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Home Page> Articolo> Pubblicato il: 02/03/2015  -  stampato il 06/12/2016


Mi … Consolo … con un “like”

Tra i tanti colleghi sospesi per aver commentato indegnamente (o incautamente) la notizia del suicidio di un detenuto rumeno (cosa che abbiamo condannato in tanti) vi è anche un giovane vice commissario, colpevole di aver spuntato la notizia con un “like”.

Se i nostri dirigenti del DAP, da qualche anno tutti presi dalla sentenza Torreggiani e pronti con il metro in mano a misurare gli spazi vitali di un detenuto in cella e pronti a minacciare provvedimenti disciplinari contro direttori e comandanti incauti che dovessero stipare qualche detenuto in una cella con meno di tre metri quadrati, avessero dedicato più tempo a stare sui social network o a studiare i nuovi linguaggi (anziché usare il burocratese o il latino antico), si sarebbero subito accorti che il “like” di facebook ha molti significati.

A volte viene usato per indicare che hai visto qualche cosa. E’ un metodo semplice e veloce per indicare che sei passato e hai visto. A volte esprime vicinanza. Se una persona racconta della morte di un proprio caro il “like” non vuol dire che sei contento per quello che è successo, ma che sei vicino alla persona che ha scritto il messaggio. Qualche volta indica anche il fatto che siamo d’accordo con quello che è successo e lo sosteniamo. Nel caso specifico credo che il giovane vice commissario  abbia spuntato il “like” con l’intento di dire ho visto la notizia – punto.  

Ma per le massime autorità del DAP, lontane anni luce dal linguaggio dei social network e lontanissime dalle vere problematiche delle periferie carcerarie, ovviamente ciò non è ipotizzabile e, quindi, la mannaia è caduta anche su chi incautamente ha messo il “like” per affermare: ho visto la notizia. Non credo si possa (o si debba) criminalizzare i “like”.

A QUALUNQUE cosa essi vengano dati.

Credo che cliccare il “like” dovrebbe essere coperto dalla libertà di pensiero, anche maggiore della libertà di parola. A volte fare il “like” porta a una maggiore condivisione dell’informazione. Spesso ci sono sistemi che mostrano ai tuoi amici che cosa hai “likkato”.

Quindi nel fare “like” stai inconsciamente permettendo a quella informazione di espandersi. Se una persona clicca “like” a una azione terrorista, o a un crimine, o a una corruzione, o a un post che fa una apologia di reato, non credo si debba considerare questo come una condivisione del crimine di chi ha postato quell’informazione all’inizio. 

Spesso ciò sui social succede … e allora mi chiedo: siamo tutti criminali?

Ed è appunto con l’intento di dire ho visto oppure condivido il post (non l’azione) che  se mille ragazzi cliccano “like” su un atto di bullismo videoregistrato a scuola contro un ragazzo handicappato, non si possono punire i ragazzi che hanno cliccato “like”. Si deve punire chi ha fatto bullismo ed educare (o  confrontarsi anche aspramente) chi ha cliccato “like”. Ma criminalizzare il “like” non  mi sembra giusto. Addirittura poi arrivare alla sospensione del servizio mi sembra una enormità talmente grossa che se non fosse accaduta veramente verrebbe da ridere…

L’equivoco, semmai (se di questo si tratta), è che facebook non mette a disposizione degli utenti altri strumenti per dimostrare vicinanza, presenza o altro.

 

P.S.

… sarebbe bello se qualcuno là in alto, al terzo piano, con il metro in mano per misurare i metri quadri delle celle, cliccasse un “like” sul post:

Ho fatto una stupidaggine!!