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Home Page> Articolo> Pubblicato il: 10/05/2015  -  stampato il 08/12/2016


In memoria del Brigadiere Gennaro Cantiello e dell’’Appuntato Sebastiano Gaeta, uccisi il 10 maggio 1974 durante la rivolta nel carcere di Alessandria

“Mettete i giubbotti anti proiettile, venite giù, venite giù, i detenuti hanno le armi”. Iniziò così la rivolta nel carcere di Alessandria il 9 maggio 1974 in cui morirono sette persone: gli Agenti di Custodia Appuntato Sebastiano Gaeta e il Brigadiere Gennaro Cantiello, il medico Roberto Gandolfi, l’assistente sociale Graziella Vassallo Giarola, Pier Luigi Campi insegnante della scuola del carcere, e due dei tre detenuti che guidarono la rivolta Cesare Concu, Domenico Di Bona (Everardo Levrero si salvò). La testionianza è di Leonardo Salerno, nel 1974 aveva 20 anni, da 2 lavorava al Don Soria e si è congedato da Comandante di Reparto nel 1997. Lo ha raccontato a La Stampa che alla vicenda ha dedicato ampio spazio nel quarantennale della tragedia da cui abbiamo tratto larga parte del seguente materiale.

 

LA RIVOLTA

L’allarme scattò alle 10: «Correte c’è una rivolta in carcere». Allora il Don Soria era l’unico in città, impossibile sbagliare.

Era un giovedì, il 9 maggio, vigilia di voto: la domenica per la prima volta gli italiani avrebbero partecipato ad un referendum per decidere se mantenere o meno la legge sul divorzio.

Cominciò una lunga, snervante trattativa. I mediatori furono diversi, fra cui alcuni giornalisti e religiosi: tutta gente di cui per un motivo o per l’altro i rivoltosi si fidavano. Dettarono le condizioni: a loro bastava un auto veloce e la garanzia di non essere seguiti. Detto così un piano semplice e un po’ folle. Ma Concu e gli altri pensavano probabilmente che lo Stato non arrivasse a sacrificare vite innocenti in cambio di tre detenuti ritenuti «non pericolosi», anche se due erano assassini e il terzo rapinatore.

Invece c’era di mezzo quel referendum che prevedeva un grande impegno di uomini nel servizio di ordine pubblico, ma soprattutto che lo Stato dimostrasse di saper controllare ogni situazione. Così arrivò l’ordine di chiudere la vicenda in fretta. Inutili gli sforzi di chi, come il pm Marcello Parola, suggeriva di «temporeggiare» e prenderli per sfinimento. A tutto questo si aggiunse la notizia nel pomeriggio dell’uccisione del dottor Gandolfi, la prima vittima.

Un cordone sanitario si strinse attorno al carcere finché il venerdì pomeriggio fu dato l’ordine di irrompere e fu la strage, con sette morti e molti feriti.

Già il 17 gennaio del 1974 ci fu una prima protesta nel carcere di Alessandria a cui parteciparono tutti i detenuti che si protrasse per molti giorni: tra le richieste quella di avere le celle aperte per poter circolare liberamente all'interno del carcere. (LA STAMPA 29 GENNAIO 1974)

Appena qualche giorno dopo, anche a Padova scoppia una rivolta con una cinquantina di detenuti coinvolti che distruggono un'intera sezione. Raffiche di mitra in aria degli Agenti di Custodia, poi le trattative e l'irruzione con i lacrimogeni. Il 17 maggio invece due detenuti evadono dal carcere di Lanciano sparando ad un Brigadiere facendosi scudo con un Maresciallo richiamato dagli spari.

 

GENNARO CANTIELLO

(Formicola, 16 giugno 1938 – Alessandria, 10 maggio 1974)

Mentre prestava servizio presso il Centro Penitenziario di Alessandria il 9 maggio 1974 venne preso tra gli ostaggi, catturati dai detenuti in rivolta. Durante la rivolta, nonostante avesse le mani legate da filo di ferro [1]e sotto tiro da parte dei rivoltosi, riuscì a mettere in salvo il medico del carcere, gravemente ferito.

Dopo quest'atto, ritornò volontariamente nel carcere, per unirsi agli altri ostaggi nel tentativo di calmare gli animi (i reclusi in rivolta minacciavano l'uccisione di altri ostaggi se Cantiello non si fosse riconsegnato a loro).

