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Home Page> Articolo> Pubblicato il: 22/01/2010  -  stampato il 03/12/2016


Ormai siamo alla farsa: Il Manifesto chiede di far entrare liberamente i giornalisti in tutte le carceri

E’ di l’altro ieri appena la richiesta/proposta del quotidiano “Il Manifesto” in collaborazione con “Antigone”, di consentire l’accesso ai giornalisti senza richiedere l’autorizzazione al DAP, cosa che di fatto, estenderebbe quanto previsto dall’art. 67 dell’Ordinamento penitenziario L. 354/1975.
Hanno aderito alla proposta numerose personalità del mondo politico, accademico, giornalisti stessi e cittadini.

La premessa che sostengono è che “Non esiste alcuna norma che vieti espressamente alla stampa di visitare gli istituti carcerari”. Ma come abbiamo visto (se avete cliccato sul link precedente della Legge 354/1975), se esiste una norma che prevede una lista precisa di persone giuridiche che hanno la facoltà di accedere senza permesso, evidentemente tutte le altre sono escluse dall’accedere senza permesso... Ma questa è un’incongruenza su cui torneremo dopo.

L’altra argomentazione che viene tirata in ballo è che c’è poca informazione sul carcere: “L'opinione pubblica ha diritto di conoscere quanto accade nei penitenziari italiani. – e ancora, rivolgendosi al Ministro Alfano che ha dichiarato l’emergenza carceri - segnaliamo che esiste anche un'emergenza informazione”.

Chiariamo subito una cosa: non è vero che di carcere se ne parla poco.

Tolta l’Amministrazione penitenziaria che non ne parla affatto se non nella sua rivista auto-celebrativa de “Le Due Città”, ci sono diversi soggetti che si occupano di diffondere notizie di quanto avviene nelle carceri e gira loro intorno. Ci sono gli addetti del settore come noi del Sindacato, le associazioni di volontariato, le associazioni in difesa dai diritti dei detenuti, i detenuti stessi si sono organizzati per diffondere le loro richieste/denunce, le categorie dei medici, degli educatori, avvocati, criminologi, etc.

Ma a chi è rivolto questo flusso di informazioni? Ovviamente si cerca di raggiungere l’opinione pubblica, ognuno prospettando la propria visuale e i propri interessi, con la speranza che aumenti la sensibilità delle persone sulle tematiche penitenziarie, in modo tale che si metta in moto un interesse generale, con la speranza che questo interesse venga “captato” da qualche parlamentare e che quindi tutti questi passaggi si traducano in un’azione politica (a proprio favore).

Così funziona la ricerca del consenso in una democrazia a rappresentanza parlamentare come la nostra.

Il compito di mediare/divulgare tutte queste informazioni tra le persone che parlano e la massa delle altre che dovrebbero ascoltare è demandato a quei soggetti che hanno la possibilità di fornire informazioni attraverso i mass media. I mass media sono: la radio, il cinema, la televisione, il telefono, internet (nuovi media in generale) e guarda caso anche la stampa che viene alimentata dall’attività lavorativa delle persone iscritte all’Albo dei Giornalisti, dei Pubblicisti e quello Speciale dei Direttori consultabile presso il sito dell'Ordine dei Giornalisti.

Quindi, riassumendo: alcune persone stanno chiedendo ad un Ministro della Repubblica di cambiare una Legge dello Stato (è il Parlamento che ha la facoltà di modificare le Leggi), per consentire l’accesso di visitare “ad libitum” (a piacimento) le carceri italiane, in modo tale da poter informare l’opinione pubblica, la quale soffre di una mancanza di informazioni sui problemi penitenziari. Tra i promotori e firmatari di questa proposta (elenco consultabile sul sito de Il Manifesto), ci sono persone che, per lavoro, dovrebbero svolgere proprio questa attività di informazione e mediazione...

