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Home Page> Articolo> Pubblicato il: 20/03/2015  -  stampato il 03/12/2016


Ci vuole un fisico bestiale per dirigere il Dap

“A Roma spadroneggia un piccolo gruppo di padreterni, i quali si sono persuasi, insieme con qualche ministro, di avere la sapienza infusa nel vasto cervello.” Per quanto difficile da credere, queste non sono parole mie indirizzate verso il dipartimento dell’amministrazione penitenziaria, ma una reprimenda scritta da Luigi Einaudi (futuro Presidente della Repubblica) sulle pagine del Corriere della Sera, allorquando correva l'anno 1919.

Nello stesso articolo, Einaudi, aggiunge più avanti: “Bisogna licenziare questi padreterni orgogliosi [...] persuasi di avere il dono divino di guidare i popoli [...]. Troppo a lungo li abbiamo sopportati. I Professori ritornino ad insegnare, i Consiglieri di Stato ai loro pareri, i militari ai reggimenti e, se passano i limiti di età, si piglino il meritato riposo.” Davvero inverosimile, quasi impossibile, credere che non si tratti della dirigenza del Dap degli anni duemila.

Eppure, cento anni dopo quell’incredibile j’accuse di Einaudi nei confronti di “...un piccolo gruppo di padreterni che spadroneggia a Roma”, sembra quasi di ritrovare, al Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria, la stessa speculare situazione del primo dopoguerra italiano. Infatti, nonostante il piccolo venticello che si è portato via il vecchio gruppo dirigente (quello che ha cavalcato la tigre di carta della riforma: Di Somma, Ragosa, Culla, Sparacia, Zaccagnino, ...), al Dipartimento sono rimasti parecchi capetti saldamente incollati alle stesse poltrone da più di dieci anni (e in qualche caso addirittura più di venti).

Questa stirpe eletta, in maggior parte direttori penitenziari, ma anche educatori, ragionieri, assistenti sociali, ufficiali a esaurimento, è veramente “persuasa di avere la sapienza infusa nel vasto cervello” (come stigmatizzava Einaudi) tant’è che ha orientato, nel bene e nel male, la politica penitenziaria (soprattutto quella sulla gestione del personale) degli ultimi vent’anni. Chi all’Ufficio del Bilancio, chi nella Segreteria Generale, chi all’Ente di Assistenza, chi alle Relazioni Esterne, all’Ufficio Stampa o alle Relazioni Sindacali; chi alle Assunzioni del Personale, chi agli Avanzamenti in Carriera o all’Ufficio Amministrativo e chi, infine, ha trovato il proprio habitat naturale nelle segreterie dei vertici: capi, vice capi o direttori generali.

Tra l’altro, questa pletora di pezzi grossi si divide, perlopiù, in due categorie: gli Esperti, che sono quelli che conoscono tante cose su un numero ristretto di persone, e i Manager, che sono quelli che conoscono poche cose su un gran numero di persone. Tuttavia, col passare del tempo gli Esperti, a forza di conoscere ancora più cose su un numero sempre più piccolo di persone, hanno finito per sapere tutto su niente e i Manager, a forza di conoscere ancora meno cose su un numero sempre più grande di persone, hanno finito per non sapere niente su tutto.

Proprio questi qui, dunque, sono i padreterni penitenziari del duemila. Sono loro gli avversari più pericolosi del nuovo Capo dell’amministrazione penitenziaria, che non si potrà neppure avvalere di un who’s who penitenziario per sapere e conoscere ogni cosa dei propri dirigenti (ad esempio chi sono, da dove vengono, da quanto tempo sono al Dap e quello che hanno fatto o non fatto nella loro carriera). Dalla partita contro questi padreterni dipenderà il futuro della gestione Santi Consolo.

Se il nuovo Capo Dap dovesse riuscire a vincere la resistenza di siffatta potente burocrazia autoreferenziale, per l’amministrazione penitenziaria potrebbe arrivare una nuova stagione riformista dell’esecuzione penale se, invece, dovesse perdere il confronto, le cose rimarrebbero così come sono e lui stesso verrebbe fagocitato dal sistema, nell’illusione di esser diventato anch'egli un padreterno.

Non sono certo io in grado di dare consigli a chi dirige il Dap, però un suggerimento mi sento di sussurrarlo: per vincere questa battaglia, potrebbe funzionare la tattica suggerita da Einaudi: “ [...] I Direttori ritornino a dirigere le carceri, gli Educatori ad educare, gli Assistenti Sociali ad assistere, i Ragionieri alla contabilità carceraria, e, se passano i limiti di età, si piglino il meritato riposo.” La (mia) speranza è l’ultima a morire e perciò spero che Consolo abbia davvero “un fisico bestiale” perché, come cantava Luca Carboni: “[...] ci vuole il fisico e il carico e il manico ... ci vuole di non farsi prendere dal panico".