È stato riconosciuto come "Vittima del Dovere" dal Ministero dell'Interno.

MEDAGLIA D’ORO AL VALORE MILITARE ALLA MEMORIA

Brigadiere degli Agenti di Custodia, catturato tra gli ostaggi presi da detenuti armati in rivolta, nonostante avesse le mani legate, raccoglieva da terra il medico del reclusorio ferito a morte e, incurante del fuoco dei criminali, lo trasportava a portata del personale non coinvolto che provvedeva a soccorrerlo e ad inviarlo in ospedale. Rientrava poi volontariamente tra gli ostaggi per evitare che i ribelli mettessero in atto la minaccia di fare altre vittime se il sottufficiale non fosse tornato indietro. Nel drammatico epilogo della vicenda perdeva la vita. Fulgido esempio di alto senso del dovere e di consapevole sprezzo del pericolo. Alessandria, 9 e 10 maggio 1974. 24 febbraio 1975

INTITOLAZIONI

Alla sua memoria è stata chiamata una motonave della Polizia Penitenziaria adibita al collegamento tra Porto Torres e l'isola dell'Asinara, dov'era ubicato un carcere di massima sicurezza. La nave poi venne utilizzata come ristorante (Leggi la polemica: Togliete il nome del notro eroe)

Il 16 maggio 2009 nel Comune di Formicola si è tenuta la "Prima edizione del premio letterario artistico per ragazzi in memoria di Gennaro Cantiello" voluto dai figli Roberto e Giovanni.

 

SEBASTIANO GAETA

Appuntato del Corpo degli Agenti di Custodia - nato ad Aiello del Sabato (AV) il 18 gennaio 1926 in servizio presso il Centro Penitenziario d'Alessandria dove è stato ucciso dai detenuti in rivolta il 10 maggio 1974. Riconosciuto “Vittima del Dovere” ai sensi della Legge n.748/1972 dal Ministero dell’Interno

MEDAGLIA D’ARGENTO AL VALORE MILITARE ALLA MEMORIA (rifiutata dalla Vedova)

Il 9 maggio 1974 catturato come ostaggio da alcuni detenuti armati in rivolta, nell'intento di evitare una strage, si faceva scudo col proprio corpo agli altri ostaggi sacrificando così la propria vita. 24 febbraio 1975

INTITOLAZIONI

A Sebastiano Gaeta sono intitolati l’istituto penitenziario di Alessandria “Gennaro Cantiello e Sebastiano Gaeta”, una strada del Comune di Alessandria e una strada del Comune di Aiello del Sabato (AV).

Sebastiano Gaeta era nato ad Aiello del Sabato il 18 gennaio del 1926 da una famiglia numerosa di nove figli. Nel 1945, a diciannove anni, la decisione di arruolarsi nel Corpo degli Agenti di Custodia, che lo costrinse a lasciare la cittadina di Aiello del Sabato, la famiglia, gli amici per raggiungere Milano, dove iniziò a lavorare come agente nel carcere di San Vittore. Fu solo l’inizio, perchè successivamente venne trasferito presso i penitenziari di Pizzighettone, Procida e Montelupo Fiorentino. Nella cittadina toscana Sebastiano conobbe la sua futura sposa, Raffaella Bentivegna. Si sposarono a Livorno, città natale di Raffaella, che lo seguì prima a Bolzano e poi ad Alessandria. Dal loro matrimonio nacquero due figli, Luigi e Giuseppina. (leduecitta.it)

La testimonianza di Raffaella Bentivegna Gaeta durante la cerimonia dell’intitolazione della strada ad Aiello del Sabato (leduecitta.it):
La Signora Raffaella Bentivegna Gaeta, nelle ore precedenti la cerimonia ci ha raccontato che, prima della tragedia di Alesandria, in altre due occasioni Sebastiano aveva rischiato la vita in servizio. Ricorda che già a Milano, durante una rivolta nel 1945, riuscì a salvarsi “lanciandosi da una finestra”. Quando prestava servizio presso l’Istituto campano di Procida, Gaeta si trovò coinvolto in un’altra rivolta uscendone incolume.