Dal mio personalissimo punto di vista, scorgo qualche contraddizione ed incongruenza nell’agire dei soggetti che hanno promosso l’iniziativa di far accedere in carcere, senza autorizzazione, migliaia di giornalisti e ritengo che non ci sia un problema di mancanza di informazione, semmai, c’è un problema di mediazione delle informazioni. Infatti, come ogni appartenente alla Polizia Penitenziaria ben sa, l’attività giornalistica se ne guarda bene dall’approfondire i temi e le proposte concrete che possono risolvere i reali problemi del sistema penitenziario italiano. Tranne rarissime eccezioni, l’attività giornalistica si è sempre limitata:

  • alla diffusione di “chicche” e “veline” fatte trapelare dal DAP e dal Ministero della Giustizia, come quando si da amplissimo risalto al progetto di formazione e recupero per i quattro detenuti di turno;
     
  • alla goccia nel mare del concerto, della messa di Pasqua e Natale, dell’attività teatrale del momento;
     
  • alla diffusione del fatto di cronaca evidenziandone i tratti più macabri e truci elargendo facili condanne senza cercare di capire e di spiegare il contesto e i precedenti etc.

Ma quale credibilità possiamo offrire a persone che lavorano nel settore dell’informazione e che dopo venti anni di lavoro quotidiano, non riescono a capire che gli Agenti di Custodia sono ora il Corpo di Polizia Penitenziaria, la qual cosa ha comportato decenni di riforme e di conquiste che come giornalisti dovrebbero ben conoscere e ci chiamano ancora “secondini” o “guardie carcerarie”?

Se si volesse fare una proposta seria ed efficace per risolvere in parte il problema della mancanza di informazioni sul carcere, bisognerebbe allora fare pressioni al DAP e al Ministero della Giustizia, affinché vengano divulgati quei dati che, interpretati con cognizione di causa da parte di giornalisti competenti ed esperti nel settore, possano chiarire all’opinione pubblica le reali problematiche che affliggono il sistema penitenziario italiano, in modo da generare una pressione verso i rappresentanti politici che dovranno poi prospettare delle soluzioni politiche/amministrative a tali problemi.

Queste apparenti contraddizioni ed incongruenze da parte dei promotori e sostenitori della proposta di far accedere i giornalisti in carcere senza alcuna preventiva autorizzazione da parte dell’Amministrazione penitenziaria, sono facilmente riconducibili ad una prassi (legittima ma deprecabile) di guadagnare consenso politico attraverso lo sfruttamento delle informazioni che provengono dalle oltre 200 carceri italiane, in cui sono rinchiuse oltre 65mila persone e in cui ci lavorano (24 ore su 24, 365 giorni l’anno) quasi 40mila poliziotti penitenziari.

Se questi “paladini del Diritto” volessero affrontare seriamente il problema-carceri e contribuire a risolvere i problemi, invece di dedicarsi solamente alle proteste e alle denunce dei detenuti e di alcuni Sindacati di Polizia Penitenziaria che ricorrono sistematicamente ed esclusivamente all’amplificazione di fatti eclatanti, dovrebbero anche mediare le proposte e le richieste di intervento di chi, come noi del Sappe, puntiamo anche alla divulgazione di soluzioni per affrontare concretamente i reali problemi che il sistema penitenziario sta affrontando.

Sono anni (e non perdiamo occasione per continuare a farlo) che chiediamo al DAP di elaborare quel “Piano della Comunicazione” che ogni Amministrazione pubblica deve presentare per Legge ogni anno, che lo stesso DAP aveva annunciato nel 2004, sulla cui imminente elaborazione aveva anche ottenuto riconoscimenti pubblici e che ancora è lungi dal concretizzarsi.

