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Home Page> Articolo> Pubblicato il: 13/08/2015  -  stampato il 07/12/2016


Aula bunker del carcere di Opera: costata 11 milioni di euro, iniziata 19 anni fa e ancora non terminata

«Entro la fine di luglio completeremo i lavori», aveva garantito Pietro Baratono, provveditore alle Opere pubbliche per la Lombardia, quando il Giornale gli aveva chiesto di spiegare a che punto fosse l'interminabile appalto per l'aula bunker in costruzione davanti al carcere di Opera.

Era apparsa una promessa impegnativa, visto lo stato in cui si trovava il cantiere. E, infatti, la promessa non è stata mantenuta. Luglio è finito, ma l'aula bunker no. Anzi, basta fare una gita in fondo a via Ripamonti, nella vasta area compresa tra il carcere e la tangenziale, per accertare che il completamento dell'impresa è tutt'altro che prossimo, anche perché i lavori sonnecchiano. Quattro operai in tutto. Forse si parlava del luglio dell'anno prossimo.

Aula bunker Carcere di Milano Opera

Gli unici passi avanti visibili del cantiere sono la recinzione dell'area: una rete metallica con cartelli minacciosi, «limite invalicabile», «vigilanza armata». In realtà ci si infila senza problemi e altrettanto facilmente si entra all'interno del bunker di cemento. Ecco la grande aula per processi, con la gabbia per i detenuti, il loggione per il pubblico: è a grezzo, esattamente come cinque mesi fa. A grezzo i sotterranei destinati a ospitare (in condizioni assai discutibili) i detenuti nelle pause delle udienze. Poco meglio l'ultimo piano, dove sono state realizzate le camere che dovrebbero alloggiare i giurati nottetempo, nel caso di camere di consiglio particolarmente lunghe,

Insomma, l'aula bunker di Opera è un'eterna incompiuta. E d'altronde la Corte dei conti lo aveva previsto, aprendo una inchiesta proprio per «danno erariale da opera incompiuta» e decidendo di andare a scavare sullo spreco di denaro pubblico che ha accompagnato questo progetto fin dall'inizio, quando nel 1995 i vertici del tribunale milanese decisero che a Milano oltre alle due aule bunker già esistenti (in piazza Filangieri, davanti San Vittore e a Ponte Lambro) ne andasse a tutti i costi realizzata un'altra. A dire il vero, nei piani originari le aule di Opera dovevano essere due, ma strada facendo il progetto è stato modificato e ora al posto di una delle aule sono previsti spazi per archivi. Nel frattempo, di variante in variante, il cantiere ha inghiottito più di undici milioni di euro, mentre i lavori già realizzati tra uno stop e l'altro andavano in malora.

«Anziché terminarla, costerebbe di meno ammettere che è un'opera insensata e raderla al suolo», si dice a mezza voce in tribunale: anche perché, una volta terminata, l'aula bunker di Opera avrebbe costi di gestione elevati. E a rendere ancora più surreale l'impresa c'è un dettaglio: l'aula, se e quando verrà ultimata, sarà quasi inaccessibile. Nei piani originari doveva essere realizzata una strada che la collegasse a via Paolo Borsellino, dove sorge la caserma dei carabinieri di Opera. Ma la strada non c'è e probabilmente non ci sarà mai, perché nessuno ha provveduto ad espropriare i campi che circondano il cantiere. Così l'unico percorso per accedere al bunker sarà (incredibilmente) passare all'interno del supercarcere di Opera, attraversando tutti i varchi di sicurezza per uscire poi alle spalle del carcere. Facile per i magistrati, forse non difficile per i detenuti che in carcere ci sono già: un'impresa per gli avvocati, i parenti, i giornalisti, insomma per tutti coloro che trattandosi di udienze pubbliche avrebbero il diritto di assistervi e che invece dovrebbero superare ostacoli come se volessero andare a fare due chiacchiere con Totò Riina.

ilgiornale.it

 

 

L'AULA BUNKER DI OPERA - ECCO COME E' INIZIATA

Quando iniziarono a progettarla, Michael Johnson bruciava ogni record alle Olimpiadi di Atlanta e Antonio Di Pietro decideva di entrare in politica. Correva l’anno 1996. A Milano, sull’onda lunga di ‘Tangentopoli’, si pensava in grande con la costruzione di un’aula bunker vicino al carcere di Opera dove celebrare i maxi processi. Diciannove anni, molti appalti, molti milioni in lire e in euro dopo, quel progetto è diventato un osceno prefabbricato in calcestruzzo a cui si sta cercando con molta fatica di ridare una dignità. La Procura Generale e la Corte d’Appello di Milano hanno presentato un esposto alla Corte dei Conti e uno alla Procura della Repubblica per capire cosa sia successo.

