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Home Page> Articolo> Pubblicato il: 23/03/2015  -  stampato il 04/12/2016


Come creare ulteriori problemi alla Polizia Penitenziaria? Rivolgersi all’Ufficio Studi

A volte, per fortuna raramente, capita di venir colpiti da fuoco amico … spesso alle spalle.

Al Dap capita più frequentemente. Alla Polizia Penitenziaria capita ancor più frequentemente.

La Magna Charta del Dap sembra essere La Legge di Murphy di Arthur Bloch.

L’articolo 1 della Magna Charta del Dap è: “Se una cosa può andar male, lo farà.”

L’articolo 1 vale soltanto, e soprattutto, per la Polizia Penitenziaria.

Un esempio.

Può accadere che un Provveditore Regionale ponga al Dap un quesito sulla certificazione sanitaria di un detenuto da tradurre.

Nello specifico, il Provveditore chiede se un detenuto debba essere sottoposto a visita medica soltanto quando viene trasferito o assegnato temporaneamente ad altro istituto penitenziario o ad altra sede oppure tutte le volte che viene tradotto da un luogo a un altro per esigenze esterne dell’istituto carcerario (udienze, permessi, visite ambulatoriali, ecc …).

Il quesito discende da una difficoltà interpretativa del Modello Operativo sulle Traduzioni e Piantonamenti, per una contraddizione tra commi e paragrafi, con altre norme vigenti e con disposizioni precedenti (quella che gli esperti chiamerebbero antinomia normativa).

Nessuna paura: c’è l’Ufficio Studi Ricerche Legislazioni e Rapporti Internazionali … un intero Ufficio pieno di esperti e fini giuristi, che si occupa in maniera fissa e continuativa di problem solving.

Ed ecco, quindi, che lo Staff si mette all’opera … e produce un parere di tre pagine (ovviamente frutto di scrupolosa ermeneutica giuridica) che, alla fine, così sentenzia:

“… Deve concludersi che nella traduzione di detenuti di cui all’art 42-bis dell’Ordinamento penitenziario e all’art. 84 del Regolamento penitenziario, effettuata con le modalità stabilite dal modello operativo del servizio delle traduzioni approvato dall’Amministrazione penitenziaria (circolare n. 3643-6093 del 14.3.2013) non è necessaria la certificazione medica da cui risulti che il detenuto sia in condizioni di poter sopportare il viaggio.

… Azz !?!!??

Secondo i Giureconsulti dell’Ufficio Studi, insomma, i colleghi (miei non loro) delle traduzioni devono essere privati di una minima garanzia che attesti l’idoneità alla movimentazione del detenuto.

In altre parole, episodi come il caso Cucchi, per i nostri ermeneuti, non hanno alcuna rilevanza.

Non ho la presunzione di competere con simili Autorità, ma mi sembra di ricordare vagamente qualcosa nel diritto, che dovrebbe chiamarsi sussunzione, che serviva per ricomprendere un dato dell'esperienza concreta o della prassi all'interno di una previsione generale teoretica, dando corpo all'ipotesi teorica e facendone derivare effetti giuridici. Più semplicemente, una tecnica che permetteva di sussumere da un fatto concreto, un effetto normativo.

Invece, come già detto, nessuna considerazione per episodi come il caso Cucchi che hanno coinvolto penalmente tre colleghi perché non si è stati in grado di stabilire con certezza le condizioni sanitarie del povero ragazzo allorquando è stato preso in custodia da noi.

E dire che da certi Uffici ci si aspetterebbe “un aiutino”

In conclusione della vicenda, invece, secondo l’Ufficio Studi Ricerche Legislazione e Rapporti Internazionali dovremmo rinunciare, sic et simpliciter,  ad una piccola grande garanzia che serviva a rendere un po’ più tranquillo un certo tipo di servizio.

Ciò nondimeno, è pur vero che, anche nell’esegesi più accurata, finisce per avere un ruolo determinante l’opinione dell’autore e, per di più, al Dap (soprattutto quando si tratta di Magistrati o ex Magistrati) spesso le opinioni di “Qualcuno” vengono confuse coi fatti e finiscono per orientare le scelte.

Accade così che, come in questo caso, la teoria sopraffaccia la pratica e l’autorevolezza (o presunta tale) del firmatario prevalga sull’esperienza empirica degli addetti ai lavori col solo risultato che le conseguenze negative finiranno per ricadere, per l’ennesima volta, sulle spalle dei poliziotti penitenziari.

Il buon Totò, al riguardo, avrebbe detto: “E che mi chiamo Pasquale io ?”

Peccato, però, che se all’Ufficio Studi nessuno si chiama così, qui da noi con la divisa addosso, ci chiamiamo tutti Pasquale …