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Home Page> Articolo> Pubblicato il: 29/07/2015  -  stampato il 03/12/2016


Servizi di polizia stradale: mancato rilievo infrazione e scriminante per incompetenza specifica della Polizia Penitenziaria

Qualche giorno fa ho letto, tra curiosità ed interesse, l'articolo pubblicato sul sito internet dell'O.S. SAPPE dal titolo "Il principio di Peter e il livello di incompetenza dei dirigenti".
Ho letto in seguito, sullo stesso sito, l'articolo intitolato "Interpello ai poliziotti del Dap per andare al GOM: a cosa serve?".

Ebbene, ho appena letto la circolare n. 249725 del 15 luglio scorso, diramata dall'Ufficio Centrale della Sicurezza e delle Traduzioni - Sezione di Polizia Stradale - Servizio Centrale,  ed ora mi giunge meglio il senso di entrambi gli articoli.
In questa circolare, infatti, a proposito dell'attività di polizia stradale espletabile dal Corpo, si scrive: "Il riconoscimento al Corpo di Polizia Penitenziaria dell'attività di Polizia Stradale, avvenuto con la legge 214/2003, ha comportato una rivisitazione e razionalizzazione delle competenze in materia di espletamento dei servizi di polizia stradale. Infatti il personale del Corpo di Polizia Penitenziaria, prima dell'integrazione al Codice della Strada con la norma richiamata, poteva già accertare le violazioni e rilevare gli incidenti stradali, in quanto Ufficiali e Agenti di polizia giudiziaria, ex art. 12 c. 2 CdS, ma non poteva svolgere funzioni di scorta. L'intervento legislativo ha sanato tale lacuna in funzione delle concrete esigenze di servizio modulando meglio l'ambito degli obblighi di intervento degli appartenenti al Corpo, tenuti a svolgere funzioni di polizia stradale solo durante l'effettuazione dei servizi di specifica competenza. Una interpretazione più logica della norma richiamata, peraltro, è quella di una forma di tutela attribuita al personale di Polizia Penitenziaria legata alla possibilità di poter eccepire l'incompetenza nell'ipotesi di dover essere chiamati a rispondere per un mancato rilievo di una infrazione al C.d.S. NON in relazione ai compiti d'istituto, ossia liberi dal servizio.".

Si afferma cioè (ovvero così mi pare di capire), in maniera astratta, dell'esistenza di una scriminante in caso di omessa rilevazione delle infrazioni al C.d.S. da parte dell'appartenente al Corpo di Polizia Penitenziaria, in virtù della quale, secondo "un'interpretazione più logica della norma", l'appartenente potrebbe eccepire la propria incompetenza a rilevare l'infrazione, ove la stressa sia stata constatata fuori dal servizio, mancando - in tal caso - la connessione con i compiti di istituto.

A regalare tale possibilità parrebbe essere la dottrina attraverso una sua interpretazione.

Per rispetto alla dottrina e verso i suoi cultori, sempreché l'una e gli altri abbiamo veramente avuto un ruolo in tutto questo, escludo che questa possa essere la sede, né io un autorevole interlocutore, per affrontare l'argomento sotto un profilo tecnico.

Ma nella mia ignoranza, mi si conceda di riflettere.

Anzitutto non mi pare di ricordare casi in cui siano state eccepite con successo, in qualche aula di Tribunale, scusanti di matrice dottrinale, men che meno in  presenza di orientamenti giurisprudenziali di senso nettamente contrario.

Rammento infatti che nella circolare n. 811/S.G. Pol. Strad. del 29.05.2009, lo stesso Ufficio che ora ha dato i natali a quest'ultima circolare, scriveva: «Appare tacito che il personale di Polizia Penitenziaria risulta investito di precisi obblighi derivanti dalla normativa richiamata ed evidenziata, peraltro, anche da Sentenze (Cassazione Penale Sezione I n. 11709/2005 - "sono sempre tenuti, come agenti od ufficiali di polizia giudiziaria, anche se liberi dal servizio, ad accertare i reati e le infrazioni amministrative .)"».

Mi domando dove sia andata a finire la fermezza e la fierezza con cui si scriveva, a conclusione della predetta circolare, la necessità di " . far comprendere a taluni Giudici di Pace l'importanza del Nostro apporto alla collettività in tema di sicurezza, anche stradale"?
Sul punto ho anche un timore: non potrebbe darsi che quest'ultima circolare possa proprio essere strumentalizzata da qualche principe del foro per ottenere, giocando più del dovuto sulle parole "in relazione ai compiti di istituto", un effetto "tsunami" nei  giudizi di opposizione alle sanzioni amministrative al C.d.S. rilevate dal Corpo, banalizzando così proprio il nostro apporto "alla collettività in tema di sicurezza, anche stradale"?

Mi domando inoltre se libero dal servizio, dinanzi ad un infrazione al C.d.S. costituente anche reato (perché si sa che talune infrazioni al C.d.S. costituiscono anche un illecito penale), potrò ora legittimamente "girarmi dall'altra parte"; se potrò invocare, in caso mi si contestasse  una omissione, la "scriminante dottrinale"; se potrò presentare al mio Giudice penale, come causa di giustificazione, la suddetta circolare; se nell'ambito di un giudizio penale potrò facilmente sostenere la tesi della qualifica di agente od ufficiale di Polizia Penitenziaria, per quanto riguarda il Corpo di Polizia Penitenziaria, "ad intermittenza", o come altro dir si voglia.

Eppure pensavo che ci si fosse riscattati da un pezzo dalla tesi, perorata per diverso tempo da alcuni autorevolissimi libri di testo, della competenza illimitata (nel tempo e nello spazio) ma settoriale (riferita cioè al solo ambiente penitenziario) del Corpo di Polizia Penitenziaria nelle funzioni di polizia giudiziaria.

Mi chiedo ancora, se ho ben capito chi sono e dove mi trovo, quanto tutto ciò possa essere in linea con il recente ingresso del personale di Polizia Penitenziaria nella D.I.A, e quanto possa essere coerente con  le attività e le funzioni del Nucleo Investigativo Centrale.
Saremmo entrati nel pieno di una fase involutiva?

La funzione di polizia giudiziaria, per quanto ci riguarda, sarebbe quindi anche limitata nel tempo?

Un ultimo dubbio: chi ha ragione e chi ha torto tra chi sostiene quest'ultimo ed innovativo approccio all'attività di polizia stradale, che è chiaramente legata alle funzione di polizia giudiziaria, e chi nell'Amministrazione ha profuso ogni sforzo per ottenere - più che legittimamente direi - una maggiore consapevolezza da parte del  personale rispetto alle proprie funzioni di polizia giudiziaria, facendo discendere da esse l' "obbligo" di portare al seguito l'arma in dotazione personale?

Tutto ciò - mi si passi l'ossimoro - mi appare disarmante.

Ci riscatteremo mai da quel clima di incertezza, di abbandono e di isolamento che opprime e mortifica il poliziotto penitenziario, lo delegittima nei compiti e nelle funzioni, lo segna nella sua dignità e lo porta alla morte professionale?

Forse mai.

Intanto non mi resta che pensare a qualche seduta di analisi, perché ho paura che il fenomeno del burn-out potrebbe riguardarmi molto più da vicino.