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Home Page> Articolo> Pubblicato il: 18/05/2015  -  stampato il 07/12/2016


La storia di Iulian Balan. Ma le sentenze della C.E.D.U. valgono solo per l’Italia?

 Iulian Balan era un ragazzo rumeno di 25 anni che, appena arrivato in Italia, era stato coinvolto, poco più che ventenne da altri suoi compaesani in una brutta storia di prostituzione e sfruttamento. Quindi era stato tratto in arresto e associato, come avviene in questi casi, in una Sezione “Protetti” di un penitenziario italiano.

       Questo ragazzo dal viso pulito e dall’aria allegra, non aveva certo la caratura di un criminale incallito né convinceva del tutto la tesi che potesse essere uno sfruttatore; proprio non me lo immaginavo nei panni di un pappone, né di uno che potesse ridurre in schiavitù una ragazza costringendola con la forza a prostituirsi.  Sensazioni di uno che ne ha conosciuti tanti di criminali in tanti anni di carcere.

        Iulian era un ragazzo intelligente, approfittava delle opportunità che il sistema penitenziario italiano gli offriva e si iscrisse a scuola; iniziò a parlare e scrivere italiano, frequentò alcuni corsi di formazione, prendendo tra gli altri l’attestato di Aiuto Cuoco, ottenne la liberazione anticipata. Al lavoro era zelante, obbediente, rispettoso delle regole. Su proposta del Comandante di Reparto e del Capo dell’Area Educativa, Il direttore lo aveva premiato ammettendolo all’art.21.  Iulian lavorava al Casellario Detenuti. Era un detenuto di cui ci si poteva fidare: era leale e disponibile, corretto e gentile.

       Gli assistenti di P.P., addetti al casellario lo avevano adottato idealmente come fosse un “figlio” o uno sfortunato fratello minore. Il suo sorriso era contagioso. Lo ascoltavamo raccontare le storie del suo paese, della sua Romania; si professava innocente ma era rassegnato. Invischiato in un giro più grande di lui, da suo zio….   voleva solo scontare la pena e ritornare al suo paese per aiutare suo padre nei campi e rifarsi, se possibile, una nuova vita. Ci mostrava le foto di sua sorella Corina, una bellissima ragazza mora, le foto della sua casa, dei suoi genitori, appena arrivati con una lettera. Una famiglia umile. Normale.

      Quando il Comandante passava dal Casellario e lo salutava affettuosamente, i suoi occhi brillavano e quasi gli si riempivano di lacrime per la gioia; la gioia di essere trattato come un essere umano. Iulian aveva trovato, idealmente, una famiglia che gli voleva “bene” e che intendeva aiutarlo, per quello che poteva fare, durante la sua detenzione e chissà ……. così come era avvenuto per Stoian Vasile, un altro detenuto rumeno, anche fuori dall’Istituto, con un lavoro esterno.

      Ma arrivò l’estradizione. Iulian dovette ritornare in Romania, nella sua patria. All’apparenza era felice. Credeva che entro pochi mesi sarebbe uscito per riabbracciare i suoi familiari. Non sapeva ancora che le carceri Rumene non sono paragonabili nemmeno alle peggiori carceri italiane. Non sapeva ancora che non avrebbe trovato un briciolo di umanità tra gli operatori del suo paese. Non sapeva ancora che in alcune carceri romene è molto difficile vivere e addirittura sopravvivere. Non poteva immaginare di scendere all’inferno.

       A differenza della Sezione Protetti del carcere dove era detenuto, in una cella con altri 4 detenuti e con il bagno all’interno ma separato dalla stanza da una porta, non sapeva che i posti letto delle celle del carcere romeno erano minori dei detenuti che poteva contenere e che, quindi in alcune brande dovevano prendere posto due detenuti. Non poteva sapere, perché era giovane e non era mai stato in galera nella sua Patria (come invece lo era stato Stoian Vasile che, infatti, all’atto della estradizione piangeva disperato, lui che ormai lavorava all’esterno come pasticciere, e temeva fortemente la carcerazione in Patria), che i blindati della sua cella, sarebbero stati chiusi tutto il giorno.

     Iulian, infine, partì. Lasciò l’Italia, paese condannato, con la sentenza Torreggiani, dalla CEDU per trattamenti inumani e degradanti, per andare in Romania, la sua patria, (anch’essa condannata più volte per trattamenti inumani e degradanti – sentenza Tudor, sentenza Bragadireanu ecc.) ma che, a differenza dell’Italia ancora pare che sia lontana anni luce, dal trattamento riservato dal nostro Paese ai suoi detenuti, italiani o stranieri che siano.