 

IL RICORDO DEL COMUNE DI ALESSANDRIA (PDF)

 

ARTICOLO SULLA RIVISTA POLIZIA PENITENZIARIA SG&S

 

IL SENSO DI UNA STRAGE - CorriereAL

 

Gennaro Cantiello Sebastiano Gaeta
Rivolta carcere Alessandria 1974 Rivolta carcere Alessandria 1974
Rivolta carcere Alessandria 1974 Rivolta carcere Alessandria 1974
Rivolta carcere Alessandria 1974 Rivolta carcere Alessandria 1974
Rivolta carcere Alessandria 1974 Rivolta carcere Alessandria 1974
Rivolta carcere Alessandria 1974 Rivolta carcere Alessandria 1974
Rivolta carcere Alessandria 1974 Rivolta carcere Alessandria 1974
Rivolta carcere Alessandria 1974 Rivolta carcere Alessandria 1974
Rivolta carcere Alessandria 1974 Rivolta carcere Alessandria 1974

 

GLI ARTICOLI DEL QUOTIDIANO LA STAMPA

Proteste nel Carcere di Alessandria - 17 gennaio 1974

Proteste nel Carcere di Alessandria - 29 gennaio 1974

Rivolta nel Carcere di Alessandria - 9 maggio 1974 l'inizio

Rivolta nel Carcere di Alessandria - 10 maggio 1974 ostaggio ucciso

Rivolta nel Carcere di Alessandria - 10 maggio 1974 le suppliche degli ostaggi rapiti

Rivolta nel Carcere di Alessandria - 10 maggio 1974 pronti per la fuga

Rivolta nel Carcere di Alessandria - 10 maggio 1974 lettere di Concu alla giornalista

Rivolta nel Carcere di Alessandria - 10 maggio 1974 il blitz finale con i 4 morti in più

Rivolta nel Carcere di Alessandria - 11 maggio 1974 6 morti e 15 feriti

Rivolta nel Carcere di Alessandria - 11 maggio 1974 le ultime ore prima del blitz

Rivolta nel Carcere di Alessandria - 11 maggio 1974 "eravamo pronti ad uscire poi la sparatoria"

Rivolta nel Carcere di Alessandria - 11 maggio 1974 "ci hanno fatto pagare un prezzo troppo alto"

Rivolta nel Carcere di Alessandria - 12 maggio 1974 come si è giunti alla strage

Rivolta nel Carcere di Alessandria - 12 maggio 1974 ecco quello che dice la gente

Rivolta nel Carcere di Alessandria - 12 maggio 1974 in attesa del nuovo ordinamento penitenziario

Rivolta nel Carcere di Alessandria - 13 maggio 1974 gravi accuse sulla rivolta

Rivolta nel Carcere di Alessandria - 15 maggio 1974 Agenti di Custodia mal pagati, straordinario a 100 lire l'ora

Rivolta nel Carcere di Alessandria - 20 maggio 1974 morto anche il Prof. Campi

Rivolta nel Carcere di Alessandria - 29 maggio 1975 la vedova di Sebastiano Gaeta rifiuta la Medaglia d'Argento al valore militare

 

TESTIMONI DELLA RIVOLTA NEL CARCERE DI ALESSANDRIA DEL 1974

Comandante del carcere Alfonso Manzi: “La tensione era nell’aria da giorni e le armi non sono piovute dal cielo” (lastampa.it)

Alfonso Manzi era il comandante del carcere Don Soria al tempo della rivolta. Si è congedato nel 1982

Il cavaliere Alfonso Manzi nel 1974 era il comandante di reparto del Don Soria. Non uno di primo pelo, un ispettore superiore di «lungo corso» che da 20 anni lavorava in carcere.  

Racconta: «Sono arrivato il 2 agosto 1954 e mi sono congedato nel 1982».  

La rivolta ha lasciato in lui segni indelebili. «Ci penso spesso, non basta una vita a cancellare sette morti». Le parole traducono i ricordi: «Lo dicevo sempre: mai fidarsi completamente. Il carcere è un mondo a sè. Il Don Soria a quel tempo aveva una scuola d’eccellenza: medie, corsi per geometri e possibilità di dare esami universitari. C’erano i laboratori di falegnameria, si creavano addirittura poltrone. Ma da qualche giorno c’era tensione, era tangibile, sono percezioni che chi lavora in carcere ben conosce». 

