per qualcuno basterebbe curarsi come fanno gli altri

Di recente, altri due colleghi hanno deciso di togliersi la vita a poche ore uno dall’altro.

Tragedia nella tragedia, il collega in servizio a Velletri ha anche ucciso sua moglie rendendo orfani due piccoli figli.

A cavallo dei due tragici eventi ho avuto modo di leggere un intervento della dottoressa Gemma Brandi, Direttore Salute Mentali Adulti Firenze, che, mi assicurano, è molto vicina alle problematiche della Polizia Penitenziaria.

L'intervento della dottoressa Brandi (riportato più in basso) mi ha davvero sconcertato perchè, sostanzialmente, dopo aver collegato le motivazioni dei gesti estremi alle condizioni di sfascio generalizzato,  accusa esplicitamente il Sindacato (e quindi in particolare il Sappe che è l’unico Sindacato di Polizia ad essersi occupato dell’argomento) di “piegare i dati alle proprie ipotesi”.

 

L’ETA’ DEI COLLEGHI

La prima argomentazione che tira in ballo la dottoressa Brandi è l’età e la qualifica dei colleghi (assistenti capo): “Vorrei chiedere ai rappresentanti sindacali se non sia vero che, quasi sempre, sia questa la categoria colpita dalla disgrazia, che dunque testimonia di qualcosa cui non si è ritenuto importante dare un nome”. E’ vero, la maggior parte dei poliziotti penitenziari che hanno scelto di suicidarsi sono Assistenti Capo di un età compresa tra i 35 e 50 anni, ma è anche vero che in questa fascia di età/qualifica rientrano la maggior parte dei poliziotti penitenziari: attualmente su 38000 unità di polizia penitenziaria in servizio, più di 25000 ricoprono la qualifica di assistente capo. Quindi, aritmeticamente parlando, sembra trattarsi di un puro e semplice calcolo delle probabilità.

Ma anche non fosse questo il motivo, quale dovrebbe essere il nesso tra l’età/qualifica e la supposta manipolazione sindacale per piegare i dati alle proprie ipotesi? Dov’è? Ma di cosa stiamo parlando?

 

I COLLEGHI SI CURINO DA SOLI ALL’ESTERNO COME TUTTI

Prosegue la Dott.ssa: “E invece si continuano a evocare soluzioni miracolistiche e non realistiche come l’attivazione di centri di ascolto intra moenia dai quali, a mio avviso, le persone riguardate dalla innominata difficoltà si terrebbero bene alla larga. Gli operatori del carcere sono cittadini a tutti gli effetti, che possono quindi fruire della stessa assistenza garantita oggi anche al cittadino recluso, là dove si trova.” In effetti, il Sappe chiede da anni l’attivazione di centri d’ascolto specifici per i poliziotti penitenziari, su interesse e a cura dell’Amministrazione penitenziaria e non per questo ubicati per forza nelle carceri. Forse la dottoressa non si rende conto delle difficoltà di tempo, di mobilità, dei turni di lavoro che un poliziotto deve affrontare nella sua quotidianità. Un poliziotto in difficoltà non è un cittadino come tutti gli altri; non lo è almeno nel contesto lavorativo. Un poliziotto in difficoltà si troverà, forse, più a suo agio in una struttura appositamente creata per lui, interna al familiare luogo di lavoro, che gli faccia sentire la vicinanza e la protezione della sua stessa Amministrazione.

 

E’ COLPA DELLA SFASCIO DEL SISTEMA

“Lo sfascio istituzionale che mina i luoghi di pena, ormai da qualche anno, anticipa lo sfascio dell’intero sistema pubblico, se non si saprà trarre una lezione da quanto accade nei reclusori del Paese. Ho la presunzione di ritenere che le morti di questi uomini testimonino di tale sfascio.”  Eh già ... il sistema, lo sfascio… Non c’è peggior sordo di chi non vuole ascoltare e non c’è peggior cieco di chi non vuol vedere. Noi non abbiamo la presunzione di aver trovato la soluzione o il rimedio ai problemi di chi sceglie di togliersi la vita. Ma ci sembra evidente  che un gesto del genere risiede troppo in profondità nell’animo umano per poterlo collegare sic et simpliciter ad un generico sfascio del sistema penitenziario.

 

Detto questo, pur leggendo e rileggendo l’intervento della dottoressa, continuo a non trovare nemmeno una parola su come affrontare il problema, leggo solo generiche accuse al Sappe che, almeno, ha tentato di proporre degli interventi all’Amministrazione penitenziaria.

Francamente, l’intervento della dottorressa Brandi mi sembra piuttosto una difesa d’ufficio del DAP e dei suoi Dirigenti.