Se proprio si avesse a cuore la ricerca di notizie e di informazioni su quanto avviene in carcere, si farebbero pressioni direttamente al Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria presso l’ufficio addetto alle Relazioni Esterne che ben si conosce e si “pretenderebbe” che a livello locale e centrale, l’Amministrazione Penitenziaria desse piena attuazione alla circolare n. 3519/5969 del 29 marzo 2000 che ha per oggetto “Rapporti con gli organi di informazione”, che lo stesso Capo del Dipartimento aveva divulgato. Dieci anni fa (10 anni fa) la Circolare recitava testualmente: “La società reclama conoscenza di ciò che avviene nelle amministrazioni che, in quanto “pubbliche”, le appartengono. Anche la normativa si è evoluta nel senso di spingere verso la comunicazione con l’esterno. Il bisogno di comunicare, d’altronde, è intrinseco alle finalità istituzionali dell’Amministrazione Penitenziaria. Tali finalità si giovano dell’esistenza di un corretto canale informativo che consenta al cittadino di conoscere, in un quadro di trasparenza, il mondo dell’esecuzione penale e del carcere in particolare, del quale spesso viene diffusa un’immagine distorta e condizionata da pregiudizi. Tale immagine si ripercuote molto negativamente, tra l’altro, sul personale che con tanto generoso impegno ed elevato sacrificio individuale si applica in uno dei settori delicati dello Stato”: dieci anni fa. Alla mancata attuazione di quella circolare abbiamo anche già dedicato un altro intervento su questa stessa rivista: "I bluff del DAP: gli addetti stampa e i portali della formazione".

Noi del Sappe la nostra parte la facciamo. Siamo in prima linea quando c’è da divulgare ed informare i cittadini su quanto avviene dentro ed intorno al mondo penitenziario. Lo facciamo dal nostro punto di vista, ma lo facciamo anche con quel senso di obbiettività, di realismo e di senso pratico che da sempre ci contraddistingue in virtù del nostro compito: quello di difesa e tutela dei diritti delle quasi 40mila persone appartenenti alla Polizia Penitenziaria e delle loro famiglie e non potrebbe essere altrimenti in quanto noi (noi) prendiamo sul serio il nostro lavoro.

Da circa un anno collaboriamo con l’Associazione “Pianeta Carcere” per la divulgazione dei dati sulla capienza degli istituti penitenziari italiani e sugli organici di Polizia Penitenziaria. Dai dati emerge da molto tempo la linea di tendenza ad avere sempre più detenuti controllati e tutelati (il nostro Corpo svolge anche il ruolo di garantire la sicurezza agli stessi detenuti) dalla Polizia Penitenziaria a fronte di un progressivo assottigliamento dei nostri organici. I dati sono pubblici, ampiamente pubblicizzati e forniti dalla stessa Amministrazione penitenziaria, eppure ancora oggi leggiamo di dati sparati letteralmente a casaccio che non prestano di certo un servizio né alla popolazione detenuta né a noi operatori del settore né, tanto meno, alla collettività intera.

Per tutti questi motivi, non possiamo non porci alcune domande:

1 Che senso ha fare una richiesta ad una persona se poi si sa (si sa?) che non potrà esaudire quella richiesta?
2 Cosa si vuole ottenere permettendo a migliaia di persone di entrare in carcere a loro piacimento?
3 Con che faccia si denuncia la mancanza di informazione da parte dei cittadini, quando il proprio ruolo/lavoro è informare i cittadini?
4 Con quale dignità politica, in qualità di Rappresentante dei cittadini presso il Parlamento, ci si schiera dietro un quotidiano per “appoggiare” una richiesta che semmai dovrebbe essere oggetto proprio della propria attività parlamentare?

E’ lecito allora aspettarsi che questa sia l’ennesima proposta inutile (anzi potenzialmente dannosa viste le ripercussioni sulla sicurezza in carcere) volta a cercare facile consenso immediato, senza che a breve ci sia realmente una prospettiva di veder soddisfatta la propria richiesta. Il tutto sprecando la propria attività che invece potrebbe essere spesa a favore di un serio approfondimento (e mediazione presso l’opinione pubblica) di quelle che sono le attività in carcere, di quelle che sono le possibili soluzioni al problema, di quelle che sono le rivendicazioni e le proposte di chi, unica istituzione dello Stato, in carcere ci lavora 24 ore al giorno, 365 giorni l’anno: la Polizia Penitenziaria.