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Home Page> Articolo> Pubblicato il: 27/01/2015  -  stampato il 10/12/2016


Le ragioni di una riforma penitenziaria: la memoria e gli uomini

Il 15 Gennaio del 1981 il magistrato Giovanni D’Urso, direttore dell’ufficio detenuti, veniva rilasciato dalle Brigate Rosse dopo un sequestro durato 33 giorni, un processo rivoluzionario ed una condanna a morte non eseguita.

Pochi sanno chi fosse e quale calvario subì. Come pochi ricordano Riccardo Palma, Girolamo Tartaglione e Girolamo Minervini, i colleghi che lo precedettero in quel ruolo, uccisi dalle brigate rosse in quella stagione di agguati contro l'amministrazione penitenziaria. 

Ho avuto la sorte di stare seduto su quella stessa poltrona, ma nessuno me ne ha mai parlato - o ha preteso che sapessi chi fossero - né mi ha mai parlato di Luigi Bodenza e di Giuseppe Montalto, gli agenti eroi uccisi dalla mafia per vendetta contro il 41bis; o di Pasquale Mandato e Ignazio De Florio trucidati dalla camorra nel 1983; o di Raffaele Cinotti e di Francesco Rucci. E la lista continuerebbe molto a lungo. Nessuno li ricorda e li onora. 

Il difetto di memoria dell’amministrazione penitenziaria è solo la prova della sua debolezza. Una dirigenza di complemento, una struttura burocratica ed un corpo di polizia senza vertice interno operano, deboli e disorientati, come figli di nessuno. Realtà disaggregate, quando non anche in conflitto tra loro: senza radici, senza unità e senza memoria. E quindi senza forza istituzionale. 

Urge una riforma del Corpo che riunifichi questo mondo; ne metta insieme la nobile storia; gli dia un ruolo rilevante ed esclusivo anche fuori dal carcere; lo ponga al vertice tra le polizie, e lo ri-avvicini ai magistrati; lo collochi alle dirette dipendenze del Ministro della Giustizia e non dentro un sub-ministero dominato dalla burocrazia. 

Un Corpo che goda del prestigio che meritano i suoi uomini, che renda forte il suo vertice e ne ottenga forza a propria volta, per difendersi dagli attacchi che riceve mentre opera per la giustizia e nell’interesse dei cittadini. Credo sia venuto il momento di pretenderlo. 

E’ questo l’augurio che mi sento di fare per il nuovo anno agli uomini e donne della polizia e dell’amministrazione penitenziaria ed al loro nuovo capo.

 

LE RAGIONI DI UNA RIFORMA - GLI UOMINI

Solo chi ha osservato, letto e ricostruito con curiosità la vita e la storia degli Agenti di Custodia prima, e della Polizia Penitenziaria poi, ed ha vissuto in mezzo a loro condividendo i rischi ed il lavoro può comprendere di che stoffa sono fatti questi uomini.

Sapere, ad esempio, che nell’Italia dei dipendenti col cartellino segnatempo, esistono persone che in una notte sono capaci - dopo un terremoto - di trasferire 100 detenuti 41bis da un istituto all’altro, riaprendo una sezione dismessa. Tutti - trecento agenti - rimanendo a lavorare fino all’alba, senza nulla chiedere, saldando brande, spostando pesi, rivoltando i reparti e tenendo a bada i capi di cosa nostra ed impedendo loro di comunicare.

Oppure sapere cosa può accadere quando in carcere entrano quattro tossicodipendenti in astinenza o ubriachi, che si mordono le labbra per sputarti addosso il loro sangue e tu non sai se sono hanno l’HIV, perché non hanno ancora fatto la visita medica. 

Oppure sapere che tanti di loro ogni giorno intervengono per impedire che durante i colloqui i mafiosi si passino biglietti e messaggi, pur consapevoli che facendo questo - ossia il proprio dovere - Luigi Bodenza e Giuseppe Montalto vennero trucidati senza pietà dal piombo della mafia, e che quindi la stessa sorte potrebbe capitare anche a loro. 

Eppure fanno tutto questo con passione per poco più di mille euro al mese. 

Sono uomini che conoscono il sacrificio e hanno imparato a sconfiggere la paura, anche se nessuno dirà loro grazie, perchè non saprà mai di cosa ringraziarli visto che quello che accade dentro una cinta raramente si conoscerà all’esterno. 

Eppure quel lavoro lo fanno come e meglio degli altri se è vero che quando scrivono, vigilano, fanno la scorta, riescono a farlo meglio degli altri e tutti ce li invidiano.

Oggi gli agenti che lavoravano con me al DAP semplicemente me li sogno. E sono sicuro che nessun dipendente degli uffici giudiziari potrebbe tenere loro testa. La loro intelligenza, la curiosità, la capacità di intuire e interpretare il pensiero prima che avessi parlato, di scrivere in italiano meglio dei laureati, non le potrò mai dimenticare. Ed è la stessa stoffa, con carismi diversi, che hanno quelli che ogni giorno portano avanti le carceri, ed in 38.000 fanno il lavoro di 50.000.

Senza confondere la vita con le favole, sarebbe giusto però che questa storia di meriti e di sacrifici avesse un lieto fine. Occorre che finalmente questo Corpo prenda in mano l’esecuzione penale e guidi tutto intero un settore della sicurezza, e che quel lavoro e quell’energia escano così finalmente fuori dalla cinta e siano visibili a tutti i cittadini. 

Speriamo che la commissione presieduta da Nicola Gratteri possa dare il suo contributo e che trovi ascolto.