Un gioiello tra i fontanili

Opera è un comune appena fuori Milano, famoso per il suo carcere, uno dei più vasti in Italia e quello col maggior numero di detenuti con l’arcigno regime del 41 bis. Il progetto elaborato dal Provveditorato lombardo alle Opere Pubbliche prevedeva di affiancare alla prigione, costruita negli anni ottanta, un edificio con un interrato riservato alle celle e due piani in grado di contenere due aule bunker e le camere di consiglio con bagni annessi.

L’area destinata all’iniziativa è la verde campagna attorno al centro abitato dove scorrono ameni fontanili, un dettaglio che, come vedremo, non verrà tenuto in giusto conto nel piano originario. La grandeur iniziale porta ad immaginare anche un parcheggio e una strada lunga circa 300 metri che consentano ad avvocati, magistrati, forze dell’ordine e pubblico di raggiungere il bunker. Il costo dell’intervento, compresi gli oneri di esproprio e urbanizzazione (marciapiedi, linea telefonica, reti di collegamento fognario), viene valutato in 12 miliardi e 644milioni di lire. Si parte a rilento con la prima pietra posata solo nel 1999 e si va avanti peggio. Sorgono problemi di varia natura con le imprese che si sono aggiudicate i lavori e nel 2002 viene stipulato un nuovo contratto di appalto. La Commissione di manutenzione della Corte d’Appello di Milano e il Provveditorato ritoccano il progetto, eliminando una delle due aule bunker previste per fare spazio a una zona archivio. Nel 2006  la direzione dei lavori comunica che entro un paio di mesi sarebbero stato completato il primo lotto ma esige un altro finanziamento di 5 milioni e mezzo di euro. L’epilogo dei lavori viene spostato all’inizio del 2010.

Scende la pioggia nel bunker    

Il Ministero della Giustizia sborsa la somma richiesta mettendola a a disposizione del Provveditorato che, a luglio 2011, annuncia un ulteriore ritardo nel completamento dell’opera. C’è un intoppo non da poco. I locali sottoterra si allagano a causa dell’innalzamento della falda freatica e una perizia accerta che i lavori non potranno essere completati prima del giugno 2012. Troppo ottimismo. Una delle due imprese impegnate nel cantiere va in liquidazione volontaria e le bizze della falda provocano infiltrazioni d’acqua dal tetto. Caos. Una seconda perizia dimostra che l’impermeabilizzazione del tetto eseguita a suo tempo non è più idonea. A novembre 2013 la società che sta portando avanti i lavori, una ditta veneta, stila un elenco delle opere ancora da realizzare e rassicura la Corte d’Appello che non ci sarà bisogno di nuovi finanziamenti. Previsione smentita perché sei mesi dopo sembra emergere la necessità di denaro fresco. Finalmente qualcuno nel Palazzo di Giustizia decide di interessarsi della vicenda. Nella primavera del 2014, alcuni magistrati effettuano un sopralluogo del cantiere. L’esito è drammatico: il cantiere appare abbandonato e le opere portate a termine sono in stato di degrado.

La promessa del Provveditore

“Io sono arrivato nell’aprile del 2012, questa cosa era già qua”. Pietro Baratono, responsabile delle Opere Pubbliche in Lombardia, ha l’aria sconfortata di chi si è  trovato sulla scrivania un dossier tremendo, ormai compromesso da troppi pasticci. “Questo appalto  – spiega – è nato male, ‘diviso‘ in due, con gare all’inizio solo per le strutture dell’opera e poi con altre gare per il resto. Quindi, senza una visione unitaria. Sicuramente ci sono delle responsabilità anche nostre, ma le diverse esigenze dell’ente usuario che si sono manifestate nel tempo non hanno aiutato”. A un certo punto i magistrati, sottolinea Baratono, “hanno chiesto anche di aggiungere gli alloggi per dormire in vista di possibili camere di consiglio che durino più giorni”. Ricapitolando: il progetto attuale prevede le celle nel seminterrato e ai due piani un’aula bunker, un archivio, due camere di consiglio con annesse otto stanzette per i magistrati qualora le riunioni per le sentenze dovessero protrarsi. “Ora i lavori dopo un periodo di sospensione per effettuare le perizie sono ripresi – garantisce Baratono – e per luglio 2015 ho promesso al Presidente della Corte d’Appello Canzio che sarà tutto pronto”.

