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Home Page> Articolo> Pubblicato il: 20/12/2014  -  stampato il 07/12/2016


Cari vecchi Agenti di Custodia - seconda parte

Cari vecchi AA.CC., non posso pensare a voi, silenziosi servitori dello Stato senza provare affetto e gratitudine per i sacrifici personali e familiari, che avete dovuto affrontare e per le ingiustizie subite nella vostra carriera.

Sottoposti ad un controllo e una burocrazia asfissiante, camminavano sempre sul filo del rasoio poiché i direttori dell’epoca avevano  quasi potere di vita e di morte sugli AA.CC. (nel senso che li potevano buttare fuori dal Corpo o trasferirli facendo trovare loro la famosa “cassa” in portineria, se solo avessero combinato dei guai, o se magari si fossero solo resi antipatici al direttore per via della loro opera “mormoratrice” o delle loro idee sovversive). La burocrazia, poi, subentrava in ogni fase e in ogni momento della vita dell’agente di custodia. Occorrevano sempre le informazioni del Direttore: per avanzamento al grado superiore, per contrarre matrimonio, per inviare un’istanza di rafferma, per una domanda di trasferimento, per un’istanza di ratifica di anzianità e paga, per partecipare ad un corso di infermiere, per l’ammissione al servizio continuativo ecc. insomma una vita in servizio scandita da continui giudizi da parte del Direttore, che erano per lo più sentenze senza alcuna possibilità di appello.

Una condizione di continua ed incessante frustrazione sia in servizio che fuori veniva probabilmente annegata nell’alcool da molti agenti, infatti, su un campione rappresentativo di oltre 500 agenti di custodia dalla fine dell’800 al 1960 circa, tanti sono i rapporti disciplinari per ubriachezza che poteva assumere diverse connotazioni: semplice, senza scandalo, molesta e scandalosa.

Ma ciò che condizionava la vita degli agenti, specie gli sposati era la difficoltà economica, causata certamente da un magro stipendio o, nel caso di alcuni agenti celibi a causa della vita sregolata che vivevano  fuori dal carcere, spesso condita da frequentazioni poco raccomandabili e donne di malaffare. Lo stipendio doveva essere ben poca cosa nel dopoguerra, se il Direttore del Carcere di Ventimiglia giudicava un agente scrivendo: “è affezionato alla famiglia che, nonostante la misera paga, aiuta mensilmente privandosi anche del necessario”.

I debiti erano l’ossessione di tanti agenti; alcuni erano carichi di debiti – e per dirla con parole del direttore – ….che si ritiene contragga per abitudine a vita sregolata e con il deliberato proposito di non saldarli (1960)…- ma sono tanti i giudizi riscontrati nei quali si fa cenno a debiti contratti per vita sregolata da parte degli agenti.

Insomma, quella degli agenti di custodia, in quegli anni fu una vita grama fatta di ore interminabili di lavoro e di poche soddisfazioni. Fedeli servitori dello Stato, mal pagati e senza nemmeno il diritto al Riposo settimanale (conquistato nella seconda metà degli anni ’80) seppero, comunque, pur essendo abbandonati dalle istituzioni per anni, arginare la tracotanza mafiosa e terroristica, pagando un tributo di sangue altissimo che fa onore al Corpo degli Agenti di Custodia del quale, tutti noi dobbiamo essere fieri.