Se poi vogliamo davvero affrontare la discussione serenamente, cercando di battere qualunque strada utile, mi permetto di osservare che la stragrande maggioranza dei suicidi dei colleghi della Polizia Penitenziaria è legata o collegata a problemi di separazione tra coniugi.

In questo contesto, quindi, assume tutta un’altra luce la condizione di persone di età compresa tra i 35 e 50 anni che spesso lavorano lontano da casa (l’ultimo collega era stato appena trasferito a Velletri da un istituto del nord) e che si ritrovano a gestire relazioni coniugali e ruolo paterno in situazione di precarietà.

Ci sono colleghi, mariti, padri, che “compattano” giorni consecutivi di lavoro (e dove lo troverebbero il tempo per andare a cercare un aiuto esterno?) per poi fare minimo 500 km di viaggio per passare qualche giorno in famiglia (non sono rari i casi di incidenti stradali notturni).

Sono tanti i colleghi in queste condizioni. Persone che vivono in caserma per risparmiare soldi e che, oltretutto, si trovano a sopportare il peso di tutte le problematiche del carcere. Lo sa la dottoressa Brandi qual’è la qualifica maggiormente presente nelle carceri nelle ore notturne? Sarà forse quella degli Assistenti Capo? Lo sa che affidare la “Sorveglianza Generale” ad un Assistente Capo è la norma in molti Istituti?

L’unico modo di affrontare seriamente la questione secondo me è quella di ripartire dalla persona; dalle condizioni in cui lavorano migliaia di Assistenti Capo, lontani da casa, sfruttati dall’Amministrazione penitenziaria e, secondo la Brandi, ora anche “colpevoli” di non curarsi come fanno tutti gli altri!

 

L'intervento della Dott.ssa Brandi su Ristretti Orizzonti

Ho scritto già molte volte a Ristretti Orizzonti per non lasciare che scivoli via una notizia importante come la morte per auto soppressione di un agente di Polizia Penitenziaria. L’ho fatto senza pretendere di indicare dei colpevoli presunti, ma per provocare una riflessione diversa da quella che si suppone sia portata avanti in un qualche dove della Repubblica Italiana a fronte della diminuzione percentuale dei suicidi dei reclusi, pure in carceri invivibili e non solo per sovraffollamento, e della crescita parallela dei gesti autolesivi estremi dei poliziotti. Torno a proporre oggi il mio punto di vista.

Di nuovo si è ucciso un assistente, capo stavolta, in quell’età che muove tra trentacinque e cinquant’anni. Vorrei che questo aspetto epidemiologico non andasse trascurato, perché non coerente con la diffusione del suicidio nella popolazione che non abita, né lavora nei penitenziari. Vorrei chiedere ai rappresentanti sindacali se non sia vero che, quasi sempre, sia questa la categoria colpita dalla disgrazia, che dunque testimonia di qualcosa cui non si è ritenuto importante dare un nome. Prima di generalizzare o piegare un dato alle proprie ipotesi, occorre partire dalla realtà specifica; occorre adeguarsi all’esame di realtà per affrontare davvero un problema. Perché tanta sofferenza si annida nel cuore e nella mente di assistenti e assistenti capo della Polizia Penitenziaria dell’età indicata? Forse se cominciassimo a interrogarci reciprocamente sul problema e a mostrare una attenzione per la fascia anagrafica e occupazionale indicata, potremmo trovare una via di uscita.

E invece si continuano a evocare soluzioni miracolistiche e non realistiche come l’attivazione di centri di ascolto intra moenia dai quali, a mio avviso, le persone riguardate dalla innominata difficoltà si terrebbero bene alla larga. Gli operatori del carcere sono cittadini a tutti gli effetti, che possono quindi fruire della stessa assistenza garantita oggi anche al cittadino recluso, là dove si trova. L’operatore ha la libertà di uscire dal posto di lavoro e recarsi all’esterno per trovare accoglienza e cure, con la riservatezza di cui difficilmente godrebbe tra le mura della prigione. Quindi smettiamo di reclamare sportelli dedicati dentro i reclusori, anche se a dare questo suggerimento fossero illustri esperti che però di carcere non sanno niente, e componiamo un pensiero sull’argomento che ci sta a cuore.

Lo sfascio istituzionale che mina i luoghi di pena, ormai da qualche anno, anticipa lo sfascio dell’intero sistema pubblico, se non si saprà trarre una lezione da quanto accade nei reclusori del Paese. Ho la presunzione di ritenere che le morti di questi uomini testimonino di tale sfascio. Gradirei non poco che il mio punto di vista ne incontrasse altri e che l’amalgama delle diverse prospettive di chi conosce il sistema penitenziario ci aiutasse ad aiutare compagni di cordata che gettano la spugna in maniera clamorosa quanto inavvertita.

 

 

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