Un cantiere desolato   

Lunedì mattina di inizio febbraio, sono le nove e mezzo. L’abbaiare furioso dei cani nel recinto del carcere accoglie il nostro avvicinamento al cantiere dell’aula bunker. Per arrivarci camminiamo per qualche minuto nell’erba resa fangosa dalle piogge degli ultimi giorni. Della strada vagheggiata nel progetto iniziale che dovrebbe permettere un facile accesso all’aula non c’è traccia. Ecco la nostra opera: la conosciamo che è già maggiorenne da un pezzo. Una colata cupa e senza grazia di calcestruzzo, il colore che ci si immagina per il più sordido dei luoghi di dolore. Non si vede nessun operaio al lavoro, né ci sono segni del passaggio recente di qualcuno. Cumuli di rifiuti, un tavolo arrugginito, due taniche per terra, solo una betoniera azzurra ravviva il paesaggio di per sé già non allegro ma intristito ancor più dalla costruzione che affianca il carcere.

Visita al labirinto

Proviamo a contattare telefonicamente e via mail l’impresa che segue i lavori da un paio d’anni, senza ricevere risposte. Torniamo al cantiere una radiosa mattina di marzo. Oggi si lavora. Ci intrufoliamo in quello che appare un enorme labirinto con scarsa logica nella divisione degli spazi, dove si sono affastellati gli interventi confusi di chi ci ha messo le mani in questi anni. La ditta che ci sta lavorando, grazie a un affidamento diretto, è animata da buoni propositi ma più di tanto non può fare (“Dieci anni fa un lavoro così non l’avrebbe preso nessuno, ma ora con la crisi…”, confessa una persona presente sul cantiere). L’aula destinata ai processi, il cuore del progetto, sembra quasi finita. C’è una stranezza, però. Il pubblico e i cronisti potranno assistere alle udienze da una specie di acquario sopraelevato con un separè di vetro che non renderà agevole capire cosa succede di sotto. Il grande archivio con tetto fatiscente è ancora vuoto, a breve dovrebbe partire la selezione tra le imprese che vorranno arredarlo. Sconvolgente la visione delle celle nella stanza sottoterra. I detenuti in attesa di giudizio saranno ammassati in pochi metri quadri, in una bolgia oscura  dentro gabbie arrugginite dal tempo a cui non basterà una mano di vernice bianca per tornare nuove, se non nell’apparenza. I quadri elettrici sono vecchi, ma ci viene assicurato che funzionano. L’umidità ha aggredito i muri, chissà cosa ne penserà l’Asl che dovrà valutare le condizioni igienico sanitarie. Quelle umane, se dovesse esaminarle la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo, costerebbero all’Italia l’ennesima sentenza di condanna. Ai piani alti, ai quali si accede con una scala tortuosa, c’è ancora molto da fare per rendere presentabili le stanze per i giudici. Un signore ci spiega che dovrebbe anche essere costruito un parcheggio con un centinaio (!)  di posti auto, mentre il progetto della strada pedonale per dare un acceso autonomo al bunker è stato eliminato perché non è stata espropriata l’area dove ricavarla. Quindi per entrare non resta che passeggiare tra i campi oppure passare dal carcere.

Serve davvero quest’opera? 

Quando Michael Johnson era l’uomo più veloce del mondo, a Milano si celebravano molti maxi processi, oggi quasi nessuno; gli archivi erano pieni di carta, adesso si cerca di digitalizzare qualsiasi cosa.  L’Italia era un paese ancora florido, con tanti soldi da mettere a disposizione della giustizia. Oggi è  utile finire quest’opera? Sull’archivio a Palazzo c’è chi dice che servirebbe, chi no. Di certo i costi di manutenzione per celle, aula bunker, alloggi per i giudici sarebbero esorbitanti e forse non sostenibili coi pochi denari assicurati alla giustizia. Si potrebbe ripensare alla funzione di questo edificio, utilizzandolo solo come archivio o per attività meno dispendiose. L’inchiesta della Procura di Milano non potrà portare a nulla perché eventuali reati sarebbero già prescritti, resta invece aperta aperta la possibilità per la Corte dei Conti di valutare i danni alla collettività e gli eventuali responsabili. In ogni caso, il giorno che tutto sarà finito qualcuno dovrà scusarsi per questi 19, incredibili anni.

Manuela D’Alessandro - giustiziami.it