La mattina del 9 maggio è ben impressa nella memoria: «Tutto è iniziato dalla scuola. Mi hanno avvisato che stavano portando in infermeria un ingegnere. Sono andato a vedere e ho scorto due detenuti che lo sorreggevano e gli impedivano di girarsi». Tutto accade in pochi minuti. Dall’aula escono Cesare Concu, Domenico Di Bona, Everardo Levrero i tre rivoltosi e con una quindicina di ostaggi. Sono armati, si dirigono verso l’infermeria e i servizi igienici che si trovano sullo stesso piano. «Ho immediatamente dato ordine di rinforzare i posti di servizio. Ho dovuto pensare al resto del carcere per evitare che la rivolta dilagasse anche negli altri reparti, verificare che non ci fossero altre armi. Non si è mai saputo chi le avesse portate ma non ho mai visto pistole piovere dal cielo».  

«Quei tre erano pericolosi. Erano stati allontanati dal Don Soria, poi erano tornati. Volevano tutto e subito. Volevano far parlare di sè, fare rumore e ci sono riusciti: col sangue. Ce lo dice il diritto, ce lo insegna il carcere, gli uomini sono di tre categorie, quelli che non farebbero mai male a nessuno; quelli che non lo fanno perchè temono il carcere; quelli che per soddisfare i propri bisogni uccidono. Quei tre appartenevano all’ultima categoria». 

Il ricordo si sofferma sui morti: «Il primo è stato il dottor Roberto Gandolfi. È stato buttato fuori, vicino alle scale. Non riuscirò mai a dimenticare». Due dei rivoltosi sono stati uccisi, Levrero è ancora in vita e fa il pittore. Si stupisce il comandante: «Dipinge mostri»? e alla domanda: cosa gli direbbe? risponde: «A una nullità non si parla». Il ricordo del brigadiere Cantiello e del’agente Gaeta si fa dolore: «Non so perchè abbiano ucciso proprio loro. Quei morti sono nel mio cuore». 

 

Agente all'epoca e poi Comandante del carcere, Leonardo Salerno: “Se ci ascoltavano finiva senza morti” (la stampa.it)

La prima domanda, 40 anni dopo ancora senza risposta, è: «Ma da dove sono arrivate le armi?» Leonardo Salerno, nel 1974 aveva 20 anni, da 2 lavorava al Don Soria. Si è congedato da comandante di reparto a San Michele nel 1997. Lui un’idea ce l’ha: «Me lo sono chiesto tantissime volte e a mio parere possono essere state nascoste nei Tir che portavano il materiale da lavoro in carcere. Nel 1974 i detenuti del Don Soria lavoravano: costruivano biciclette, poltrone, interruttori».  

C’era un clima teso lì come del resto nelle altre carceri italiane: Lotta Continua aveva iniziato le sue battaglie a favore dei detenuti (la riforma carceraria è del 1975) e giravano parole d’ordine «rivoluzionarie». La rivolta di Cesare Concu, Everardo Leverero, Domenico Di Bona si inserisce in questo contesto, anche se i tre non avevano nulla a che spartire con la politica.  

Ma c’era anche quel referendum sul divorzio e l’ordine da Roma di chiudere in fretta la rivolta. Leonardo Salerno dà voce ad un’idea diffusa: «Se non fossero intervenuti altri, se avessero lasciato fare a noi che conoscevamo i detenuti e le regole non scritte del carcere, come diceva anche il mio comandante, il cavalier Manzi, che per me è stato un papà, li avremo presi per “sfinimento”». Insomma non ci sarebbero stati sette morti. 

Salerno conferma un episodio su cui si è «sussurrato» parecchio: quando ci fu il primo attacco, il giovedì pomeriggio, e i primi spari (che uccisero il dottor Gandolfi e ferirono a morte il professor Campi), gli sforzi per buttare giù la porta di ferro che separava rivoltosi e ostaggi dalla polizia penitenziaria e dalle altre forze dell’ordine, furono inutili. «La rivolta cominciò al mattino. Eravamo sotto organico, si sapeva quando si entrava in servizio ma non quando si finiva. Ero smontato dal turno di notte e dormivo. Non ho mai dimenticato l’urlo dell’appuntato Cavallo, alle nove meno un quarto “Mettete i giubbotti anti proiettile, venite giù, venite giù, i detenuti hanno le armi”». Iniziò così.  

Salerno con altri davanti a quella porta di ferro, le prime trattative, poi dall’alto l’ordine di intervenire. E partono gli spari contro la serratura della porta che resiste. Salerno: «Dopo, un coraggioso ha infilato la mano e trovato la chiave all’interno, bastava girare». Ma per Gandolfi e Campi era tardi. 

