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Home Page> Articolo> Pubblicato il: 05/06/2015  -  stampato il 10/12/2016


Cari vecchi Agenti di Custodia (quarta parte)

Cari vecchi AA.CC. ...  

Chi oggi ne rinnega la discendenza, dovrebbe sapere che loro avevano capito tutto di questo lavoro.

Avevano capito, ad esempio, che più di venti anni di servizio non si potevano fare: per l’esattezza 19 anni, 6 mesi e 1 giorno.

Oltre quella soglia temporale potevano verificarsi strani disturbi comportamentali o problemi psichici.

Certo le condizioni lavorative erano diverse: le carceri erano bollenti, i detenuti erano allocati in modo promiscuo, non esistevano i circuiti, i turni erano massacranti, le notti mensili erano tante, di otto nove ore e talvolta allo smontante era abbinato lo “spezzatino” mattinale ai passeggi.

Vent’anni di quella vita potevano distruggere chiunque.

Trent’anni fa, al massimo trovavi un appuntato in tutto l’Istituto; ti sembrava vecchio, scontroso, arrabbiato, con le zampe di gallina ai lati degli occhi, con dei gradi rossi enormi cuciti sulle maniche; poi gli chiedevi l’età e ti sorprendevi quando ti rispondeva che aveva appena 45 anni. In pratica un vecchio tra tantissime giovani “spine” uscite dai vari corsi, specie da Cassino che sfornava 1000 (mille sic!) Agenti Ausiliari ogni tre mesi.

I problemi erano tanti ma si sopperiva con la gioia di vivere, con le spaghettate in caserma tra commilitoni, con la condivisione di amicizie indissolubili; i migliori anni della vita passati in galera, tra criminali famosi per le gesta feroci, terroristi, mafiosi.

Non si dormiva mai: né prima del turno notturno, né dopo.

Molti, con lo smontante viaggiavano per raggiungere il proprio paese; qualcuno ci lasciò anche la pelle per un colpo di sonno. Sembravano uomini d’acciaio.

Suonava l’allarme e una massa di giovani agenti baldanzosi si precipitava, da ogni posto ove si trovasse in quel momento sia esso ufficio o alla mensa agenti, per raggiungere il Reparto dove forse c’erano dei colleghi in pericolo. In qualche minuto, 40 – 50 agenti andavano a dare man forte. L’unione che faceva la forza, lo spirito di Corpo che ti fa correre sapendo che un tuo collega è in pericolo.

Le giovani generazioni di agenti non conoscono la storia degli agenti di custodia, né a molti interessa conoscerla, né all’Ufficio Formazione del DAP si fa nulla per inserire qualche ora di storia del Corpo nei corsi di formazione per agenti.

Eppure per apprezzare quanto di buono resta oggi nel Corpo di Polizia Penitenziaria, bisognerebbe conoscere la nostra storia, i sacrifici dei nostri predecessori, la storia del CO.GE.R., gli interventi per affermare i principi di legalità in carceri alla mercè della criminalità organizzata, la storia di gente come il Generale Enrico Ragosa, o come il Maresciallo Incandela, le biografie dei nostri caduti nell’adempimento del dovere.

Nulla di tutto questo si fa e quindi il giovane agente di P.P., senza alcuna memoria storica, è convinto che tutto gli sia dovuto e non è disposto a sacrificarsi perché non conosce i sacrifici di coloro che lo hanno preceduto e che hanno permesso a questo Corpo di Polizia Penitenziaria di raggiungere i livelli odierni.