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Home Page> Articolo> Pubblicato il: 09/04/2015  -  stampato il 04/12/2016


Che fine ha fatto il "Piano Carceri" ?

Carceri che cadono a pezzi; l’acqua che si infiltra dai tetti, seguendo itinerari misteriosi rispunta dopo decine di metri sotto forma di macchie giallastre di umidità o facendo staccare gli intonaci inzuppati, provocando pericoli per la sicurezza si dei detenuti che degli operatori penitenziari. Cornicioni che si sbriciolano. Tetti che si spaccano per la mancanza di manutenzione. Cessi delle celle otturati nei quali l’acqua, non potendo trovare lo sfogo naturale – ovvero attraverso i tubi di scarico – sfonda le tubazioni marce andando  ad infiltrarsi nelle intersezioni dei piani detentivi causando danni in altre celle, nei pavimenti e sui tetti sottostanti. Poliziotti Penitenziari che lavorano in uffici in cui si raccoglie l’acqua piovana che cola dai tetti colabrodo, con catini e bacinelle poste sulle scrivanie (ci sono le foto che parlano!!!).

Potrei continuare ancora con esempi di mura di cinta pericolanti ed impraticabili  e ambienti di lavoro malsani, ma mi voglio fermare qui.

Questa è l’immagine impietosa delle carceri italiane, della maggior parte delle carceri (salvo alcune eccezioni). Ci chiediamo come si sia potuti arrivare a questo disastro, e la sola risposta che ci viene in mente è sempre una: colpa della politica e dei continui tagli di bilancio alla manutenzione ordinaria dei fabbricati. Colpa di una politica dissennata che da un lato si affanna a mettere le pezze per adeguarsi al dettato della Sentenza Torreggiani e dall’altro- sotto la spinta del sovraffollamento e della ricerca di soluzioni allo stesso -  stanzia milioni di euro  per la costruzione di nuove carceri o nuovi padiglioni all’interno di altre carceri al fine di decongestionare il numero dei detenuti e offrire loro condizioni detentive migliori e farli rientrare nei parametri dei metri quadrati previsti dalla Torreggiani (pena provvedimenti disciplinari per Direttori e Comandanti – come se questi da soli fossero i colpevoli di questo scempio).

Il Piano carceri, deliberato il 24 giugno 2010 prevedeva la creazione di nuovi 9.150 posti detentivi, aggiornandolo poi nel giugno 2011 con l’aggiunta di 150 posti relativi alla rifunzionalizzazione del nuovo istituto di Reggio Calabria. In seguito,  nonostante i tagli di risorse al Piano carceri deliberati con delibera C.I.P.E. 20 gennaio 2012 (- 228 milioni di euro), un ripensamento delle esigenze da parte dell'amministrazione carceraria ha portato alla previsione di realizzare 11.573 posti detentivi, rispetto ai 9.300 posti già previsti, con un incremento pari a 2.273 posti detentivi.

Dall'originario Piano carceri vennero eliminati i nuovi Istituti previsti nelle città di Bari, Nola, Venezia, Mistretta, Sciacca, Marsala per un totale di 2.700 posti e i nuovi padiglioni nelle città di Salerno, Busto Arsizio, ed Alessandria per un totale di 600 posti; vennero, invece, inseriti lavori di completamento e di ristrutturazione per complessivi 5.573 posti detentivi.

Secondo quanto si legge nel sito Internet del nuovo Piano Carceri, la creazione di un maggior numero di posti a fronte di una diminuzione di risorse è stato possibile "ripensando all'opportunità di realizzare i nuovi istituti e i nuovi padiglioni in una logica progettuale diversa, che risponda appieno all'esigenze, ma che tenga debitamente conto sia delle localizzazioni a costi contenuti, sia della possibilità, principalmente per i nuovi padiglioni, di sfruttare economie di scala in termini di utilizzo di servizi comuni già esistenti, il che consente altresì una ottimizzazione dell'impiego di risorse umane, avuto riguardo alle esigenze di pronto utilizzo delle strutture realizzande".

Ma nel frattempo, come sempre più spesso succede in Italia, si cancella con un colpo di spugna il Commissario Straordinario e la direzione dei lavori passa al Ministero delle Infrastrutture (ultimamente nella bufera per le solite storie di corruzione e concussione), un passaggio di consegne che dura da sette mesi e che ha di fatto bloccato i lavori in varie città d’Italia, con il risultato di centinaia di operai in cassa integrazione, ditte fallite o in grossa difficoltà economica, le opere lasciate incompiute (almeno per ora) preda degli agenti atmosferici. Ma è un paese normale quello in cui si stanziano centinaia di milioni di euro, si iniziano le opere (in questo caso nuove carceri e padiglioni) si da una boccata d’ossigeno alla asfittica economia del territorio coinvolto e poi per un passaggio di carte (valutabile in ordine di qualche chilometro – da Ministero della Giustizia a quello delle Infrastrutture) si bloccano per sette lunghissimi mesi i lavori, gettando nella disperazione centinaia di famiglie e imprenditori volenterosi?

In mezzo a tutte queste incertezze, le carceri continuano a cadere a pezzi, preda di facili interrogazioni parlamentari da parte di quei pochi deputati (sempre gli stessi) che girano le carceri con il metro in mano. Mi chiedo: ma non era più semplice dividere i 450 milioni di euro (circa) per il numero di carceri esistenti e farli ristrutturare in economia utilizzando mano d’opera dei detenuti?

Nel frattempo l’oramai famosissimo “gruppo Torreggiani” fa un attento monitoraggio sul territorio italiano dei posti e delle celle disponibili; ma i conti non tornano più perché giornalmente vengono chiuse celle per inagibilità, e i cui tempi di riparazione sono difficili da quantificare in assenza di fondi.

 

I ragazzi della Torreggiani, Santi Consolo e la Sala Situazioni