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Home Page> Articolo> Pubblicato il: 19/01/2015  -  stampato il 08/12/2016


Caso Cucchi: le sentenze integrali di primo e secondo grado, con le motivazioni dei verdetti

Avremmo tantissime cose da dire dopo aver letto le motivazioni della sentenza d’appello del processo Cucchi. Avremmo tantissime cose da dire e, soprattutto, avremmo tanta voglia di chiedere conto a tutte quelle persone – autorevoli o meno – che dal 2009 a oggi non hanno fatto altro che dichiarare colpevoli senza appello i nostri colleghi (inaudita altera parte)  per la morte del povero Stefano Cucchi. Avremmo tantissime cose da dire ad Ilaria Cucchi …

Ma non possiamo, non vogliamo e non dobbiamo dire niente.

SENTENZA CORTE D'ASSISE PROCESSO CUCCHI (I PARTE)

In uno Stato di diritto devono parlare soltanto le sentenze e perciò ci limitiamo a pubblicare integralmente i due verdetti (quello della Corte d’Assise e quello della Corte d’Assise d’Appello) affinché chiunque possa leggere dalla prima all’ultima riga e trarre le proprie conclusioni.

Sappiamo bene che nemmeno questo potrebbe bastare a ristabilire la verità storica della triste vicenda, perché potrebbero essere troppo poche le persone (rispetto alla vastissima platea dei mass media) che leggeranno davvero la sentenza, ma vogliamo comunque sperare e credere di contribuire così a restituire dignità ai nostri colleghi.

Purtroppo, spesso e volentieri, la stragrande maggioranza della gente apprende le notizie dalla televisione o dai giornali sentendo o leggendo soltanto i titoli di testa.

I risultati di questo superficiale modo di informarsi sono processi sommari e giudizi mediatici dai quali nessuno (come è successo ai nostri colleghi), nonostante le sentenze di assoluzione, riuscirà mai a scagionarsi definitivamente.

Honoré Balzac sosteneva che: “Criticare tutti senza che i criticati possano criticarti è il maggiore privilegio del giornalista.”

Purtroppo, però, i danni provocati dalla gogna mediatica sono, il più delle volte, irreparabili.

Ne sanno qualcosa tutti gli innocenti finiti nel tritacarne di giornali e televisioni. Gigi Sabani, ad esempio, è morto a 54 anni dopo un processo ingiusto, scaturito da accuse infamanti, amplificate e accreditate a lungo dai mezzi d’informazione.

Ma niente dimostra meglio questa perversa dinamica quanto la storia di Gino Girolimoni.

A Girolimoni, con una campagna di stampa senza precedenti, fu affibbiata la nomea di “Mostro di Roma” dalla quale non è più riuscito a liberarsi fino alla morte, nonostante fosse stato scagionato da ogni accusa. E ancora oggi a Roma si usa chiamare Girolimoni qualcuno sospettato di pedofilia.

Eppure, molti giornalisti continuano a essere convinti di avere il diritto/dovere di impartire lezioni di morale e di civiltà per orientare l’opinione pubblica, anche a costo di offendere e screditare ingiustamente il prossimo, lanciandosi in vere e proprie crociate dove la dignità degli altri conta poco e niente.

Tanto alla fine le richieste di rettifica finiscono per essere relegate in fondo a qualche pagina, commentate da malevole risposte in corsivo con cui il giornalista rincara la dose e alle quali non è ammessa ulteriore replica.

Non a caso qualcuno, molti anni fa, ha definito la stampa il “Quarto potere”…

Nel caso Cucchi, infine, anche molti personaggi illustri (Celentano su tutti) si sono sentiti in dovere di intervenire pubblicamente, prima e dopo le sentenze e a prescindere da queste, accusando apertamente i nostri colleghi di cose che non hanno mai fatto.

Anche a beneficio del Re degli Ignoranti, quindi, ecco le due sentenze integrali affinché lui e chiunque altro possano leggere, riga per riga e parola per parola, tutte le motivazioni per conoscere fino in fondo la verità processuale del caso Cucchi.

Tutto quanto d’altro è stato detto, sono soltanto ricostruzioni emotive inquinate da sentimenti e risentimenti.

Per quello che ci riguarda, infine, anche se avevamo sempre sostenuto e creduto nell’innocenza dei nostri colleghi, abbiamo dichiarato fin dall’inizio di confidare nella magistratura e nelle decisioni dei Tribunali e perciò avremmo rispettato le sentenze, comunque fossero.

Così è stato e così sarà, anche per la Cassazione.

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