     E così un giorno di fine gennaio, gli assistenti del Casellario, al quale lui ormai si era affezionato come se fossero stati i suoi fratelli maggiori, ricevettero una lettera dalla Romania.

E’ Iulian che scrive:  

“ 22.1.2015, Ciao a tutti assistenti. Di me vi posso dire che sono arrivato in Romania il 18.11.2014 e ancora sono in carcere. Sono andato al Tribunale per la libertà e ancora mi hanno dato 6 mesi. Il 23 maggio ho istanza per la libertà condizionale perché dicono la motivazione che mi devono conoscere in questi 6 mesi. Ho tradotto tutti i documenti di Italia e quello che ho fatto io: scuola, art.21, corsi, giorni (liberazione anticipata n.d.r.). E non ci interessa niente quello che ho fatto io in Italia. Le leggi qui fanno schifo di tutto il mondo. Mi dispiace tanto che sono andato da voi. Meglio stavo da voi in (…) a finire la mia pena.  Le condizioni qui in carcere fanno schifo. Mi hanno dato regime di detenzione chiuso. Con i blindi chiusi tutto il giorno, aria solo 2 ore al giorno. Qui sono 6 regimi di detenzione. A me mi hanno dato chiuso perché ho la pena alta. Pure al mio cugino hanno dato 6 mesi. A tutti quelli (detenuti estradati? N.d.r.) che vengono da fuori gli danno 6,7,8,9,10 mesi perché dicono che li devono conoscere e io in questi 6 mesi devo frequentare corsi per fare punti. E’ un casino. Io qua di 8 anni devo fare 5 anni e 4 mesi e se tu come detenuto deva dare che ti sei inserito nella società devi fare tanti sacrifici per uscire. E’ molto brutto. Si fai un raporto (se prendi un rapporto disciplinare n.d.r.) fai tutta la galera. La mia famiglia vengono sempre a trovarmi. Mi sono arrivati tutti i soldi del lavoro. Da voi vi ringrazio di tutto cuore. A tutti al Comandante, agli assistenti (…), al direttore. Salutate il Comandante: è una persona buona, un padre di famiglia e tutti voi siete padri di famiglia. Mi sono trovato molto bene da voi con il mio rispetto e il mio comportamento. Grazie di tutto a tutti voi. Un saluto a tutti gli educatori e li ringrazio per tutto quello che hanno fatto per me e un saluto alla professoressa (…) la ringrazio di tutto. Spero che capite la mia lettera perché sono ignorante a scrivere l’italiano. Qua è molto brutto in carcere ma con Dio spero che  esco il 23 maggio 2015. In stanza siamo 8 detenuti. Le stanze sono piccole. Vado d’accordo con tutti i detenuti perché qua sono tranquilli perché un rapporto qui ti leva tutto. Qui chiudo la mia lettera e una buona vita a tutti voi. E vi ringrazio a tutti voi.”

     Iulian Balan uscirà dal carcere romeno in una bara e molto prima del 23 maggio 2015. Contrariamente a quanto scritto, deriso dai suoi compagni di cella, non  era riuscito a sopportare le angherie, probabilmente le sopraffazioni e lasciato per un momento solo, nel bagno della cella si era impiccato.

     Non sapremo mai cosa abbia scatenato in Iulian la voglia di farla finita e se questo sia da imputare alle terribili condizioni carcerarie romene; ma anche Stoian che qui da noi era diventato un detenuto modello, arrivato in Romania fu aggredito da altri detenuti, ma a differenza di Iulian, Stoian che già era stato in galera al suo Paese, non si era fatto prevaricare e si era difeso mandando all’ospedale l’aggressore; gesto che sicuramente spense quella luce in fondo al tunnel che invece, in Italia, aveva intravisto.

      Questo scritto vuole essere solo una testimonianza del lavoro, mai apprezzato, svolto dagli operatori penitenziari nel nostro Paese,  sulle “persone“ detenute, al fine di dare loro una speranza, salvo poi essere vanificato da sistemi penitenziari per i quali le indicazioni della CEDU sono carta straccia.

 

Fonti:  www.balcanicaucaso.org         www.dirittieuropa.it       www.ristretti.it