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Home Page> Articolo> Pubblicato il: 13/07/2015  -  stampato il 02/12/2016


Lo Spirito di Corpo che non c pi

Agenzia Ansa del 12 luglio 2015:

“Tragedia a Trentola Ducenta nel Casertano:  in seguito ad una lite tra vicini per futili motivi sono stati uccisi padre, madre e figlio. E c'è anche una quarta persona morta, secondo quanto riferiscono fonti investigative. L'autore della strage è un agente di Polizia Penitenziaria.”

La notizia è di quelle che ti lasciano senza fiato. Di quelle che ti fanno discutere su cosa può succedere nella mente umana quando il livello dello stress supera quello dell’intelligenza.

Un brivido su per la schiena, per il fatto che l’autore della strage è un collega.

Non che cambi molto nella dinamica di una vicenda che può essere ascritta soltanto a pura e semplice follia … ma un ulteriore riflessione sull’ambito lavorativo nasce spontanea.

E’ fuori discussione il fatto che, sia in tragedie come queste che in caso di suicidi, qualcosa nella mente dell’autore è andata in corto circuito.

Psicologia e psichiatria spiegano che l’omicidio è la conseguenza di uno scompenso delle proprietà chimico-fisiche dell’organismo di un individuo, sottoposto a stress interno o esterno.

La mente umana, infatti, ha la capacità di controllare impulsi, desideri inopportuni e spinte negative che provengono dall’inconscio. Ma, purtroppo, a volte l’individuo non è capace di esercitare o non vuole esercitare questo controllo e può compiere atti violenti, come omicidio o suicidio.

Il suicidio è in genere il risultato di motivazioni multiple e complesse. I principali fattori causali sono rappresentati da disturbi mentali (depressione in primo luogo), fattori sociali (delusioni e perdite), anomalie di personalità (impulsività e aggressività) o disturbi fisici.

E spesso capita che a monte di omicidi e/o suicidi ci siano disturbi post-traumatici da stress.

E’ ovvio che qualsiasi ragionamento finisca anche per portarci, inevitabilmente, al nostro lavoro e alle condizioni nelle quali esso viene svolto.

Sarebbe utile discutere delle helping professions e del burn out che ne consegue, e del fatto che le statistiche di queste categorie le pongano ai vertici delle percentuali di suicidi.

Ma, francamente, in questo momento non mi sembra proprio il caso.

E’ il caso, invece, di rileggere alcuni passaggi di un mio editoriale di tanti anni fa, intitolato “Vogliamo parlarne?”

 

<< Qualche tempo fa mi sono trovato a discutere delle “solite cose” con un caro amico e collega in servizio al Dipartimento dell'Amministrazione Penitenziaria.

Tralasciando le chiacchiere, trite e ritrite, sul “quando c'era Lui caro Lei” è emerso un ragionamento molto interessante.

Si commentava come un neo agente veniva catapultato all’interno di un istituto penitenziario al termine del corso di formazione frequentato presso una delle Scuole del Corpo.

Il  mio amico sosteneva che “Negli istituti ci si accorge dell'arrivo di un nuovo agente solo dal modello 14. E soltanto quando questi manda un certificato medico!“.

Se tale considerazione portasse al vero, potrebbe verificarsi un paradosso per cui un agente ausiliario, che non si ammalasse mai e che non dovesse, per assurdo, chiedere ferie o permessi durante il periodo di leva, rimanga sconosciuto – per sempre - al direttore e al comandante dell'istituto.

Ciò stante, non ci si può meravigliare, poi, quando accadono gravi fatti di collusione o corruzione che, quasi sempre, riguardano giovani agenti sprovveduti ed abbandonati a se stessi.

L'erba del vicino è sempre più verde titolava un famoso film con Cary Grant, ma in questo caso possiamo parlarne fuor di metafora per andare a guardare nei giardini dei Carabinieri, della Polizia di Stato o della Guardia di Finanza.

