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Home Page> Articolo> Pubblicato il: 09/01/2015  -  stampato il 03/12/2016


Il cuore grande della Polizia Penitenziaria

La mia è una famiglia di origine marinara. Tutti i miei antenati, trapanesi da oltre 5 secoli, sono stati marinai o pescatori, calafati o bottai salatori (di pesce), naviganti o cuochi di bordo. Tutti hanno avuto a che fare, in qualche modo, con il mare.

Mio figlio Francesco, ha continuato la tradizione andando per mare dopo il diploma al prestigioso Istituto Nautico “Marino Torre” di Trapani, esistente in città da oltre 150 anni e che ha sfornato fior di ufficiali della Marina Mercantile che si sono fatti onore in tutti i mari del mondo.

Una scelta difficile, in quanto tanti giovani d’oggi, all’età di mio figlio giocano ancora alla play station, o continuano gli studi all’università alla ricerca di un titolo e di un lavoro che presto o tardi forse arriverà. La vita, quella del marittimo, è piena di ansie e di solitudine in quei mesi passati in navigazione, tra cielo e mare, lontani dagli affetti familiari. Una vita dura, che può essere anche ricca di soddisfazioni ed economicamente gratificante. Ma non tutti i giovani oggi sono disposti a fare sacrifici e stare lontani da casa o dalle fidanzate.

Ed ecco quindi l’alternarsi dei mesi di sbarco e di imbarco, l’arrivo della chiamata e l’ansia di una famiglia che si chiede stavolta quale rotta farà, e cerca sull’atlante o su internet posti sconosciuti dove tuo figlio andrà a prendere la nave. E la partenza è sempre un piccolo trauma che si ripete puntuale ogni trimestre. E con il cuore in gola si attende sempre l’arrivo di una telefonata o di un sms.

Il naufragio è l’ultima cosa a cui si pensa, poiché se si pensasse invece alla reale possibilità che possa avvenire, penso che nessuno più si imbarcherebbe. Le navi oggi sono sempre più sicure e sottoposti a controlli minuziosi, eppure il fato è sempre in agguato, come nel caso della Norman Atlantic (sulle cui cause del naufragio vi è un’inchiesta in corso e quindi non è il caso parlarne). Ma voglio solo soffermarmi sulle mie sensazioni; le sensazioni di un padre che riceve tramite TV la notizia e insieme a tutta la famiglia, moglie e altri figli, ma anche parenti e amici intimi, vivono ore di angoscia senza poter far nulla per avere notizie, o ricevendo risposte vaghe e burocratiche, che ti spezzano il cuore, fino alla fatidica telefonata liberatoria: Sono vivo!!!!

E allora emergono frammenti di storia, racconti spezzettati talvolta incomprensibili per la difficoltà di comunicare, e poiché inframezzati di pianto. Lo sbarco a Taranto con altri naufraghi, salvati da quella lancia condotta da un ragazzo di 29 anni dalla condotta “eroica”. Certo, io sono suo padre. Per me, mio figlio è un eroe. Si può anche non essere d’accordo, ma restano i fatti.

E come in ogni triste e tragica vicenda, fortunatamente a lieto fine per noi, ti rimane solo l’affetto degli amici, dei parenti, dei tantissimi concittadini che attraverso telefonate, messaggi, post sui social, esprimono solidarietà alla famiglia. Così come ha fatto il SAPPE, nel quale ho a lungo militato in prima fila e in tante battaglie sindacali, solidarietà espressa anche attraverso un articolo con il quale il mio amico Gianni De Blasis pensava di far stringere intorno al dramma familiare di un “poliziotto penitenziario” il cui figlio era stato coinvolto nel naufragio, i colleghi, l’amministrazione penitenziaria tutta, non facendo i conti con chi, coltivando un invidioso odio viscerale nei miei confronti, alimentato da futili motivi e vecchi rancori non ha perso tempo per buttare discredito con i suoi post al veleno (che lui ha scelto di non pubblicare perché indegni) nei confronti di un ragazzo ventinovenne di cui tutta la Polizia Penitenziaria, in quanto figlio di un appartenente, dovrebbe essere orgogliosa.

Qualcuno dalle pagine di questo blog ha scritto tempo fa che il vero nemico della Polizia Penitenziaria è la Polizia Penitenziaria, ovvero quei colleghi sempre pronti a gettare ombre su tutti, a discreditare chi con la propria abnegazione porta avanti le carceri ogni giorno con grandi sacrifici, a godere delle disgrazie altrui, specie se colleghi, specie se superiori di grado...

Fortunatamente sono pochi; la stragrande maggioranza del personale ha un grande cuore e infatti, il grande cuore della Polizia Penitenziaria ma anche quello dei suoi dirigenti l’ho potuto toccare con mano; il 31 dicembre 2014, mentre i soliti detrattori che buttano veleni nei post mettendo perfino in dubbio ciò che è accaduto (ma solo per farmi del male moralmente) si apprestavano a brindare al nuovo anno (perché sicuramente erano liberi in un modo o nell’altro) io, in un momento di disperazione, mentre mio figlio dopo 80 ore di odissea in mare, scampato per miracolo alla morte, si trovava solo in ospedale senza nessuno che gli stringesse almeno la mano per dargli conforto, ho chiesto aiuto ai colleghi della C.C. Taranto, al direttore di quel Carcere, la dottoressa Stefania Baldassari, che rimproverandomi anzi per non avere chiamato prima davano tutto il sostegno e il conforto morale di cui il ragazzo aveva bisogno, non lasciandolo più nemmeno un minuto da solo, fin quando i colleghi del NTP di Taranto non hanno visto l’aereo decollare. Ecco, in quel momento mi sono sentito orgoglioso di appartenere al Corpo di Polizia Penitenziaria, di un’amministrazione che ha dei direttori coma la dottoressa Stefania Baldassarri che in un giorno importante prefestivo come il 31 dicembre non si è mai negata al telefono, di avere un Vice Capo del Dipartimento come il dott. Luigi Pagano e il Provveditore della Puglia che non appena hanno saputo della vicenda si sono resi subito disponibili a fare qualcosa che potesse dare conforto al naufrago e alla sua famiglia.

Ecco, volevo solo condividere con voi, come ormai si usa fare spesso sui social, una vicenda umana e personale che mi ha toccato nel profondo dell’animo. Grazie a chi mi è stato vicino.