I primi ostaggi furono liberati. «Non lo potrò mai scordare: sono usciti terrorizzati». Sotto ad un letto dell’infermeria il professor Campi, ferito. «Era una persona squisita, sempre elegante, sempre con il papillon. Non me lo dimenticherò mai. Dovevamo fare in fretta, di là potevano sparare: ci siamo inginocchiati e l’abbiamo afferrato per il laccio del cravattino, tirandolo via». Morirà il 19 maggio. 

In quella prima sparatoria restano feriti anche poliziotti e carabinieri. «C’erano anche quelli con i cani: dopo i colpi contro la porta un addestratore ha mandato avanti un pastore tedesco, che quando ha capito che sparavano è tornato indietro e lo ha morsicato». 

E ancora: « Non dimenticherò mai l’appuntato Sebastiano Gaeta e neppure il brigadiere Gennaro Cantiello. Erano amici, i turni erano massacranti e si cercava di farli con chi si andava d’accordo. Dopo la prima sparatoria ce li hanno fatto vedere. Erano legati alle sedie, ma da bravi napoletani conoscevano la mimica e avevano tentato di rassicurarci con un cennno del mento». 

La seconda giornata la trascorse di guardia in una garitta. Non vide quel che accade. Partì il secondo attacco: fumo, spari, grida. Lui, che aspettava il cambio per le 16 (arriverà alle 22,30) pensò di morire soffocato, prese un fazzoletto e cercò di proteggersi gli occhi. Un poliziotto di sotto gridò di coprirgli le spalle. Ricordò le parole di suo padre, quando lasciò il Sud: «Figlio mio, con quella divisa dovrai eseguire ordini se resti contadino sarai libero». Alle 22,30 era tutto finito. Restarono solo le lacrime per i morti.

 

Parla don Maurilio Guasco, l’ultimo mediatore: l’altra verità sulla strage nel carcere (lastampa.it)

Ma che cosa avete fatto, sono morti tutti!». «Hanno sbagliato giorno. Padre e lei credeva davvero che li avremmo fatti uscire a due giorni dal referendum? Lei è coraggioso, ma anche molto ingenuo». «Mi sta dicendo che per quattro voti in più avete fatto morire tutta quella gente?!». 

Carcere di Alessandria, pomeriggio del 10 maggio 1974, pochi minuti dopo la strage in carcere. A parlare sono l’ultimo mediatore con i rivoltosi, don Maurilio Guasco (docente di Storia, in ultimo all’Avogadro) e Giuseppe Montesano, capo della Criminalpol di Torino, il «commissario Maigret» Anni ’60 e ’70 che ispirò libri e film. Come vedremo non è l’unico mito ridimensionato dalla brutta storia della rivolta al Don Soria. Stavolta vogliamo raccontare, dopo 40 anni, l’altra verità, quella che si è sempre detta ma non scritta, se non a spizzichi e bocconi e su pubblicazioni connotate politicamente. 

Don Maurilio partiamo dall’inizio. Lei come entra nella vicenda?  

«Le trattative il giovedì le condussero i giornalisti Marchiaro, Camagna e Zerbino, poi ci fu il primo blitz con la morte del dottor Gandolfi e il ferimento, poi mortale, del professor Campi. A quel punto i tre rivoltosi (Concu, Di Bona e Levrero; ndr) non si fidano più non tanto dei mediatori, quanto di quelli che li mandano. Allora uno degli ostaggi, don Mario Martinengo che insegnava in carcere, fa il mio nome. Il cappellano don Remigio Cavanna dice: “E’ qui fuori vado a chiamarlo”. Io infatti ero in piazza». 

Al primo incontro non va da solo.  

«No, i rivoltosi ne volevano due, forse per usarci come scudi. Lì c’era anche un consigliere regionale del Pci, Luciano Raschio, che si offre: “Sono stato partigiano”. Andiamo, registriamo le loro richieste (un pullmino per farci salire i 19 ostaggi, semafori verdi fino a Spinetta, eccetera) e torniamo a riferire. Il generale Carlo Alberto della Chiesa mi dice: “Prenda tempo”. E come faccio? “Si aggiusti”. Così torno dentro». 

Da solo.  

«Sì, era successa una cosa strana che ho ricostruito solo anni dopo. Allora era appena iniziata la strategia del compromesso storico e da Roma avevano telefonato al Pci di Alessandria: “Non fatevi coinvolgere”. Così Raschio sparì. Solo che qualche ora dopo telefonò Berlinguer in persona per elogiare l’eroico compagno e anche il prete. I comunisti alessandrini si misero le mani nei capelli: “Che cosa abbiamo fatto!”». 

