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Home Page> Articolo> Pubblicato il: 15/07/2015  -  stampato il 10/12/2016


L'anello debole della catena

Provo una grande pena per le 4 persone sterminate da Luciano Pezzella a Trentola Ducenta. Altresì provo una grandissima pena per questo Corpo di Polizia così bistrattato e a tratti abbandonato a  se stesso.

Umanamente, condanno il gesto ma è del tutto evidente che si sia trattato di una “storia di ordinaria follia”. Inevitabilmente, però, l’opinione pubblica ha associato il gesto al lavoro dell’ex collega Pezzella e quindi è stato quasi normale ascoltare commenti all’interno di un bar del tipo: Le guardie carcerarie? Sono tutti pazzi! – oppure – Io l’ho sempre detto che i secondini sunnu scattiati di ciriveddu!

In questi drammatici casi nessuno ci chiama più poliziotti penitenziari ma, con disprezzo, prendono a prestito nomi del passato che assumono oggi toni dispregiativi per gli appartenenti al Corpo.

D’altronde se la cronaca continua a tingersi di sangue con i continui suicidi di colleghi che si uccidono in mezzo all’indifferenza generale e con casi come questo di Trentola Ducenta che hanno effetti devastanti sull’opinione pubblica, è del tutto normale che la gente, un po’ per cinismo, un po’ per pietà, si cimenti nelle ipotesi più disparate sulla natura degli appartenenti al Corpo.

Purtroppo l’assenza di visite mediche psicologiche periodiche, l’assenza di uno psicologo in carcere che possa ricevere gli sfoghi dei colleghi, l’assenza di provvedimenti seri e concreti volti ad arginare il fenomeno dei suicidi, ma anche il fenomeno diffuso (di cui nessuno osa parlare) del gioco compulsivo ossessivo, il fenomeno dei colleghi – padri separati che non riescono più a vivere grazie a provvedimenti giudiziari che sbranano gli stipendi riducendoli a poca cosa, fa si che alcune patologie, magari latenti, o la rabbia accumulata a causa di tanti fattori tra i quali anche il tipo di servizio e gli orari non graditi (vissuti come un’angheria), esplodano quando meno ce l’aspettiamo, accendendo nuovamente i riflettori su un Corpo di Polizia Penitenziaria martoriato, afflitto da mille problemi, quotidianamente umiliato e aggredito fisicamente in carcere. Un lavoro la cui tensione può salire alle stelle durante l’orario di servizio.

Mai come in questi ultimi due anni i poliziotti penitenziari sono stati vittime di così tante aggressioni da parte dei detenuti, al cui elevato numero ha contribuito, senz’altro e senza ombra di dubbio, l'applicazione in fretta e furia del dettato della Sentenza Torreggiani, in nome della quale i colleghi del DAP e dei PRAP possono anche fare servizio negli Istituti pur di far effettuare i colloqui pomeridiani ai detenuti.

Quando succedono tali gravissimi episodi, qualcuno, là nelle alte sfere dovrebbe prendere atto del fallimento di una politica penitenziaria che, negli ultimi anni, è stata a senso unico, ipergarantista nei confronti dei detenuti e colpevolmente trascurata nei confronti degli appartenenti al Corpo che, mi sento di affermare, rappresentano oggi l’anello debole della catena.