Che succede a un neo carabiniere, a un neo poliziotto o a un neo finanziere il primo giorno di servizio? Ovunque loro vengano assegnati esiste un protocollo, che si perpetua negli anni, secondo il quale vengono ricevuti dal comandante della struttura che gli partecipa il benvenuto a nome di tutti i colleghi lì presenti e gli espone e illustra i diritti e i doveri connessi alle funzioni che dovrà andare a svolgere.

Soltanto dal secondo giorno, poi, il neofita andrà a svolgere il proprio compito istituzionale.

Che succede, invece, a un neo poliziotto penitenziario il primo giorno di servizio?

Ovunque, o quasi, sia stato assegnato non esiste alcun protocollo relativo al suo arrivo in istituto e il direttore e il comandante sono, spesso e volentieri, troppo impegnati per potergli rivolgere anche solo una parola.

L’accoglienza, in senso stretto, del nuovo agente è devoluta al buon cuore del collega meglio disposto che, tutt’al più,  si limita a illustrare struttura e organizzazione della caserma, a comunicare orari dello spaccio e della mensa dell’istituto e, al limite, a dare qualche notizia sul paese o sulla città.

Per il resto, il neo assunto potrà contare soltanto sulle tabelle di consegna, sulle scarne istruzioni del capo posto e sugli improbabili suggerimenti di un collega più anziano, che non gli sarà mai affiancato.

Se il destino del giovane dovesse essere il muro di cinta tutto questo forse, tralasciando l'aspetto umano, potrebbe anche bastare.

Ma se il nuovo agente dovrà entrare all'interno di una sezione detentiva, nella maggior parte dei casi, dovrà improvvisare attingendo alla memoria breve del recente corso di formazione, in attesa che la propria professionalità cresca con l’esperienza personale.

Per fortuna la Polizia Penitenziaria detiene la medaglia d'oro, tra tutte le forze dell'ordine, nella disciplina dell’arte d’arrangiarsi e dopo pochi mesi anche tutti i nuovi agenti acquistano questa taumaturgica virtù.

Ciò non toglie, però, quel velo d’amarezza che mi ha assalito quando il mio amico Mauro mi ha costretto a ragionare su uno Spirito di Corpo che non c’è più …

E allora mi permetto di fare un appello a tutti i miei colleghi che hanno l'onere e l’onore dell’incarico di comandante di reparto della Polizia Penitenziaria: introduciamo nella prassi del servizio una regola di accoglienza formale per i nuovi colleghi, seguiamoli di più e meglio nei loro primi giorni di lavoro, per farli  sentire a casa fin dal primo momento.

Trasmettiamogli - da subito - un grande e forte Spirito di Corpo, perché questo non potrà che aiutarli ed aiutarci a fare sempre meglio il delicato compito che lo Stato e la società ci hanno demandato.

A tutti gli altri vorrei dire soltanto: Vogliamo parlarne?>>

 

Non voglio fare, per l’amor di Dio, alcun collegamento tra questo articolo e la strage di Trentola Ducenta, né tantomeno collegarlo ad alcun suicidio, ma spero di sollecitare una riflessione sul pericoloso scollamento, umano e gerarchico, che esiste nei nostri istituti, uffici, servizi e reparti dove nessuno sa niente di nessuno e malesseri, turbamenti, demoralizzazioni e prostrazioni finiscono spesso per essere ignorati, mentre coloro che ne soffrono rimangono soli a combattere con la propria disperazione.

Non sono mai stato un laudator temporis acti ma, pur tuttavia, rimpiango quei tempi in cui, con la divisa grigioverde,  sembravamo una grande famiglia e ogni comandante conosceva vita, morte e miracoli di ogni suo uomo.

E il Capo del Personale di allora conosceva vita, morte e miracoli di ogni suo comandante e, addirittura, di ogni suo sottufficiale.

Non esagero … io c’ero.

Tredici anni fa scrissi Vogliamo parlarne? Oggi vorrei rilanciare l’invito aggiungendo Vogliamo rifletterci?