Comunque la trattativa con i tre rivoltosi va avanti.  

«Certo, mi dettagliano le richieste e io torno di nuovo a riferire. Della Chiesa mi dice: “Va bene, va bene” e se ne va. Non mi interpelleranno più. Ho visto in piazza uno dei motociclisti che dovevano scortarci: stava nascondendo una pistola nel gambale. Ma come, gli dissi, hanno chiesto che foste disarmati. “Padre, lei vuole che io scorti gente come quella senza neanche un’arma?” Ma intanto gli altri preparavano già il blitz». 

Il famoso secondo assalto.  

«Non ci fu nessun assalto. In base alle testimonianze che ho raccolto ostaggi e rivoltosi erano ormai ristretti in un stanzetta. La porta era aperta, da fuori gettarono all’interno bombe lacrimogene pensando di snidarli col fumo. Invece Concu chiuse la porta e Di Bona fece quel che aveva promesso. Sparò per uccidere, a quattro ostaggi: l’assistente sociale Vassallo Giarola, le due guardie carcerarie e l’ingegner Vincenzo Rossi, ferito ad una gamba. L’ultimo colpo lo lasciò per sè». 

Concu e Levrero?  

«Il primo uscì con le mani in alto e la pistola in pugno (ma poi si scoprì che era un ferrovecchio inutilizzabile) e fu crivellato di colpi: morirà in ospedale. Levrero, che aveva solo un coltello, si rifugiò in uno sgabuzzino: stava per fare la fine di Concu, ma il colonnello Musti dei carabinieri bloccò i suoi uomini e gli salvò la vita». 

A Gandolfi e Campi il primo giorno chi sparò?  

«Dalle testimonianze, Gandolfi fu colpito al capo mentre era seduto davanti a una finestra che andò in frantumi per la sparatoria, da dentro e da fuori. Campi invece durante la ritirata dall’infermeria nei bagni, forse disorientato dal fumo sbagliò strada. Può darsi che Di Bona, temendo che tentasse la fuga, gli abbia sparato; oppure anche per lui fu una pallottola vagante. Comunque per accertare la verità sarebbe bastata un’analisi balistica, invece due giorni dopo la strage furono addirittura imbiancati i muri, altro che scena del crimine». 

Ma lei poi queste cose le ha mai raccontate?  

«Sì, più volte. Scrissi anche una lettera a Repubblica, la spedii. Il giorno dopo aprendo il giornale appresi che il generale Carlo Alberto Della Chiesa era stato nominato comandante in capo dell’antiterrorismo. Poi divenne l’uomo che aveva sgominato le Br, infine il martire della lotta alla mafia. Quella lettera non fu mai pubblicata». 

E l’inchiesta?  

«Fui interrogato dai giudici di Genova (il processo si svolse là), ma l’allora procuratore Coco fece stralciare la mia testimonianza in quanto, scrisse, “nonostante sia molto ben circostanziata è chiaramente inficiata da animosità verso le forze dell’ordine”. Comunque alla fine la Corte ordinò che gli atti fossero rinviati ad Alessandria per un supplemento di indagini sui comportamenti di Della Chiesa e del procuratore generale Carlo Reviglio della Veneria, i due che guidarono le operazioni». 

Ma non ci fu mai.  

«Andai dall’allora procuratore Buzio a dirgli: lei deve riaprire l’inchiesta, è obbligato a farlo. Lui mi guardò e rispose: “Padre lei è coraggioso, ma resta un inguaribile ingenuo”». 

Parole che chiudono il cerchio. 

 

VIDEO SULLA RIVOLTA NEL CARCERE DI ALESSANDRIA DEL 1974

Ttitoli dei quotidiani dell'epoca

A 40 anni dalla strage nel carcere Piero Bottino intervista Leonardo Salerno

A 40 anni dalla strage nel carcere Parla il figlio del dottor Gandolfi, una delle vittime

Formicola, commemorazione Gennaro Cantiello

 

 

La testimonianza della giornalista Emma Camagna

 

Il ricordo di Franco Marchiaro nel 2012: il giornalista de La Stampa (morto nel 2013), raccontava quei tragici momenti e il suo ruolo di mediatore